Ritiro di Quaresima nella casa di formazione della Fraternità san Carlo a Roma.

Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! (1 Cor 7, 29-31)

In questo brano di san Paolo, che tante volte don Giussani e don Massimo Camisasca hanno commentato per parlare della verginità, è indicata la strada per vivere il tempo che ci è posto davanti. C’è un nesso profondo tra la verginità e la Quaresima. La prima è sinonimo di compimento affettivo, è il modo autentico di volere bene. La Quaresima invece è il tempo privilegiato che la Chiesa ci dà per imparare ad amare Cristo. Parafrasando il cardinal Biffi, a due che si sposano dico che nel momento in cui stanno per “dirsi di sì” in realtà stanno “dicendo di no” a tutte le altre donne e gli altri uomini del mondo. Nel momento in cui lo diranno, però, non staranno certo pensando al sacrificio che fanno, avranno negli occhi e nel cuore solo quel volto a cui si promettono. Rinunciano a tutti gli altri, ma quel sacrificio non pesa minimamente, tanta è la gioia del “sì” che stanno dicendo. La Quaresima vuole avere lo stesso significato. Non pesano le rinunce, i digiuni, i sacrifici. Conta solo il “sì” che stai dicendo a Lui in quel momento. Non è un tempo di privazioni. È un tempo in cui affermi l’essenziale, cioè il tuo amore a Cristo.
Don Giussani ci ha sempre parlato della verginità come anticipo e profezia della vita eterna. Ed è proprio il senso delle parole di san Paolo che abbiamo appena letto: Fratelli, il tempo si fa breve.
La fine di tutte le cose è vicina (1Pt 4,7). Con questo termine, “fine di tutte le cose”, Pietro vuole intendere il compimento di tutte le cose. Ma anche Gesù nel Vangelo lo dice: Il Regno di Dio è vicino (cfr. Mc 1,15). E noi sappiamo che il senso di questa frase del Signore è: «Il Regno di Dio è già qui», ovvero, «Sono io». Quindi dire che il compimento è vicino significa che già ora posso fare esperienza della vita eterna, già qui. Ecco allora il senso della verginità, ecco il senso della Quaresima.
Dentro quest’ottica la Quaresima è il momento più affascinante e intenso dell’anno liturgico. È il momento della vita, il momento in cui ci viene data la grazia di pregustare la pienezza della vita, dove solo ciò che urge davvero, solo ciò che riempie davvero il mio cuore sarà presente. È il «tempo che si fa breve» di cui parla san Paolo.

Tempo della conversione
«Liberati dal giogo del male, battezzati nell’acqua profonda, noi giungiamo alla terra di prova dove i cuori saran resi puri»1[1]. L’inno di Quaresima afferma l’esito atteso, desiderato, domandato di questo tempo: che i nostri cuori siano resi puri. Puro: questa parola a cui si può rischiare di dare un vago colore moralistico perché richiama al suo contrario, ciò che è impuro. In realtà, puro mi fa venire in mente prima di tutto qualcosa che è come dovrebbe essere. L’acqua pura, l’aria pura, l’intenzione pura. O anche il metallo puro, l’oro, l’argento. Qualcosa di incontaminato, qualcosa di perfetto, qualcosa che è come dovrebbe essere. Si capisce la purezza non per contrasto con ciò che è impuro. Si capisce la purezza se ci si immagina ciò che è al fondo delle nostre aspirazioni. La purezza come una bellezza senza macchia, come uno sguardo limpido, vero, autentico. Puro come il gesto perfetto di un artista. Come una nota chiara e distinta. Come il volto di una Madonna di Raffaello. Puro. Cioè vero.
La Quaresima ha innanzitutto uno scopo: che i nostri cuori siano resi così. Trasparenti, limpidi, aperti a tutto ciò che è bello, a ciò che è buono, a ciò che è vero. Noi, infatti, siamo stati fatti e scelti per questo. Perfetti come il Padre vostro, diceva Gesù. Giussani afferma che questa è la nostra tensione ideale: la tensione alla perfezione. Perfetti come il Padre vostro. Non è però, innanzitutto, un’esigenza etica, morale. La perfezione è la trasparenza del cuore, è la capacità di conoscere e di aderire alla bellezza, al vero.
La Quaresima è il tempo della conversione, cioè il tempo in cui siamo chiamati a convertire il nostro sguardo, il nostro cuore verso l’ideale. E qual è il nostro ideale? È che il nostro cuore sia puro, cioè trasparente alla bellezza, alla verità.
L’inno non dice, però, che noi possiamo rendere puri i nostri cuori. Non dice che questa conversione può essere opera nostra, ma che i cuori «saranno resi puri». È qualcun altro che rende puro il cuore. Quella di cui parlava Giussani è allora una tensione a lasciare che sia Dio a rendere puro il nostro cuore, perché da soli non possiamo farcela.
La conversione è possibile grazie ad un incontro: l’incontro con l’umanità di Cristo. «Questo è il miracolo per cui la gente capisce che Dio ci ha visitati, ci visita: la nostra trasformazione, il nostro cambiamento»2. Che Cristo sia presente lo si vede dal nostro cambiamento. «È, se opera», diceva sempre don Giussani. Allora “conversione” è innanzitutto cominciare a guardare Cristo. «Viene il tempo in cui la Parola, il discorso cristiano deve nascere dal nostro personale guardare a Gesù Cristo. Se il tema dell’Avvento è stato quello dell’attesa globale, se il tempo del Natale è stato l’annuncio della salvezza che è venuta ed è cominciata a manifestarsi, la liturgia della Quaresima è il sovrano affermarsi di questa salvezza avvenuta, Gesù Cristo»3.
La prospettiva da cui guardare a questo tempo cambia completamente. Non è più in primo piano la penitenza o il digiuno o il sacrificio. La Quaresima è un tempo privilegiato per gustare la salvezza. E questa salvezza è tutta dentro il rapporto con l’umanità di Gesù.

Tempo della libertà
Quand’ero piccolo non avevo questa percezione della Quaresima. Ne avevo, anzi, una certa paura. L’idea del digiuno, dei fioretti, delle rinunce mi metteva addosso una certa ansia. La cosa che più mi faceva problema era alzarmi al mattino e vedere le uova di Pasqua poste sulla mensola della cucina senza che mi fosse permesso aprirle e mangiarle. Mi sembrava crudele, era una provocazione bella e buona. Diventato più grande questa sensazione non è diminuita, anzi, con la maggior presa di coscienza, tali rinunce mi risultavano ancora più difficili da accettare. E questo perché era chiamata in causa la mia libertà. La Quaresima è un tempo che interpella la mia libertà.
Dove si gioca la libertà? Nella prova. La Quaresima è la terra di prova. Ma la vita intera è la terra di prova. La terra, il luogo, il tempo in cui la mia libertà è messa alla prova. A metterci alla prova non è mai Dio. Dio non tenta mai, come dice la lettera di Giacomo: Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato e non tenta nessuno al male (Gc 1,12). Io non sono d’accordo con chi usa espressioni come: “Dio mi ha dato questa prova”… No, Dio non tenta mai. A tentare è il nostro nemico, il nostro avversario: Satana.

Tempo della memoria
Se la conversione è frutto di un incontro, allora la Quaresima è l’occasione per fare memoria di quel fatto e per approfondirlo. Nel Nuovo Testamento c’è un episodio che può aiutarci a fare memoria di cosa sia per noi la conversione: la chiamata di san Paolo. Essa indica la traiettoria attraverso cui guardare il nostro rapporto con Cristo.
Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Risposi: «Chi sei, o Signore?». Mi disse: «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti». Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava. Io dissi allora: «Che devo fare, Signore?». E il Signore mi disse: «Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia» (At 22, 6-11).
Padre Mauro Lepori4 si sofferma in un suo scritto sulle due domande che Paolo pone a Cristo, quando lo sorprende sulla via di Damasco. In risposta alla voce che lo chiama, Paolo chiede «Chi sei?» e «Che cosa devo fare?».
Cominciamo dalla prima domanda: «Chi sei?». Conversione è innanzitutto porre questa domanda, esplicitare la questione decisiva che vive da sempre nel nostro cuore.
Una pagina della letteratura italiana racchiude forse una delle narrazioni di conversione più intense, di sicuro una delle più famose. È la conversione dell’Innominato, nei Promessi Sposi. Quando entra in scena, quest’uomo ha già dentro di sé la domanda che i successivi incontri con Lucia e il cardinal Federigo faranno esplodere. Manzoni descrive così i suoi pensieri: «Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridare dentro di sé: “Io sono, però”»5.
«Io sono, però». Questo io sono riecheggia tutte le rivelazioni di Dio che noi conosciamo nella Scrittura. Riecheggia la rivelazione di Mosè sul Sinai, l’affermazione di Gesù alla samaritana, o quella ai discepoli dopo la tempesta sedata. Ma anche proprio la conversione di san Paolo: «Io sono Colui che tu perseguiti».
Ciò che amo di più in questa frase di Manzoni è quel “però”: «Io sono, però». È come dire: nonostante tutto il tuo negarmi, il tuo ignorarmi, il tuo bestemmiarmi, nonostante il tuo peccato, nonostante il tuo rifiuto, la tua dimenticanza… «Io, però, sono». Non puoi cancellarmi, non puoi negare quello che sono per te, anche se non mi vuoi, anche se non mi cerchi, anche se mi tradisci mille volte.
La conversione nasce da un fatto oggettivo, che è la Sua inesorabile Presenza. Inesorabile, perché si afferma nella nostra vita nonostante tutto il nostro male. La conversione nasce dall’oggettività del Suo esserci “però”, nonostante tutto. Non solo la conversione non nasce da un mio sforzo, ma addirittura nasce per qualcosa che si impone alla mia vita “nonostante” me.
In fondo la risposta che l’Innominato sente dentro di sé è identica a quella che sente Paolo sulla via di Damasco: Io sono Colui che tu perseguiti. Io sono nonostante tu mi perseguiti. E ti vengo a cercare io, nonostante tu mi perseguiti. Anzi, ti vengo a cercare e a prendere proprio mentre mi perseguiti.
La quarta caratteristica della Quaresima è di essere occasione per una conoscenza più profonda di chi è Cristo per me. E da qui inizia un cammino, un cammino di conoscenza affinché la domanda di Paolo «Chi sei?» trovi una risposta in un volto dai contorni sempre più precisi.
Lo dice bene Giussani: «La maturità della nostra persona è l’adesione che diamo al Gesù Cristo della Quaresima. Questo è il tempo in cui il Signore ci raccoglie, ci salva attraverso la sua parola fatta carne, diventato uno di noi. L’anno liturgico è la storia della Parola di Dio nella nostra vita; la Quaresima è il tempo della parola di Dio che cammina dentro il mondo»6.
Mi sembra bellissima questa intuizione di Giussani: siamo chiamati ad aderire al «Gesù Cristo della Quaresima». Aderire, dire di sì, imitarlo, conformarci a Lui.
Aderire a Cristo vuol dire conoscerlo, cioè “impastarmi” con Lui, fare la stessa esperienza umana che ha fatto Lui. Ecco, allora, il senso di quello che ci viene chiesto in Quaresima, dal digiuno alla Via Crucis, dalla Liturgia domenicale a quella del Triduo, fino alla confessione: tutto ha un senso dentro questo desiderio che abbiamo di conoscerLo, di prendere parte a quello che vive Lui. E in questo non c’è niente di triste o di deprimente, come invece siamo soliti pensare della Quaresima. Anzi, diventa una prospettiva esaltante.

Cristo è colui che dà significato
Come la Quaresima ci aiuta a conoscere di più Cristo? Innanzitutto la liturgia ci pone di fronte al mistero di Gesù che trascorre quaranta giorni nel deserto. Digiuna, prega, sta in silenzio. Il deserto si svela come il luogo della tentazione. La domanda che mi è sempre venuta è: perché Gesù, che è Dio, deve farsi tentare? Cos’è l’esperienza della tentazione?
Il deserto, nella Scrittura, è un termine ambivalente. Può avere un significato positivo, come luogo della Presenza di Dio, oppure uno negativo, come luogo della tentazione. Qui ha il significato di un luogo senza significato: il deserto è il “non-luogo”.
Perché Gesù decide di andare nel deserto? Per riempire di senso anche il luogo che non ne ha. Non è, in questo senso, molto diverso dalla ragione per cui Gesù il sabato santo scende agli inferi.
Cristo riempie tutto lo spazio possibile, lo riempie del significato che è la sua Persona. Lo riempie affinché nulla di ciò che è umano sia a Lui estraneo. È stupenda la frase di Terenzio: «Homo sum, nihil humani a me alienum puto» – sono uomo e niente di ciò che è umano mi è estraneo. Ma diventa sublime se la si pensa legata a Cristo. In fondo Terenzio descrive esattamente ciò che Gesù è: un uomo più uomo di me, al punto che niente di ciò che io viviamo o siamo Gli è estraneo. Egli è l’Uomo, Egli è il Figlio dell’Uomo.
Ecco perché si sottomette a quanto di più basso possiamo pensare: la tentazione. Io ricordo che una delle cose che mi facevano più arrabbiare era quando, conoscendo il mio temperamento iroso, qualcuno faceva di tutto per vedermi perdere le staffe, quasi si divertiva a scatenare la mia ira. Ciò che trovavo più meschino era la volontà di provocarmi. L’altro, infatti, mi vedeva per il limite che ero, per l’iracondo che ero. Così come le immagini che provocano i nostri istinti più bassi: ci deprimono perché è una provocazione che ti fa sentire meschino e dice chi sei tu agli occhi di chi ti tenta. Questo è il potere della tentazione: farti arrivare a disistimare te stesso. Gesù nel deserto si sottopone a tutto questo. Lui che è Dio accetta la più bassa delle umiliazioni – ovvero l’esperienza di essere tentato – per poter dire: “L’ho attraversata anch’io l’umiliazione che stai vivendo tu. L’ho attraversata e l’ho vinta”. Di fronte al fatto che anche Cristo l’ha vissuta, nessuna umiliazione potrà essere più un ostacolo o un’obiezione. Anzi, anche la tentazione diventa un modo dato a noi per partecipare alla vita di Gesù. Dice Barsotti: «In noi è già presente il Mistero di Dio. Le tentazioni del Maligno e le ostilità del mondo non fanno che rendere manifesta in noi la presenza di Cristo»7.
Cristo riempie di senso anche il deserto, anche il “non -luogo”. Questo significa che niente della mia vita è privo di un significato positivo. È come se Lui entrasse nella nostra vita, nella nostra vita priva di significato e le restituisse il valore che essa ha sempre avuto agli occhi di Dio.
Dunque questo è il primo grande guadagno della Quaresima: riconosciamo Cristo come colui che dà senso. La Quaresima ci insegna che niente di ciò che siamo chiamati a vivere, neppure le nostre tentazioni e debolezze, rimane fuori dal rapporto con Lui.

Cristo è colui che appartiene
 La profonda conoscenza dell’umanità di Cristo che questo tempo liturgico ci offre continua se cerchiamo di guardare all’episodio delle tentazioni nel deserto come a un fatto in cui si confrontano due modi diversi di concepire la propria libertà. Satana è una libertà che nega la propria dipendenza, mentre Gesù la afferma come definizione di sé.
Afferma Barsotti: «L’uomo non può sottrarsi a questa alternativa: o è figlio di Dio o è figlio del diavolo»8. O apparteniamo oppure affermiamo la nostra autonomia. Lo sostiene anche Giussani: «Che cosa si oppone alla Parola di Dio […]? Tutto ciò che in noi tende a non essere convertito, a non essere di Cristo, ad essere autonomo. Tale illusoria autonomia può derivare dall’orgoglio o dall’infedeltà, dalla non fede, dal non senso del mistero di Cristo»9. Cristo invece è definito totalmente dal rapporto col Padre. Infatti, nell’esperienza della tentazione Egli risponde all’attacco del demonio con la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio, come dice san Paolo (Ef 6, 17) e come ricorda Giussani10.

L’uomo nuovo è colui che appartiene
Si delinea dunque nel Gesù del deserto la tipologia dell’uomo nuovo, quella a cui siamo chiamati noi come esito della conversione, come esito domandato, implorato, della nostra conformazione a Cristo. L’uomo nuovo, così come ci appare nel Gesù del deserto, è caratterizzato innanzitutto dalla sua appartenenza riconosciuta al Padre. «Il Cristo quaresimale è il Cristo che appartiene al Padre e, proprio in virtù di questa appartenenza, opera e trasforma»11.
Ciò che permette a Gesù di vincere la tentazione è l’essere definito da un rapporto più forte di qualsiasi tentativo di strapparlo via. Solo questo può renderci certi e capaci di affrontare la vita fin nelle sue contraddizioni. Solo affermando di appartenere possiamo realmente aderire, conformarci al Gesù della Quaresima. Ecco perché la Quaresima si configura come il tempo dell’appartenenza. Se ci pensiamo è proprio così. Perché dovremmo, altrimenti, fare anche il più piccolo sacrificio? Se non fosse perché affermiamo qualcuno a cui apparteniamo, la Chiesa, la Fraternità, la casa, la famiglia… a cosa varrebbe anche il più piccolo sacrificio? «Il sacrificio di sé è appartenere. L’unico sacrificio della vita è appartenere, è il non appartenere più a se stessi. Il vero sacrificio è che la vita non è più nostra, è che la logica della vita non è più nostra»12.
Che cosa succede quando si comprende di appartenere? Si desidera capire come questo cambi la nostra azione, che cosa questo ci chieda di realizzare nella nostra vita. Ecco perché la seconda domanda di Paolo riguarda se stesso. La prima è stata «Chi sei?», la seconda è «Cosa devo fare?». La conversione nasce dall’incontro con un’umanità diversa, con l’umanità di Cristo che ne veicola la divinità. Questa conoscenza provoca una domanda su di sé. Come dice bene un canto di Adriana Mascagni: «Solo quando mi accorgo che Tu sei, come un’eco risento la mia voce e rinasco come il tempo dal ricordo»13. E rinascendo, ecco che sorge la domanda: «Cosa devo fare?». La domanda sul compito è anche domanda sulla propria identità nuova. Ciò che Dio sceglie per me, ciò a cui Lui mi chiama, identifica il mio nuovo volto, il mio nuovo nome.

Il compito
La conversione è sempre il momento in cui viene dato un compito dentro la realtà. Per l’Innominato significa riparare ai torti commessi cominciando da quello ai danni di Lucia. Per Paolo diventa l’annuncio del Vangelo ai pagani. Ciò che più mi colpisce è che Gesù non ha detto a Paolo: «Va’ ad annunciare il Vangelo! Ti faccio l’apostolo delle genti!». Dice invece: «Va’ a Damasco da un tale chiamato Anania».
A Paolo non viene affidato innanzitutto un ministero, qualcosa da fare. Al contrario viene affidato ad un luogo e, in particolare, a una persona: Anania. Questi all’inizio appare un po’ spaventato; fa presente a Dio che Saulo di Tarso non è proprio una persona che ama la Chiesa. Eppure, di fronte alle parole rassicuranti del Signore, Anania accetta. Commenta Lepori: «In Anania vi è una qualità fondamentale, che vince tutti i suoi difetti e tutte le sue debolezze: ha un rapporto terribilmente familiare con Gesù. Si parlano come degli amici. Gli risponde: “Eccomi, Signore!”. Per lui, Gesù è una presenza familiare, una presenza che frequenta, che abita le sue giornate, la sua vita di tutti i giorni. Anania non si stupisce affatto che Cristo gli appaia, che gli parli. A un uomo così dimesso, che non diventerà uno dei grandi apostoli, missionari o martiri, Cristo affida la conversione e i primi passi cristiani di Paolo, di uno dei più grandi, dei più fecondi, dei più illuminati, dei più intrepidi tra gli apostoli. (…) Ciò ci aiuta a comprendere che la familiarità con Cristo è la radice e la sostanza di ogni fecondità di testimonianza. Paolo sarà grande, farà il giro del mondo, annuncerà Cristo fino agli estremi confini del mondo conosciuto, ma è come se non dimenticherà mai il catechismo esistenziale del suo primo maestro, o meglio padre, colui che l’ha battezzato nella comunità di Damasco. Vivrà tutta la sua grande missione coltivando la familiarità con Cristo, perché è Cristo che, per primo, la coltivava con lui»14.
Questa intuizione di Lepori suggerisce che la conversione di ciascuno di noi non può compiersi senza un luogo a cui essa è affidata. Senza la Chiesa, senza Anania, senza una compagnia a cui essere affidati, non ci sarebbe san Paolo, non ci sarebbe stato l’Innominato, non ci sarebbe stata la conversione di nessuno dei grandi santi che hanno cambiato la storia. Senza la Chiesa non ci sarebbe la conversione di nessuno di noi.

La consegna a un luogo: la casa
La conversione di san Paolo è per la conversione del mondo intero. La mia conversione è per la conversione del mondo intero. Perché essa sia feconda occorre che sia consegnata a un luogo. C’è una bella frase attribuita a Tescellino, il padre di san Bernardo, detta il giorno del suo venticinquesimo anniversario di matrimonio ad Aletta, sua moglie: «Concludemmo che c’era un modo per cambiare tutto il mondo, ed era cambiare noi stessi. Fissammo un principio fondamentale e cioè che l’anima di ogni riforma è la riforma di ogni singola anima. Stabilimmo che Dio ci aveva posti in questo minuscolo punto dell’universo, che si chiama Fontaine, con l’unico fine di rendere questo puntino bello ai suoi sguardi infiniti»15[1].
La riforma, la conversione del mondo comincia dalla mia conversione. E il cambiamento della mia anima è affidato a una dimora. Ecco qual è il senso della casa per noi: è il luogo in cui qualcuno si prende cura di noi, come Anania ha fatto con Paolo.
È interessante notare che la chiamata di Paolo avviene mentre sta andando a Damasco a distruggere la comunità locale di cristiani. E Gesù dove lo manda? Nella comunità di Damasco! Nel posto che lui voleva annientare. Nel posto che lui in quel momento odiava di più. E Dio gli dice: “Va’ lì. È proprio attraverso quel luogo che tu odi tanto che io ti voglio salvare”. Se pensiamo a noi, a quanto a volte le nostre comunità, i luoghi a cui siamo mandati, persino le case in cui viviamo ci risultano pesanti, indigesti, addirittura odiosi. Eppure è proprio attraverso quei luoghi e quei volti che Cristo vuole salvarci, vuole prendersi cura di noi come ha fatto Anania. Magari è gente meno dotata di noi, meno intelligente, eppure è lo strumento scelto da Dio per curarsi di noi, salvarci, darci un volto e un compito nuovi.
Il contrario di questa posizione è descritto in modo magistrale da san Bernardo quando parla del quinto grado della superbia, che è la singolarità.
«Per chi si vanta di essere superiori agli altri, è cosa vergognosa non fare qualcosa più degli altri, per mostrare di essere molto più avanti degli altri. Per questo non gli è sufficiente ciò che raccomanda la regola comune del monastero o gli esempi degli anziani. Pertanto, egli non si sforza di essere migliore, ma di sembrarlo. Non si dà da fare per vivere meglio, ma per averne l’aria, al fine di poter dire: io non sono come gli altri uomini (cfr. Lc 18, 11). È più contento di un solo digiuno fatto mentre gli altri mangiano, che se avesse digiunato insieme agli altri per sette giorni. Gli sembra più degna una brava orazione particolare, che tutta la salmodia di tutta una notte. (…) È risoluto e pronto a tutto ciò che fa di sua iniziativa, ma pigro nei doveri della comunità. A letto sta sveglio, in coro dorme. E poi, mentre gli altri si riposano nel chiostro dopo il coro, egli resta solo nell’oratorio: dal suo cantuccio sputa, tossisce, riempie di gemiti e sospiri le orecchie di quelli che stanno fuori a sedere»16.
È impietoso, ma dice come dobbiamo vivere la Quaresima: affermando la comunione con chi ci guida e con chi è con noi. Perché l’unica alternativa è affermare noi stessi.

Conclusione
 La Quaresima è tutta la nostra vita, un cammino per raggiungere una liberazione già avvenuta. C’è una frase di san Paolo che descrive bene questo cammino di conversione: Non però che io abbia già preso il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per afferrarlo, perché anch’io sono stato afferrato da Gesù Cristo (Fil 3, 12).
Afferrare Cristo che ci ha già afferrati, ci ha già fatti suoi, ci ha già salvati; andarlo a cercare, sorprenderlo nella vita di tutti i giorni, fargli spazio, lasciare che la Sua Presenza sia più visibile; abbandonare i pesi che ci ingombrano, che non servono, lasciare indietro le cose superflue affinché l’essenziale emerga. Dove l’essenziale è il rapporto con Lui. Questo è lo scopo della Quaresima: una corsa esaltante per afferrarlo. Ma allora la vita intera diventa un’urgenza e il sentimento che la pervade è la gioia, come dice don Massimo Camisasca: «Non c’è nulla di così contrario alla conversione come la scontentezza di sé. (…) Il cristianesimo è, invece, soprattutto gioia»17.
Concludo con un ultimo pensiero di don Giussani: «Non rattristiamoci neanche per il nostro male, perché la gioia del Signore è la nostra forza, la vittoria di Cristo risorto, espiazione e perdono, è la nostra forza. È la gioia del Signore che deve figurare nelle nostre facce, è la gioia del Signore che dobbiamo portare in questo mondo. “Il popolo cristiano, cosciente del proprio essere peccatore, non è un popolo triste – ricordava Bernanos – è un popolo pieno di gioia”: la gioia del Signore, la gioia di Cristo, non di me. La gioia di Cristo che mi investe e, investendomi, butta fuori di me il rimorso, il ricordo, la coda amara del mio peccato»18.

Note al testo
1 «Liberati dal giogo del male» in Il libro delle ore, Jaca Book, Milano 2006, p. 30.
2 L. Giussani, Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, Jaca Book, Milano 1973, p. 57.
3 Ivi, p. 49.
4 Cfr. M. Lepori, “Hai spezzato le mie catene”, Lettera dell’Abate Generale per il Natale 2013. 5 A. Manzoni, I promessi sposi, Mondadori, Milano 2002, p. 381.
6 L. Giussani, Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, op. cit., p. 58.
7 D. Barsotti, Il mistero cristiano nell’anno liturgico, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004, p. 132.
8 Ivi, p. 121.
9 L. Giussani, Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, op. cit., p. 67.
10 Cfr. Ivi, pp. 49-70.
11 L. Negri, Il Mistero si fa presenza. Meditazioni sui tempi liturgici, Ancora, Milano 2000, p. 86. 12 Ivi, p. 93.
13 A. Mascagni, «Il mio volto», in Canti, Nuovo Mondo, Milano 2014, p. 196.
14 M. Lepori, “Hai spezzato le mie catene”, op. cit.
15 M. Raymond, La famiglia che raggiunse Cristo. La saga di Citeaux, Ed. San Paolo, Cini- sello Balsamo (MI) 2011, p. 36.
16 Bernardo di Chiaravalle, I gradi dell’umiltà, [42].
17 M. Camisasca, Il tempo che non muore, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001, p. 47. 16 L. Giussani, Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione 1991, p. 46.

 

nella foto, mosaico nell’abside della Basilica di San Clemente a Roma (part.)

Leggi anche

Tutti gli articoli