L’urgenza della missione ha la sua fonte e il suo destino in Cristo: ce lo ha insegnato per sempre la figura di san Paolo.

La passione missionaria di un cristiano sgorga ed è alimentata da due grandi esperienze. La prima è la coscienza che l’incontro con Cristo lo ha riscattato da una vita che non varrebbe la pena di essere vissuta. La seconda è il senso del traguardo finale verso il quale scorre la storia con il suo carico di avvenimenti e di vite umane: il ritorno di Cristo.

Nella figura di san Paolo tutto questo risplende in modo paradigmatico. Nelle sue lettere emerge spesso un dolore acuto per ciò che era prima di incontrare Cristo. La sua inimicizia per la Chiesa, che lo aveva indotto a commettere ingiustizie e delitti, gli era costantemente presente. Agivo per ignoranza, scrive a uno dei suoi amici più cari, ma ero veramente così, indegno di tutto. In altre lettere, confessa: Ho perseguitato la Chiesa, ero il più intransigente tra tutti i miei coetanei. Paolo ricordava di avere incarcerato degli innocenti, di averli oppressi con durezza. Tutto era cominciato quando aveva custodito i mantelli degli uomini che avevano lapidato Stefano, a Gerusalemme, dopo averlo avversato con odio durante un sommario processo. Eppure non si sentiva definito da quei fatti: Cristo mi ha usato misericordia, scrive con fierezza, mi ha scelto e ha fatto di me un suo ministro. Ecco l’evento veramente decisivo della sua vita: Cristo lo ha toccato, gli ha rivelato la verità delle cose e in questo modo lo ha salvato dal suo fanatismo e dalla sua brutalità. Gratuitamente, per puro amore verso di lui che gli era lontano e ostile.
La spinta con cui si dedica all’annuncio della fede è allora per lui la sola risposta possibile: Paolo è grato a Colui che gli ha restituito la vita e perciò gliela dedica, spendendo ogni energia fisica e spirituale per lui, fino all’ultima goccia di sangue. Rimarrà turbato ogni volta che ripenserà a quello che gli è capitato: Cristo ha giudicato me degno di fiducia, chiamandomi al suo servizio! Io, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore, un violento, un assassino.
Questa è dunque la prima molla che fa di un cristiano un missionario: lo stupore per ciò che gli è successo, che diventa bisogno impellente di dirlo a tutti. Sta qui la forza della nostra comunicazione, se possiamo dire sinceramente a un altro: “Ho scoperto qualcosa che devi assolutamente vedere!”. Se l’incontro con Cristo è il vero spartiacque della nostra vita, sarà per noi imprescindibile che tutti lo conoscano. Questa è l’unica vera strategia missionaria: non un piano da attuare, ma una scoperta che non possiamo non condividere.

Un cristiano vivo avverte però anche una seconda spinta interiore. L’incontro con Cristo non è per lui un fatto del passato, è stato piuttosto un inizio e aspetta un compimento. Il cristiano guarda alla sua storia personale come a un tutto unificato dalla vocazione ricevuta, e proprio per questo è proteso verso il futuro. Più in generale, tutta la vicenda umana gli appare polarizzata dal ritorno di Cristo, la realtà del mondo è ai suoi occhi come un fiume che scorre verso quel punto. Jean Daniélou – in un breve libro, intitolato Il mistero della salvezza delle nazioni, che vale la pena rileggere – scrive che i cristiani di oggi, soprattutto in Occidente, hanno smarrito il senso di questo orizzonte. È una immaturità della nostra fede, osserva: il tempo dell’attesa si è protratto e noi ci siamo accomodati, e nessuno è più neppure consapevole che stiamo attendendo qualcosa.
I primi cristiani, al contrario, avevano immaginato che Cristo sarebbe tornato di lì a poco, prima che la loro generazione fosse interamente scomparsa. Con gli anni, aiutati dallo stesso Paolo, capirono che Cristo lasciava passare del tempo perché aveva affidato loro un compito immenso, incaricandoli di diffondere la fede fino ai confini della terra. In un primo tempo, anche san Paolo «credeva forse di poter convertire il mondo nel periodo della vita di un uomo» scrive Daniélou, «e che lui, l’apostolo delle genti, sarebbe riuscito a raccogliere tutti gli uomini attorno a Cristo». Si aspettava che «a coronamento dell’opera, avrebbe veduto il Signore venire sulle nubi a giudicare tutte le nazioni». A poco a poco dovette entrare in una prospettiva diversa, radicata in una comprensione più profonda del mistero di Dio e della sua opera. Tuttavia, sotto la spinta del desiderio di affrettare l’incontro definitivo con Colui che lo aveva salvato, la vita di Paolo fu come un’unica grande corsa, ed egli cercò realmente di trascinare tutti gli uomini con sé.
Paolo ha un rapporto speciale col tempo e le sue lettere sono costellate di raccomandazioni a questo riguardo: Siate consapevoli del momento! Il tempo si è fatto breve, fatene buon uso. Cogliete ogni occasione. Spesso è perfino drastico: Svegliatevi dal sonno, riscuotetevi, non dormiamo! La salvezza è più vicina ora di quando abbiamo cominciato a credere in Cristo. Lui verrà come un ladro di notte. In «quella specie di fretta che lo getta per tutti i paesi del mondo, quella febbre che lo prende e si impadronisce di tutti i suoi sensi», Daniélou vede qui addirittura «l’aspetto tragico della sua predicazione». «Tragico», qui, significa «esistenzialmente improrogabile». L’assillo di Paolo è il segno della coscienza, propriamente cristiana, di vivere alla fine della storia, «si spiega solo se si considera il senso escatologico della sua missione».
È grande questa urgenza che nasce dalla fede. È bello ammirarla nelle anime più vive e profonde, e può dominare anche la nostra vita. Tutto diventa impellente e ogni minuto prezioso, se siamo protesi al ritorno di Cristo, Colui che ci ha scelti e mandati in tutto il mondo.

(Nella foto, i nostri missionari in Cile in pellegrinaggio con un gruppo di ragazzi di Santiago – maggio 2019).

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