Nel XV anniversario della morte di don Luigi Giussani, mons. Camisasca propone una meditazione sulla “coessenzialità” della dimensione istituzionale e di quella carismatica della Chiesa, unico Corpo di Cristo.

Carissimi fratelli e sorelle,

sono quindici anni che don Giussani ci ha lasciato. A me sembra ieri. Quando si arriva alla maturità e poi alla vecchiaia, gli anni passano veloci, sembrano accorciarsi, tanto quanto quelli della giovinezza e dell’infanzia ci sono sembrati lunghi, quasi infiniti. È naturale che sia così. Oggi per me un anno è solo un settantesimo della mia vita. Allora era un ventesimo, un decimo. Il tempo mi appare realmente più come un evento dell’animo che come una misurazione tecnica delle ore che passano.
Allo stesso modo, con il passare degli anni, problemi che ci avevano attanagliato e fatto faticare in passato, ci appaiono in una luce nuova, più distesa e più serena.
Se penso agli anni Ottanta e Novanta mi torna alla mente il dibattito sui carismi, sui “doni istituzionali e quelli carismatici”, come si diceva allora, quasi a segnare una contrapposizione nella Chiesa fra diocesi e movimenti, parrocchie e comunità carismatiche, Chiesa locale e Chiesa universale, vita quotidiana e incontri mondiali attorno al papa, “Chiesa della presenza” e “Chiesa della mediazione”, cattolicesimo democratico e cattolicesimo popolare… Anime diverse hanno sempre contraddistinto in vario modo la vita della Chiesa. Esse sono feconde quando rappresentano i vari volti nell’unità dell’unico Corpo di Cristo.
Che ne è oggi del dibattito di allora, che può apparire lontano di secoli, più che di decenni? Ne è stata compresa la lezione? La prospettiva è la stessa o ci appare addirittura ribaltata in un elogio delle figure carismatiche non più ancorate alla fedeltà istituzionale? Mi permetto allora, in questa occasione liturgica e in questa piccola omelia, di offrire qualche spunto di riflessione.
Il Concilio Vaticano II ha parlato pochissimo dei carismi. Se guardiamo all’uso strettamente letterale di questa parola nei documenti conciliari, vediamo che essa quasi non esiste. Il testo più significativo è sicuramente il paragrafo 12 della Lumen Gentium. Esso spiega che la Chiesa vive dei doni dello Spirito. Alcuni di essi sono stati concessi alla comunità ecclesiale in modo permanente, ne costituiscono l’ossatura: i sacramenti, in particolare il battesimo e l’eucaristia; l’ordine sacro; la Parola di Dio. Altri invece sono doni concessi a persone o a comunità per il rinnovamento della vita della Chiesa nelle diverse epoche della storia. San Giovanni Paolo II in molti suoi interventi, soprattutto in quelli rivolti ai movimenti ecclesiali, ha parlato di coessenzialità di questi doni, della dimensione oggettiva-istituzionale e di quella carismatica. Allora questo insegnamento del papa fece paura e si cercò anche di renderlo meno forte sulle sue labbra e nei suo testi. In realtà quell’aggettivo, “coessenziale”, esprime una vera e completa ecclesiologia.
Ho voluto richiamare questo dibattito ormai lontano per ricordare a voi qui presenti e a tutta la nostra Chiesa diocesana l’importanza dei carismi. Nessuno di noi può pensare di “ingabbiare” la storia della Chiesa e l’azione dello Spirito. Nella fedeltà al magistero di Pietro nascono sempre nuove figure di santi attorno ai quali rinasce il volto della Chiesa. La nostra comunità diocesana ha ancora molta strada da compiere in questa direzione. In essa si sono manifestate certamente, anche nella sua storia recente, alcune figure carismatiche. Ma molti volti della Chiesa universale possono ancora aiutarci, se accolti, ad arricchire le proposte della nostra Chiesa nella strada dell’evangelizzazione e dell’educazione alla fede del nostro popolo.
Auspico che anche attraverso l’intercessione di don Giussani, come della serva di Dio Chiara Lubich di cui quest’anno ricordiamo il centenario della nascita, le nostre comunità possano aprirsi ai doni dello Spirito e alle grazie sempre nuove che egli fa piovere continuamente sulla comunità ecclesiale.
Voglio ricordare ancora una volta, proprio in questa direzione, il mio discorso dell’8 settembre scorso – testo che va letto nella sua interezza – a proposito del ruolo dei laici nella vita della nostra Chiesa: in quell’occasione ho parlato del dono del battesimo e del celibato come di due grandi carismi interamente da riscoprire.

Cari fratelli e sorelle, non è un caso che don Giussani sia stato profeta e annunciatore della dignità missionaria di ogni battezzato, così come un cantore instancabile della bellezza della verginità nel mondo. Riscoprite, attraverso lo studio dei suoi testi e attraverso la vita della comunità, il compito cui ciascuno di voi è chiamato oggi. Attraverso l’intercessione di don Giussani, il Signore doni alla nostra Chiesa le grazie di cui ha bisogno. Amen.

 

Omelia nella messa in occasione del XV anniversario della morte di don Luigi Giussani e del XXXVIII anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Cattedrale di Reggio Emilia, 24 febbraio 2020 (omelia non pronunciata)

 

(foto Elio e Stefano Ciol)

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