Proponiamo alcuni stralci dall’omelia di mons. Camisasca tenuta in diocesi in chiusura dell’anno giubilare: la misericordia, abbraccio di Dio che si china sull’uomo.

Cari fratelli e sorelle,

siamo qui riuniti per concludere assieme, con questa santa celebrazione, il Giubileo straordinario che papa Francesco ha voluto per tutta la Chiesa. È un’occasione preziosa per guardare ai frutti di questo anno per ognuno di noi e per la nostra Chiesa diocesana. Quando si vive un’esperienza importante, infatti, perché non rimanga solo un pio ricordo, occorre fermarsi e chiedersi: che cosa ho imparato, quale parola il Signore ha suggerito al mio cuore in questo anno, quale passo nella fede ho fatto o sono chiamato a fare? Non si tratta di compilare un freddo bilancio, ma di riconoscere e custodire i semi che in questi mesi sono stati piantati affinché possano germogliare e portare frutto nella nostra esistenza.

Abbiamo vissuto una grande esperienza di Chiesa. I vari pellegrinaggi giubilari, per vicariato o per categoria, ma anche i tantissimi pellegrinaggi di singole persone o di piccoli gruppi, hanno condotto qui migliaia di persone. Questa Cattedrale si è riempita delle voci e della preghiera di tanti uomini, donne e bambini. Che cosa sono venuti a cercare? Che cosa li ha spinti a varcare la Porta Santa e a mettere la propria vita davanti al Signore? Solo Dio conosce i segreti dei cuori. Solo Lui ha potuto ascoltare le grida, le paure, le sofferenze, ma anche le lodi, i rendimenti di grazie, l’esultanza di tutti coloro che qui sono venuti a cercare conforto, luce, pace per le loro esistenze.

Il culmine di ogni pellegrinaggio è sempre stato l’incontro personale con Gesù, nel sacramento della Confessione e nella comunione con il suo Corpo, che ha aperto le vite di tanti ai bisogni materiali e spirituali dei fratelli più poveri. È questo l’insegnamento più grande che vogliamo custodire: la misericordia è l’abbraccio di Dio che si china sulle nostre ferite, ci perdona e così ci rende a nostra volta attori della misericordia, misericordes sicut Pater, misericordiosi come il Padre (Lc 6, 36).

Auspico che, dopo questo anno, il Confessionale torni ad essere nelle nostre Parrocchie un luogo privilegiato di incontro con il Signore, dove sempre si possa trovare un sacerdote pronto ad accogliere chiunque desideri ricevere il perdono di Dio. Vorrei che questo fosse un impegno concreto che la nostra comunità diocesana si assume: in ogni unità pastorale, in diverse fasce orarie e luoghi, sia sempre possibile trovare un sacerdote per le confessioni e in ogni parrocchia siano affissi i riferimenti del luogo e dell’orario in cui ogni giorno sia possibile confessarsi. E a voi, cari fratelli sacerdoti, dico: non aspettate che i fedeli vi chiedano di confessarsi, ma sedete nel confessionale: l’esperienza ci fa vedere che quando un sacerdote è presente nel confessionale, magari a leggere o a pregare, molte più persone, nel tempo, si accostano al sacramento della Penitenza.

Penso che la riscoperta della Confessione e delle opere di misericordia corporale e spirituale sia il lascito più prezioso di questo Giubileo. Soprattutto il legame inscindibile tra queste due esperienze. Non vi è infatti autentica carità nei confronti dei nostri fratelli e sorelle se essa non nasce dall’incontro personale con Cristo, dalla gratitudine per un dono che noi per primi abbiamo ricevuto e che desideriamo comunicare ad altri. Allo stesso modo ogni vero incontro con Gesù ci apre al riconoscimento della sua presenza nel prossimo, nella sua sete, nella sua fame, nel suo bisogno di compagnia e di consiglio, rivelatori del suo bisogno di Cristo.

Queste considerazioni ci aiutano a comprendere nel suo significato più vero anche la festa della dedicazione della Cattedrale che oggi celebriamo. Che cos’è infatti la Cattedrale se non l’immagine della locanda (cfr. Lc 10, 34) nella quale il Buon Samaritano ci conduce per prendersi cura di noi e per farci entrare nella sua carità divina? Gesù, nel Vangelo che abbiamo ascoltato, a coloro che decantavano la bellezza delle pietre e dei doni votivi di cui era ornato il Tempio, dice: Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta (Lc 21, 6). Solo la carità rimane, la carità del Padre e la carità che ognuno di noi avrà vissuto. In mezzo a tutte le tempeste, i tradimenti, gli sconvolgimenti apocalittici che il Vangelo descrive, chi vive nella fede e persevera in essa, chi vive cioè secondo la verità nella carità (Ef 4, 15), rimarrà come olivo verdeggiante nella casa di Dio(Sal 51, 10): nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. – dice Gesù. –Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita (Lc 21, 18-19).

La perseveranza di cui parla il Signore è innanzitutto la fedeltà alla vocazione che Egli ha donato a ciascuno di noi come strada per una più profonda conoscenza di Lui e adesione alla sua vita. Come dice san Paolo, una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati, quella della nostra vocazione (cfr. Ef 4, 4).

 

Omelia nella festa della dedicazione della Cattedrale. Chiusura diocesana del Giubileo straordinario della Misericordia.
Cattedrale di Reggio Emilia, 13 novembre 2016

(nella immagine, J. Wijnants, La parabola del buon samaritano, 1670)

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