Don Lorenzo in uno scorcio della vita in Cile. Il Signore entra nella storia per cambiare il nostro cuore.

Quest’ultimo anno è stato segnato dall’inizio della mia presenza come responsabile in una delle sei cappelle della nostra parrocchia di Puente Alto (in periferia di Santiago del Cile), quella dedicata a san Giuseppe. Sorge in un settore molto povero, il più povero del nostro territorio. Le case sono quasi tutte baracche, senza pavimento (solo i più intraprendenti riescono a ottenere un sussidio statale per migliorare l’abitazione) e con il tetto in lamiera. Alcuni si sono costruiti delle nuove stanze con pezzi di legno recuperati non si sa dove, dando alla casa un aspetto ancora più disastroso. Poi ci sono i “blocks”, un complesso molto grande di cemento con molti appartamenti a cui si accede grazie a un groviglio di scale esterne, rifugio della malavita organizzata che controlla il traffico di droga. La droga è la vera rovina del settore. Ogni tanto scoppiano anche sparatorie in pieno giorno con i bambini che giocano nei vicoli.

Anche le mura della “mia” cappella riportano un piccolo ricordo di uno dei tanti tragici regolamenti di conti: un buco nel muro a pochi centimetri dal tabernacolo. All’interno del buco è ancora visibile una pallottola. Una pallottola vagante che, circa due anni fa, ha mancato il destinatario, un ragazzo che aveva offeso un pezzo grosso della droga e che stava seduto nel piazzale antistante la cappella. Purtroppo non fu l’unica che spararono e le altre andarono a segno. Non so che nome avesse quel “chico”, certamente però, quel buco nel muro che vedo tutte le volte che mi genufletto davanti al Santissimo mi fa ricordare di lui durante il sacrificio della messa.

La mia presenza in questi mesi ha significato soprattutto conoscere e farmi conoscere. Ho visitato molte case, conosciuto molte famiglie e tanti, tanti anziani infermi che aspettano la morte in stanze maleodoranti e senza finestre. Quello che più mi colpisce di questi anziani è che la sofferenza ha purificato il loro cuore. Alcuni, è vero, sono disperati, non aspettano più nulla (e in spagnolo il verbo che si usa per dire “aspettare” è lo stesso che si usa per “sperare”). Eppure, quando si accorgono di quello che gli sto portando, si sciolgono in una commozione profonda. Gente che magari non è mai andata a messa in vita sua!

Un giorno entro in una casa e, non lo sapevo, scopro che vive lì, accudita dalla figlia, una donna di 99 anni di nome Maria. Da ormai cinque anni vive nel suo letto a causa di un’artrosi devastante che la costringe a stare in posizione fetale. Non si riesce neanche a stirarle un po’ le gambe. Si spaccherebbe. Io comincio a parlarle, le dico che le avevo portato un regalo da Roma (un rosario del Papa), che il Signore aveva voglia di venire a trovarla e tante altre “belle parole”. Mentre parlo, mi rendo conto che la sua testa è da un’altra parte. In sintesi non capiva assolutamente nulla e sua figlia mi guardava con l’espressione: “Parla, parla, tanto non capisce niente…”. Quando decido che è ora di andare le do una carezza e la benedico con la mano. In quel momento Maria si commuove profondamente e grossi lacrimoni cominciano a scenderle sul volto. Forse non aveva ascoltato nulla fino a quel momento, ma la vista della mia mano benedicente le aveva parlato. Aveva capito e in quel momento anch’io ho capito. C’è una cosa che desideriamo più di tutte, in qualsiasi condizione siamo: che il Signore ci guardi.

Questo è ciò che mi ha insegnato Maria. Mi ha anche insegnato che l’unica cosa che posso portare a questa gente non sono le mie parole, il mio saperci fare, il mio conforto, ma il conforto del Signore. Questo passa attraverso le mie mani. Sapere questo mi libera: è il Signore che salva tutto quel macello, io lo aiuto obbedendogli.

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