Don Matteo, missionario a Vienna, racconta la sua vocazione sacerdotale.

«Descrivi come sarai a quarant’anni». Questo, più o meno, il titolo del tema di quinta elementare che i miei genitori hanno ritrovato, cercando dei documenti scolastici, una settimana dopo la notizia ufficiale della mia ordinazione sacerdotale. Rileggendo quelle righe che avevo scritto a dieci anni, hanno fatto una scoperta: già allora pensavo che prima o poi sarei diventato sacerdote. Me ne ero completamente dimenticato! Dio suscita in noi l’idea di seguirlo in una certa via in modo misterioso e nascosto (tanto che io me n’ero dimenticato). Poi, però, torna e ci viene incontro attraverso persone e fatti, perché quell’ipotesi diventi persuasiva.
Sono nato a Forlì tra l’Appennino e il mare, trentadue anni fa. Sono vissuto in città, ma non vedevo l’ora che arrivassero le vacanze estive per trasferirmi in campagna dai nonni e gli zii, dove giocare all’aperto sotto il sole caldo.
I miei genitori incontrarono il movimento di Comunione e liberazione durante i miei primi anni di vita e io crebbi in mezzo a tanti amici, che mi tirarono su assieme a loro, comunicandomi una fede semplice. Ricordo che, durante la preparazione per la prima comunione, un prete ci chiese cosa avremmo preferito tra una montagna di cioccolata, una Ferrari e Gesù. Io ero un appassionato consumatore di cioccolata, ma ciò non mi impedì di dare la mia preferenza per Gesù, perché mi avrebbe procurato Lui cioccolata e Ferrari a volontà.

Le omelie del martedì
Negli anni delle medie ero entusiasta dell’esperienza fatta alle vacanze guidate da un prete di Cesenatico assieme ad altri amici di Forlì. Lì sentii dire che Dio è un amico che vuole fare grande la mia vita, come era grande quella di quel piccolo vivacissimo prete e dei suoi amici. Anche la mia insegnante di italiano mi aveva comunicato qualcosa di importante: il desiderio di vivere per qualcosa, per un ideale. Il giorno della mia cresima ebbi un’intuizione chiara. Sentivo in me una grande attesa, sapendo che sarei diventato “soldato di Cristo”. Quando il vescovo nell’omelia disse: «Spero che qualcuno tra di voi prenda la strada del sacerdozio…», mi sembrò che parlasse proprio a me. Quel momento mi rimase dentro come ipotesi che ogni tanto riemergeva.
Concluso il liceo classico mi iscrissi a Giurisprudenza a Bologna. Dopo i primi anni di università, cominciò un periodo più difficile, in cui non vedevo in alcun compagno la passione per la vita che desideravo avere. Questo disagio mi fece ascoltare con maggiore avidità le omelie di un sacerdote, che diceva messa al martedì per gli universitari di Comunione e Liberazione. Era pieno di fuoco e molto chiaro nel pensiero: qualità che mi affascinavano sempre. Andai a trovarlo pieno dei miei interrogativi e anche della domanda su cosa volesse Dio da me. Ne nacque un’amicizia molto intensa, che resuscitò la mia vita, mi diede speranza e forza per affrontare l’università alla grande. Ero rappresentante degli studenti: cominciarono rapporti interessanti con alcuni professori, iniziai a godermi molto di più l’amicizia con i compagni (del movimento e non), trovavo le energie per studiare, pur in mezzo a tanti impegni. Soprattutto, niente era più bello che raccontare agli altri l’esperienza che facevo. Si fece strada in me il desiderio di vivere sempre così, di dare tutto per quella bellezza. L’idea del sacerdozio rinacque in me, perché volevo essere come quel mio amico prete, volevo offrire ai miei amici e a tutti Gesù stesso, che stava cambiando la mia vita. Alla fine dell’università conobbi alcuni sacerdoti della San Carlo e decisi di entrare in seminario.

Un seme piantato da Dio
Nella Fraternità ho scoperto in modo nuovo che quell’ideale che volevo seguire non è qualcosa di arduo da realizzare e che Dio mi chiede. È, invece, il dono che lui mi fa di una compagnia, di una casa, in cui vivere con lui stesso. «Sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire noi», diceva una canzone di Gaber, all’epoca in cui frequentavo le superiori. Questa frase, che mi è tornata in mente più volte lungo la mia vita, è stata una sorta di promessa. Ho imparato a dire “noi” in questi anni e soprattutto grazie ai fratelli e ai padri che ho ricevuto nella Fraternità.
Ora sono in missione a Vienna. Quando guardo i giovanissimi chierichetti della nostra parrocchia, due dei quali non hanno nemmeno cominciato a leggere, penso a cosa può dire loro Dio in modo misterioso, attraverso le parole e i gesti della messa, che loro ancora non capiscono. Allora prego perché possano vivere una compagnia, che nutra il seme silenziosamente piantato in loro da Dio. Siamo qua in quattro, per viverla anzitutto noi.
matteo dall’agata dallagata

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