Nell’imminenza del Natale proponiamo una meditazione di don Emmanuele Silanos, con l’augurio di poter seguire l’esempio dei pastori che, nella luce dell’inizio, adorarono e credettero.

In questi giorni in preparazione al Natale, la Chiesa ci ha riproposto i primi due capitoli del vangelo di San Luca: e ogni volta che li leggiamo ci troviamo una frase, una parola, un personaggio, che attira la nostra attenzione. Forse nessun’altra pagina dei vangeli è così ricca, in questo senso.
La frase su cui vorrei soffermarmi questa volta è quella con cui Luca descrive il comportamento dei pastori al loro rientro alle loro case: l’evangelista dice che se ne tornarono «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto». Che cosa dunque hanno visto i pastori per tornare così contenti? Hanno visto ciò che gli angeli avevano loro indicato: un bambino avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia… Detta così, non si capisce molto bene la ragione di tanto entusiasmo! Allora cerchiamo di capire che cosa hanno visto.

Innanzitutto, hanno visto un bambino. Il profeta Isaia, nella prima lettura, dice: «Un bambino ci è nato, ci è stato dato un figlio». Questa è la ragione della nostra gioia: “ci è nato un figlio”!
Perché un figlio è una gioia? Perché due genitori provano una gioia sconfinata, come mai hanno avuto prima, quando nasce loro un bambino? Perché il figlio è segno di una predilezione. Un figlio è qualcuno che nasce da me, che garantisce una continuità alla mia stirpe, alla mia stessa vita; è segno che la mia vita ha portato frutto. E anche chi, come noi preti, non potrà gustare la gioia di avere figli carnali, però ha ugualmente il desiderio di portare frutto nella vita: questo bisogno ce lo abbiamo tutti molto vivo! Eppure tutto questo non è scontato, non è scontato che noi porteremo dei frutti nella nostra vita, così come non è scontato per una famiglia avere dei figli. Nessuno ce li assicura, così come nessun ci assicura che la nostra vita avrà successo. Ecco allora perché quando arriva un figlio ci si sente preferiti, prediletti, particolarmente amati. Quello che gli angeli dicono ai pastori è proprio questo: “Vi è nato un Salvatore, vedrete un bambino”. Sono parole che richiamano quelle del profeta Isaia, è come se gli angeli dicessero: “Vi è nato un bambino, un figlio vi è dato: a voi, per voi! Questo figlio vi appartiene. È vostro”. In quel momento i pastori fanno la stessa esperienza di tutti gli altri personaggi che abbiamo incontrato in questi ultimi giorni: prima Elisabetta, poi Zaccaria, Maria, ora i pastori, tra qualche giorno vedremo Simeone… Tutti sono stati fatti oggetto di una predilezione, sono stati invasi da una grazia assolutamente immeritata. A tutti loro “è stato dato un figlio”.
Ecco, per noi è lo stesso. Noi che, in fondo, desideriamo, la stessa cosa: che qualcuno entri nella nostra vita come un dono, inaspettato e gratuito, che superi i nostri meriti e le nostre immaginazioni.
Ci ha scritto dal Cile, qualche giorno fa, Simone Gulmini, che fa il cappellano in un ospedale, visita, cioè, gli ammalati del più grande ospedale di Santiago. Ci scrive: «La domanda più frequente delle persone che incontro non è: Perché il male ha toccato me? Perché il Signpre permette questo mio dolore? No, la domanda più frequente è un’altra: Ritorni a trovarmi, domani? Le persone desiderano, prima di tutto, incontrare chi è disposto a farsi loro compagno di cammino: vogliono una presenza, qualcuno che sia presente alla loro vita».
Il Natale è anzitutto risposta al bisogno dell’uomo: risposta al bisogno che qualcuno si faccia presente nella mia vita, mi accompagni dentro la fatica che faccio, dentro il dolore, la gioia, la vita di tutti i giorni. Le risposte alle altre mie domande verranno dopo. Anzi, quella Presenza le contiene già tutte. Ecco, questo era quel Bambino per i pastori: era la risposta a quel loro stesso bisogno.

In secondo luogo, cosa hanno visto i pastori? Hanno visto un bambino avvolto in fasce, deposto. Gli angeli, usando questo verbo “avvolto” in fasce, ci fanno pensare al gesto di sua madre, della Madonna, un gesto di estrema attenzione, di amore materno, di tenerezza. Un gesto composto e dignitoso. Ha scritto don Giussani: «Il Natale è la festa dell’affezione di Dio all’uomo, che ha reso Madre una donna e ha reso Bambino Dio». I pastori hanno visto quell’amore, quell’affezione, quella tenerezza, e li hanno desiderati per sé, li hanno percepiti possibili per sé.
I Padri della Chiesa hanno accostato il gesto di Maria che avvolge il bambino nella culla con quello che sempre la Madonna farà dopo la deposizione di Cristo: la Madonna avvolge il corpo di Cristo e lo depone nel sepolcro. Tant’è vero che il verbo usato è lo stesso: deposto nella mangiatoia e deposto nel sepolcro. È come se, con quel gesto, la Madonna preannunciasse quello che avverrà sotto la croce. Ha fatto notare Benedetto XVI come tanti iconografi orientali dipingano la culla di Gesù come un sepolcro scavato nella roccia. Questo è quello che vedono i pastori! Naturalmente sono inconsapevoli di ciò che significa quel gesto, eppure, al tempo stesso, in un solo sguardo, diventano spettatori dell’intera vicenda della loro Salvezza, hanno già visto in anticipo l’origine della loro redenzione: hanno già visto la Pasqua dentro il Natale… Il loro dare gloria a Dio è, allora, ancora più giustificato.
È qui, pertanto, descritta la dinamica della fede: si crede non perché si capisce tutto subito, ma perché tutto è già contenuto nell’inizio, nel primo incontro, e la vita diventa poi un approfondimento continuo di ciò che abbiamo visto e creduto.

Da ultimo, i pastori hanno visto un bambino avvolto in fasce deposto in una mangiatoia. Questo è il punto più delicato, più difficile da comprendere. Infatti, che ragione ci sarebbe di dare gloria a Dio davanti a questa scena? Che cosa c’è di bello, in questo spettacolo: un bambino che nasce in un posto in cui di solito stanno gli animali? Che cosa c’è di dignitoso, di edificante, di bello? Quale ragione c’è per rendere gloria a Dio? È una scena di cui ci si dovrebbe vergognare! Eppure gli angeli non si vergognano di annunciare ai pastori “un evento straordinario”. E neppure Maria e Giuseppe si sottraggono alla vista dei pastori che, imprevisti avventori, arrivano a visitarli e, anzi, permettono loro di adorarlo! E anche i pastori… perché mai si mettono ad adorarlo? Evidentemente c’era, in quella scena paradossale, qualcosa di disarmante e di attraente allo stesso tempo, qualcosa di luminoso e di regale, altrimenti non si spiegherebbe né l’adorazione dei pastori né quella, successiva, dei Magi. È qualcosa di simile a ciò che accade sotto la croce, quando, proprio nel momento della sua apparente sconfitta, Cristo rivela tutta la sua regalità, al punto che, proprio davanti a quello spettacolo, c’è chi lo riconosce come il Figlio di Dio.
Io credo che i pastori, in quel momento, avranno capito due cose: la prima è che quella mangiatoia rappresentava la loro vita. E la seconda è che Cristo, l’Altissimo, l’Onnipotente Signore del cielo e della terra si lascia adagiare in un luogo misero come quello a cui loro erano abituati e Maria e Giuseppe lo curano come fosse un re. Ecco: mai nessuno aveva abitato quei luoghi a loro familiari con tanta dignità. Lo stesso vale per noi: la nostra miseria, la nostra meschinità non sono motivo di ribrezzo per Gesù. Non lo ripugna vivere corpo a corpo con noi, diventare uno come noi.
Questo ci insegna che davvero ogni luogo è amato da Dio, ogni terra, ogni popolo, ogni cultura, così come “ogni realtà umana è ricettiva del Verbo”: non c’è posto al mondo in cui Cristo non possa essere accolto, e riconosciuto, non esistono “paludi” in cui la Parola di Dio non possa essere accolta.

I pastori, infine, vedono questa scena così terrena, così materiale, così misera, accompagnata dalla presenza degli angeli del Cielo in festa. Ecco allora l’ultima domanda: perché in questi primi due capitoli di Luca sono così tanto presenti gli angeli?
Perché il Natale è l’incontro fra il cielo e la terra, tra gli angeli e la mangiatoia. Sono due mondi che prima erano quasi sconosciuti l’uno all’altro, e che da questo momento in poi diventano familiari.
Dice sant’Ireneo che “il Verbo si è fatto carne per abituare Dio all’uomo e l’uomo a Dio”. Quegli uomini, i pastori, capiscono che la gioia degli angeli, la gioia del paradiso, è anche per loro. Capiscono che, con la nascita di quel bambino, il Cielo si è impastato con la terra e da quel momento possiamo partecipare anche noi alla festa degli angeli. La presenza di Cristo è la promessa di una gioia senza limiti e senza fine, ed è, per noi, l’anticipo, già adesso, del Paradiso.

Omelia nella veglia di Natale, 24 dicembre 2017

 

(Nell’immagine, Pieter Paul Rubens, Adorazione dei pastori – part. – 1608)

Leggi anche

Tutti gli articoli