Proponiamo l’omelia di don Paolo Sottopietra nella memoria di san Giovanni Paolo II, patrono secondario della Fraternità san Carlo.

Poco dopo la canonizzazione di Giovanni Paolo II del 27 aprile 2014, proponemmo a don Massimo, che già da qualche mese era Vescovo di Reggio Emilia, di poter aggregare Giovanni Paolo II a san Carlo e san Giuseppe come protettore della nostra Fraternità. Fu infatti “il Papa dei movimenti” che ci riconobbe come Istituto di diritto pontificio. In quegli stessi mesi, chiedemmo a monsignor Stanisław Dziwisz, allora Arcivescovo di Cracovia, di donarci una reliquia del papa santo. Ce la consegnò lui stesso – una goccia del sangue del Papa , nel gennaio 2016, durante una sua visita a Roma.
Sono passati nel frattempo più di cinque anni anni. Recentemente, il 16 luglio 2019, la Congregazione del culto divino ha risposto positivamente alla nostra richiesta, accordandoci la facoltà di venerare san Giovanni Paolo II come co-patrono della nostra Fraternità.

Oggi lo ricordiamo dunque per la prima con questo titolo e vogliamo vivere questa messa come atto di gratitudine e di lode a Dio, in particolare per il dono del pieno riconoscimento ecclesiale che la Fraternità san Carlo, dopo la Fraternità di Comunione e liberazione, ha ricevuto dalle mani di questo Papa santo.
Voglio chiedere a lui stesso, insieme a voi, di insegnarci quale sia il profondo significato della parola ringraziare. Per questo vi leggo una lettera che Karol Wojtyła scrisse ai coniugi Półtawski, suoi cari amici fin dagli anni in cui era un giovane prete della diocesi di Cracovia.
A Wanda, giovane medico madre di due bambine e moglie di Andrzej era toccato il miracolo della guarigione da una forma di cancro molto grave. Wojtyła aveva chiesto a padre Pio di intercedere per lei e il santo aveva ottenuto la grazia. Si conservano ancora due brevi lettere che testimoniano questo interessamento, uno scambio tra due santi. Wanda era guarita e ogni segno del male che l’aveva portata alle soglie della morte scomparso. La lettera di Wojtyła è del 26 novembre 1962 e fu spedita da Roma, dove il giovane Vescovo si trovava come padre conciliare. Il Concilio Vaticano II era iniziato da poco.
Pensando proprio al miracolo ottenuto da Wanda, Karol Wojtyła scriveva:

Miei cari: Dusia e Andrzej

Scrivo pensando all’onomastico di Andrzej, il 30 di questo mese, quindi venerdì. Questa lettera ovviamente non arriverà in tempo, ma tu, Andrzej, sai bene che io sono tra quelli che ti fanno gli auguri. Celebrerò al mattino la messa, con un pensiero particolare per Kasia, perché sia sana e perché cresca bene. Mettiamo questo nelle mani di Dio.

Per il ritorno della salute di Dusia lo ringraziamo – dobbiamo essere capaci di ringraziare con lo stesso fervore con cui sappiamo chiedere. La gratitudine ci porta sempre vicini in modo particolare alla persona. E oltre a questo, di nuovo lo stesso problema: bisogna sapere in qualche modo porre questa grazia nell’ordine della propria vita, scoprendo sempre più in profondità il suo significato, nella totalità della vita e della vocazione. Questa è come la continuazione della gratitudine o addirittura semplicemente la sua giusta profondità e pienezza. Probabilmente è così anche nelle relazioni tra le persone. Ti dirò, Dusia (questo forse ti darà gioia), che questo graduale inserimento, nell’ordine della vita, di ciò che riceviamo in essa è forse più importante del dottorato. A te invece, Andrzej, auguro che questo ti aiuti indirettamente a concludere il dottorato. Ma questo è solamente una piccola parte dei miei auguri.

Colgo l’occasione per congratularmi di cuore per l’appartamento: finalmente potrete stare in casa vostra con tutti quelli che devono stare con voi, con tutti e con tutto.

Io qui sto bene. Da qualche giorno fa sempre più freddo, le giornate sono belle e sane, come da noi in autunno, al mattino fa fresco. Ho sempre molta iniziativa intellettuale – sono fatto così – e anche io devo costantemente lavorare, per mettere in ordine tutto ciò che ricevo. Dio è buono. Vi saluto tutti con grande affetto e vi bacio insieme con le bambine.

Fr.

(Wanda Półtawska, Diario di un’amicizia. La famiglia Półtawski e Karol Wojtyła, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pp. 82-83.)

Voglio sottolineare alcune frasi:

«[…] dobbiamo essere capaci di ringraziare con lo stesso fervore con cui sappiamo chiedere».
Ecco un primo insegnamento che riceviamo dalle parole di Wojtyła: a non lasciare che le grazie che chiediamo, una volta ottenute, diventino per noi realtà scontate, date per acquisite, così che ci dimentichiamo di averle ricevute in dono.
Non è scontato che la Fraternità san Carlo esista, che la Chiesa abbia guardato con favore i suoi inizi e l’abbia accompagnata fino alla maturità. Non è scontato che questo sia accaduto a soli quattordici anni dal primissimo inizio, e a soli dieci anni dal primo riconoscimento come Società di Vita Apostolica della diocesi di Roma.
Di conseguenza, non è scontato che questa nostra casa ci sia, che la Chiesa cioè ci abbia affidato la responsabilità di dar forma a un seminario con il diritto di portare all’ordinazione dei sacerdoti in nome della Chiesa stessa. Non è scontato che ci sia stata data la possibilità di lavorare in trenta diocesi nel mondo, di contribuire alla nascita e allo sviluppo del movimento in tanti Paesi, e di riscoprire in questo modo la pertinenza del dono profetico che è stato fatto a don Giussani per il nostro tempo e a tutte le latitudini.
Questa grazia, dono gratuito che Dio ci ha voluto concedere, è passata per il cuore, la mente e le mani di un uomo, che riconosciuto l’opera dello Spirito Santo nel carisma di don Giussani e nelle intenzioni di don Massimo e dei primi suoi compagni, che ci ha perciò sostenuto, ci ha guardati come un bene per la Chiesa e ha creato per noi uno spazio di libertà all’interno di essa, esercitando in questo modo la sua funzione propria di autorità suprema ma anche, in certo qual modo, associandoci alla sua personale opera di evangelizzazione.

«La gratitudine ci porta sempre vicini in modo particolare alla persona», scrive ancora Wojtyła.
Attraverso l’esperienza della gratitudine, noi veniamo naturalmente attratti in una profonda comunione con chi ci fa del bene. La gratitudine ci fa amare l’altro, proprio perché è il riflesso suscitato in noi dalla sua iniziativa gratuita, e ci mette così nelle condizioni di comprenderlo più intimamente. Ci porta vicini alla sua persona, come ha scritto Wojtyła ai suoi amici.
Così la gratitudine che proviamo oggi per il dono ricevuto nel 1999 ci porta vicini in modo particolare sia a Dio, dal quale proviene ogni buon regalo e ogni dono perfetto (Gc 1, 17), sia all’uomo che è stato suo strumento a nostro vantaggio. La memoria dei santi si rivela così come una esperienza affettiva fondamentale: essa crea veri legami tra persone di generazioni diverse nella Chiesa, rivela parentele nascoste tra le diverse sensibilità, permette ai contenuti dell’insegnamento di queste personalità elette di proseguire la loro influenza nella storia, genera insomma uno scambio reale tra cielo e terra.
Tutto ciò è frutto e guadagno della gratitudine.

La terza frase che voglio commentare è quella che considero decisiva: «[…] bisogna sapere in qualche modo porre questa grazia nell’ordine della propria vita, scoprendo sempre più in profondità il suo significato».
Il dono ricevuto, se è reso spiritualmente fecondo dalla gratitudine, non esaurisce la rivelazione del suo significato nel momento in cui viene ricevuto. Anzi, come un buon farmaco, rilascia il suo effetto benefico quasi crescendo con noi nel tempo e nella misura in cui le persone che lo ricevono lo sanno inserire «nell’ordine della propria vita […], nella totalità della vita e della vocazione». Il dono ricevuto, nella misura in cui è veramente accolto, avvia insomma un cammino di scoperta progressiva, lungo il quale esso svela il suo significato e i suoi significati con sempre maggiore ampiezza e profondità.
Perché Dio ci ha suscitati, quando erano già tante le realtà ecclesiali – e molte di esse dalle storie gloriose – alle quali avremmo potuto aderire? Perché ci ha chiamati ora, in questo tempo? Che cosa ci ha dato di specifico, come segno distintivo del nostro volto? Che cosa ci rivelano le circostanze in cui siamo nati del disegno provvidenziale di Dio su di noi? E, di conseguenza, qual è la nostra responsabilità, il compito per il quale siano stati chiamati e convocati insieme?
È importante che ci poniamo queste domande e che cerchiamo di arrivare a risposte precise. Questa riflessione non è compito dei soli superiori! Al contrario, dovrebbe essere avvertita come esigenza interiore da ciascuno di noi, esigenza di un significato concreto che getti luce sulla propria personale vocazione. Il dono della Fraternità ha certamente disegnato i contorni della nostra vocazione comune; è però altrettanto vero che solo se ciascuno di noi saprà «porre questa grazia nell’ordine della propria vita», potrà prendere coscienza del significato che questo dono ha per lui, per chiamata che Dio ha rivolto a lui, che rimane pur sempre unica e irripetibile all’interno della forma comune. Da questa presa di coscienza dipendono la sicurezza, lo slancio e la creatività con cui ciascuno di noi appartiene alla Fraternità. Da essa dipende insomma la forza della nostra figliolanza.
«Questa è come la continuazione della gratitudine o addirittura semplicemente la sua giusta profondità e pienezza», aggiunge Wojtyła. Senza questo lavoro di memoria e di assimilazione cosciente del dono ricevuto, non c’è vera gratitudine. Oggi dunque, guardando a san Giovanni Paolo II, possiamo imparare dal suo cuore così sensibile a vivere una maggiore serietà verso le grazie che abbiamo ricevuto e che riceveremo. Non credo ci sia pericolo di sbagliare, se diciamo che il Papa santo ha imparato la stima per una memoria vigile e intelligente, che sa custodire ciò che riceviamo e ci apre a Dio e al futuro, dalla Madonna alla quale era così teneramente consacrato. Egli ci insegna così a chiedere a Maria di poter vivere un riflesso del suo animo grato e riflessivo. Chiediamole di avere un cuore grato e non dimentico, sensibile al dono, capace di intelligente riconoscenza. Chiediamole che questa dimensione di silenzio attivo possa essere il motore più intimo della nostra missione sacerdotale.

Questo augurio mi porta a ringraziare oggi anche per l’esistenza delle Missionarie di san Carlo, nella stessa chiave che ci è stata suggerita dalle parole di Wojtyła ai suoi amici di Cracovia.
Scoprire «sempre più in profondità il […] significato» del dono non è infatti solo il frutto di un lavoro paziente di memoria, di riflessione, di dialogo con Colui che ce lo ha dato. È il dono stesso a rivelare gradualmente il suo significato, attraverso uno sviluppo che origina dei fatti, eventi nuovi ed esterni a noi che fanno crescere il significato del dono originario e lo arricchiscono. Il dono, accolto e coltivato da chi lo riceve, non rimane inattivo. Continua a suscitare novità, nuova e oggettiva realtà donata, superando spesso le nostre capacità di previsione. Da una stessa radice nascono così nel tempo nuovi germogli, che portano nuovi fiori e nuovi frutti.
Nella nascita e nel riconoscimento ecclesiale della Fraternità san Carlo era già contenuta la potenzialità di nuovi sviluppi, che non potevamo immaginare. Solo il tempo li avrebbe manifestati. Il maturare di questo nuovo evento e l’effettiva nascita di una nuova realtà nella Chiesa ci ha rivelato ricchezze per noi veramente nuove, ma che erano già da sempre presenti nel dono ricevuto, e quindi nel disegno di Dio su di noi.
Ecco dunque un ultimo suggerimento che oggi vorrei trarre dalla riflessione del santo Papa polacco sulla gratitudine: la comunione tra le nostre due realtà è un tratto costitutivo del dono originario che abbiamo ricevuto dallo Spirito Santo che ha suscitato la Fraternità; nello stesso tempo essa è una realtà viva, non data una volta per sempre, ma affidata al nostro contributo libero e creativo. La nostra unità diventa realtà concreta nella storia se noi sappiamo esercitare quell’arte di memoria che Giovanni Paolo II ci insegna: l’arte del «graduale inserimento, nell’ordine della vita, di ciò che riceviamo in essa».

(nell’immagine, san Giovanni Paolo II in un dipinto di Emilio Colombo, 2017).

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