Nel tempo di Natale contempliamo l’evento storico dell’Incarnazione: Dio si è fatto fisicamente vicino all’umanità attraverso il suo Corpo che è la Chiesa. Proponiamo l’omelia di Natale di mons. Camisasca

Cari fratelli e sorelle,

è con grande gioia che anche quest’anno ci ritroviamo per lasciarci illuminare dalla nascita di Gesù. L’accorciarsi delle giornate e la prevalenza delle ore di buio che sempre caratterizzano il tempo precedente il solstizio d’inverno, sembrano esprimere – quest’anno in modo particolare – le paure e le incertezze causate dalla pandemia che tutti stiamo vivendo. Il mondo intero, scriveva san Massimo di Torino, «desidera, trepidante nell’attesa, che il chiarore di un sole più splendente illumini le sue tenebre»[1].
Il Natale del Signore, luce del mondo, ci restituisce le ragioni della speranza e ci invita a guardare con fiducia al futuro. Con la nascita di Cristo, infatti, «il mondo stesso… dalle profonde tenebre notturne emerge quasi per un parto di luce… e viene restaurata la sua luminosità»[2].
Quanto abbiamo bisogno di questa luce! La luce che scaturisce dalla certezza che non siamo soli, che la sofferenza, e persino la morte, non sono l’ultima parola. Dio si fa uomo per donarci la sua vita divina, per dirci che l’unico orizzonte adeguato della nostra esistenza è la vita eterna, che la salute del corpo è parte di una salute più grande e più necessaria, che Egli è venuto a portare.
Come ho detto recentemente ad alcuni sportivi, il Natale è in un certo senso la festa della corporeità perché il Verbo eterno di Dio si fa carne e così sigilla definitivamente il valore del corpo e della fisicità. Nello stesso tempo allarga gli orizzonti angusti e idolatrici in cui solitamente confiniamo la cura del nostro corpo. L’uomo, infatti, manifesta la sua bellezza solo quando è compreso nella sua unità di corpo e di spirito.
Dio avrebbe potuto raggiungerci in molti modi, ma ha scelto di incarnarsi, di diventare uno di noi, perché noi lo potessimo vedere, toccare, incontrare. L’Incarnazione del Figlio di Dio ci insegna che la fede non è qualcosa di astratto, di “spiritualistico”. Non è neppure qualcosa che si può vivere solo virtualmente, in streaming. Il Padre non ha fatto una conference call o un incontro zoom per parlarci del suo amore. Egli ha mandato suo Figlio, in presenza. Nella carne. Ed egli è rimasto incarnato, cioè continua a raggiungerci attraverso la fisicità della Chiesa, suo corpo. Attraverso la concretezza dei sacramenti e della comunione tra coloro che egli sceglie e porta con sé. Egli continua a nascere ogni giorno nella vita del mondo, e lo fa ogni volta in modo discreto e silenzioso, come la prima volta a Betlemme. Viviamo in un mondo in cui le innumerevoli possibilità di amplificare la nostra voce, attraverso i social e gli altri mezzi di comunicazione, finiscono per far passare quasi in secondo piano il contenuto che comunichiamo. È come se la voce soppiantasse la parola. Il Natale ci riporta al significato autentico della comunicazione. Durante l’Avvento abbiamo ascoltato Giovanni il Battista affermare che la voce deve cedere il posto alla parola e il Padre, inviando suo Figlio, ci insegna che la Parola non è appena un messaggio, anche se grande e importante. Essa è innanzitutto vicinanza, presenza, convivenza. In Gesù, Dio è definitivamente diventato vicino all’uomo.

Egli è la Parola del Padre, la sua visibilità. Eppure, incarnandosi, ha scelto di avere un padre e una madre terreni e in questo modo ci rivela il significato profondo di ogni paternità e maternità. Proprio su questo vorrei attirare quest’anno la nostra attenzione. Come sapete, il Santo Padre Francesco ha indetto un anno speciale dedicato a san Giuseppe in occasione dei 150 anni dalla sua elezione a patrono della Chiesa universale da parte del beato Pio IX. È un grande dono per tutti noi, soprattutto in questo tempo in cui «spesso i figli sembrano essere orfani di padre» e «anche la Chiesa… ha bisogno di padri»[3].
Che cosa ci insegna san Giuseppe? Innanzitutto che la paternità (così come, d’altronde, anche la maternità) è sempre «segno che rinvia a una paternità più alta»[4]. In fondo siamo tutti padri putativi, anche dei nostri figli carnali. Essi non ci appartengono, ci sono affidati. «Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito»[5] e il nostro compito è di essere «ombra dell’unico Padre celeste»[6], accompagnarli a scoprire la sua presenza. È questo il senso delle parole di Gesù: Non chiamate nessuno di voi sulla terra “padre”, perché uno solo è il Padre vostro (Mt 23, 9). Tutti noi siamo chiamati a essere l’ombra del Padre, come significativamente Jan Dobraczyński titola il suo bellissimo romanzo su san Giuseppe[7] (che consiglio a tutti di leggere durante quest’anno). Se siamo tramiti di una paternità più grande e più vera, ne consegue che per vivere il nostro compito abbiamo bisogno di immergerci nel rapporto con questo Padre, lasciarci istruire da lui, imitare la sua pedagogia. Per questo è necessario il silenzio, la preghiera, la meditazione delle parole e delle opere di Dio. Per essere padri è necessario essere figli, così come per amare è necessario lasciarsi continuamente amare.
È questo il secondo atteggiamento che ci insegna san Giuseppe, raccolto nell’epiteto “castissimo” con cui la tradizione della Chiesa si riferisce a lui. Che cosa significa “casto”? Il papa scrive che non si tratta di «un’indicazione meramente affettiva», ma è invece «la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore». San Giuseppe, dunque, ci mostra cosa significhi amare, imitare il Padre che «ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui». Scrive sant’Agostino a proposito di Giuseppe: «tanto più vero padre, quanto più casto padre (tanto firmius pater, quanto castius pater[8]. Solo questo atteggiamento – che non schiaccia, ma suscita ed esalta la libertà del figlio – permette di entrare nell’esperienza della paternità vera e quindi anche della fratellanza.

È questo l’ultimo aspetto che vorrei mettere in evidenza e che spero possa costituire un punto di lavoro importante per le nostre comunità durante quest’anno: senza un padre non c’è fraternità; senza un’autorità – intesa nei termini che ho descritto – non è possibile la comunione. Oggi si parla tanto di sinodalità nella Chiesa, mettendola spesso in contrapposizione al tema dell’autorità. Non ci si rende conto che queste due esperienze sono intrinsecamente connesse[9]. La crisi dell’autorità è all’origine delle difficoltà nel vivere una sinodalità autentica. Non si può camminare assieme (σύν οδòς) senza riconoscere un padre, come ognuno può sperimentare nella propria vita e come d’altronde dimostra anche l’esperienza di tante nostre Chiese sorelle, sia in ambito protestante che ortodosso. La funzione dell’autorità, che Cristo stesso ha voluto come servizio imprescindibile nella vita della Chiesa, è una delle manifestazioni più commoventi della sua carità. Proprio per questo è soggetta anche alle mistificazioni più grandi. Le degenerazioni della figura dell’autorità che a volte abbiamo sperimentato anche nella Chiesa, non possono cancellare la sua grandezza e la sua necessità, ma devono aiutarci a riscoprire con rinnovata umiltà la sua importanza e la sua bellezza nella nostra vita. Se «essere padri significa introdurre all’esperienza della vita e alla realtà»[10] nel suo significato più vero, allora capiamo che non solo non ci può essere un cammino comune senza padri, ma non ci può essere neppure vita, fecondità, libertà.

In questo giorno solenne, in cui contempliamo l’eterno Verbo del Padre che si fa Figlio dell’uomo, chiedo a san Giuseppe la grazia, per nostra Chiesa diocesana e per tutti gli uomini di buona volontà, di una riscoperta del valore positivo della paternità e dell’autorità perché possiamo entrare nella gioia della comunione autentica che Gesù oggi è venuto a portare.

Buon Natale a tutti!

 

[1] Massimo di Torino, Sermone 61a, 1.
[2] Massimo di Torino, Sermone 61b, 1.
[3] Francesco, Patris corde, n. 7.
[4] Ivi
[5] Ivi
[6] Ivi
[7] J. Dobraczyński, L’ombra del Padre. Il romanzo di Giuseppe, Morcelliana 1980.
[8] Agostino di Ippona, Sermo 51, 16.20: PL 38, 348.351; cfr. De consensu Evang., 2,1: PL 34, 1071, s.

[9] Scrive papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, n. 272: «Senza un’apertura al Padre di tutti non ci possono essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità».

[10] Cfr. Francesco, Patris corde, n. 7.

Omelia nella Solennità del Natale di N. S. Gesù Cristo
Cattedrale di Reggio Emilia, 24 dicembre 2020 – Concattedrale di Guastalla 25 dicembre 2020

 

(Nell’immagine: Beato Angelico, Adorazione del Bambino, 1440).

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