Una meditazione sulla speranza come punto focale dell’Avvento, con lo sguardo alle grandi figure del vecchio e nuovo Testamento: Abramo, i Profeti, Giovanni Battista.

L’Avvento è il tempo dell’attesa. Tutta la vita in realtà lo è. L’attesa di un bene che deve venire, la speranza che accada qualcosa di bello e di grande, fa parte della nostra natura di uomini. Senza nemmeno accorgercene, attendiamo. Eppure facciamo l’esperienza che la speranza è una virtù difficile, forse la più difficile. Conosciamo bene le parole di Péguy: «La fede non mi stupisce. / Non è stupefacente. / Risplendo talmente nella mia creazione… / La carità, dice Dio, non mi stupisce. / Non è stupefacente. / Quelle povere creature sono così infelici che a meno di avere un cuore di pietra, come non avrebbero carità le une per le altre. … / Quello che mi stupisce, dice Dio, è la speranza. / Non me ne capacito. / Questa piccola speranza che ha l’aria di non essere nulla. / Questa bambina speranza. / Immortale» (Il portico del mistero della seconda virtù).
Perché è difficile sperare? Anzitutto per l’esistenza del male. Vediamo ogni giorno il male che si diffonde nel mondo, e sembra vincere. Ancora di più, si oppone alla speranza il trionfo del male dentro di noi. Siamo peccatori, cadiamo sempre negli stessi peccati. Nonostante i nostri buoni propositi, non vediamo miglioramenti. Sembra che Cristo non mantenga la promessa che l’incontro con Lui ha suscitato nella nostra vita.
Occorre tornare alla freschezza degli inizi, riscoprire la speranza con una consapevolezza più matura. Dove possiamo imparare nuovamente a sperare? Uno dei luoghi che Dio ci mette a disposizione è la Sacra Scrittura. Meditandola, si può formare e fortificare in noi una nuova visione del mondo, quella della fede. Vogliamo purificare la nostra speranza, guardando alcune grandi figure bibliche che hanno vissuto intensamente l’attesa.

Abramo
La vocazione di Abramo consiste in una grande promessa e nella richiesta di un grave sacrificio. Dio gli dice: Vattene dal tuo paese […] verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò (Gen 12,1-2). La promessa di una discendenza e di una nuova patria è connessa con la richiesta di lasciare il suo paese. La Scrittura non riferisce alcuna esitazione: quando Dio chiama, Abramo obbedisce. Obbedisce proprio perché si fida della promessa, che fa vibrare alcune corde del suo cuore che sembravano ormai arrugginite. Abramo desiderava una discendenza, ma aveva smesso di credere che il suo desiderio potesse avverarsi. Era un desiderio che aveva sepolto. Ecco però che appare un fattore nuovo, inaspettato: Dio gli parla e risveglia il suo desiderio di vita.
Oltre alla discendenza, Dio promette anche una nuova terra. Quando Abramo parte, le due promesse non sono ancora realizzate. Il loro compimento è semplicemente annunciato. Abramo non ha le forze per realizzarle da sé. L’oggetto della sua speranza supera le sue possibilità. Questa è una caratteristica importante della speranza cristiana: essa supera le possibilità dell’uomo. Albert Camus esortava: «Siate realisti, chiedete l’impossibile».
Proprio perché supera le nostre possibilità, questa speranza trova sempre la sua origine al di fuori di noi, deve essere suggerita dall’esterno, da un avvenimento imprevisto. Massimo Camisasca osserva che il problema della speranza non consiste tanto nel fatto che essa poggi su qualcosa che non vediamo ancora, ma nel fatto che poggia su qualcosa che noi non possiamo manipolare o dominare (cfr. Riflessioni sulla speranza, Genova, Marietti 2006, 15).
C’è un altro fatto che stupisce: Abramo lascia la sua patria, la sua città, la sua casa, tutto ciò che gli è caro. Il trasferimento è definitivo. Non tornerà più. La sua partenza introduce nel mondo la percezione della storia come cammino che avanza verso uno scopo. Introduce quindi la consapevolezza dell’utilità del tempo. Esso non consiste in un eterno ciclo di nascita e di morte, dove si ricomincia e finisce sempre allo stesso punto, ma è un avanzare verso un futuro più luminoso. Il tempo, la vita dell’uomo, inizia ad avere un senso. Il presente acquista un peso perché è orientato ad un futuro.
Scrive don Massimo: «Se Cristo ci avesse incontrati per strada, allora come oggi, ci avrebbe guardati vedendo in noi ciò che noi stessi non vediamo: una bellezza sconfinatamente più intensa e gloriosa di quella che appare ora a noi stessi, e tuttavia non finta, non assente. Allora avremmo percepito nel suo sguardo non solo un amore e un rapimento straordinari, come se in quel momento vedesse la cosa più bella del mondo, ma anche una tristezza e una trepidazione altrettanto grandi» (Riflessioni sulla speranza, 28-29).
La speranza non è una fuga, ma una trasfigurazione del mondo che rende possibile affrontarlo. È una forza che mette la vita in moto. La tristezza nello sguardo di Gesù su di noi misura la nostra potenzialità di miglioramento. D’altronde Egli non ci ha mai promesso una vita tranquilla. Anzi, con la Sua venuta, cioè con l’ingresso in scena della speranza, il mondo è diventato un campo di battaglia, il teatro di una lotta che si combatte anzitutto all’interno di ciascuno di noi. Non c’è speranza senza un serio impegno con la vita.
Qual è per Abramo il senso del tempo che passa? Lungo il suo cammino cresce in lui la certezza che Dio provvede, che tutto procede verso il bene. Salendo il monte Moria, luogo prefissato per il sacrificio, Isacco chiede a suo padre che cosa si potrà offrire sull’altare. Abramo risponde Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio (Gen 22,8). Queste parole contengono forse la sintesi di tutta la sua vita. Egli ha imparato che Dio entra sempre negli eventi del mondo per manifestare la sua bontà. «Dio provvede» vuol dire: «Dio mi vuole bene e porterà tutta la mia vita a buon fine». Abramo fa la sua parte, obbedisce agli ordini che Dio gli rivolge, sale sul monte, costruisce l’altare, cerca la legna, lega perfino suo figlio e lo mette sull’altare. Ma è Dio che provvede. È lui la nostra speranza. Inserendo una grande promessa nella vita di Abramo, Dio apre a tutti gli uomini la strada di una speranza senza fine.

I profeti
Anche gli scritti dei profeti ci aiutano a sperare. I profeti rileggono la storia del loro popolo e aiutano a riconoscere nel passato i segni della presenza di Dio. Così riaccendono la grande speranza in tutti coloro che vivono trascinandosi nell’esistenza giorno per giorno. Rileggono soprattutto la storia dell’Esodo, ma nelle loro riflessioni tornano spesso anche le figure dei patriarchi. Durante l’Avvento, la Chiesa ci propone in particolare la lettura del profeta Isaia.
Vive durante la cattività babilonese, in tempi oscuri per gli ebrei, che sono lontani dalla terra promessa e schiavi del nemico. In questo contesto, il profeta evoca la figura di Abramo per rinnovare la promessa fatta a lui e alla sua discendenza. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito; poiché io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai. Davvero il Signore ha pietà di Sion, ha pietà di tutte le sue rovine, rende il suo deserto come l’Eden, la sua steppa come il giardino del Signore. Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode! (Is 51,2-3).
Isaia non nega che il presente sia duro e immerso nelle tenebre. Ma fa sì che nell’oscurità brilli una luce, una parola carica di promessa, che è proprio la sua parola. Ci sono due tipi di persone che non sperano nella giustizia: quelli che la vogliono fare da sé, cioè i prepotenti, e quelli che non credono che Dio si interessi al percorso del mondo, cioè i fatalisti e i rassegnati. Ma ci sono anche persone che hanno l’umiltà di sperare nella giustizia, cioè nel fatto che Dio realizzerà il suo disegno. A questi ultimi, il profeta rivolge l’invito di ricordarsi della loro storia. Senza memoria non si può sperare. Senza ricordarsi di «aver già ricevuto un grande dono», come diceva Péguy, non si può aspettare un futuro nella felicità perfetta.
Il profeta non è innanzitutto qualcuno che sa predire il futuro: piuttosto egli sa leggere la storia e, a partire da essa, anche il presente. Ecco perché, agli ebrei che si trovano in Babilonia, Isaia consiglia di ricordarsi di Abramo e Sara. Invita gli ebrei che si trovano oppressi e in esilio a guardare ai loro progenitori. Erano sterili, è stata loro promessa una discendenza numerosa e questa promessa ha cominciato a realizzarsi. Anche l’esilio dev’essere interpretato alla luce di questa promessa.
La speranza in Dio cambia il presente, ci rende liberi nei confronti dei condizionamenti attuali. Geremia, ad esempio, invita gli esiliati, disperati e senza più desiderio di lavorare o sposarsi, a non rassegnarsi e a continuare a costruire (cfr. Ger 29,4-7). Un tale comportamento è possibile per chi ha fiducia in una promessa che eccede la situazione attuale.
I profeti ci aiutano a leggere il nostro passato in forza di una promessa rivolta al futuro. Non si limitano a ripresentare un passato glorioso, ma ci aprono a una novità che supera le nostre possibilità di immaginazione. Non si tratta di tornare indietro, ma di andare avanti. Dio promette un di più: Vedi, faccio nuove tutte le cose (Ap 21,5). Noi procediamo di miracolo in miracolo, riceviamo grazia su grazia, camminiamo di gloria in gloria. Si tratta di una vera legge della vita spirituale: non possiamo mai fermarci, dobbiamo sempre di nuovo metterci in moto per lasciarci attirare dalla misericordia di Dio. «Chi non va avanti va sicuramente indietro», dice san Bernardo. Questo desiderio di avanzare, di non sedersi su successi passati, è il segno di una vita autenticamente cristiana. Poiché attraverso la nostra adesione al piano di Dio si realizza la Sua promessa, siamo chiamati ad uscire sempre ancora da casa nostra per scoprire terre nuove.
Nel capitolo 60, Isaia chiarisce in modo geniale l’oggetto della nostra speranza. Tutto il capitolo è dedicato alla Gerusalemme celeste, cioè al paradiso. Espresso con immagini poetiche, è una descrizione della perfetta speranza.
La prima cosa che il profeta promette subito, fin dall’inizio del capitolo, è la rottura del velo che impedisce di vedere la gloria di Dio. Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni. Ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te (Is 60,1-2).
Noi siamo creati per guardare Dio, per contemplarlo. Solo la contemplazione diretta di Dio può colmare il desiderio del nostro cuore. Isaia allude anche alla grande gioia che ci riempirà in quel momento: A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore (Is 60,5).
Il secondo elemento della promessa di Gerusalemme è il radunarsi del popolo. Così come soffriamo del fatto di non vedere Dio, allo stesso modo soffriamo anche della disunione con i nostri fratelli. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te (Is 60,3-4). La speranza cristiana non mira solo alla contemplazione individuale di Dio, ma alla contemplazione comunitaria. Tutti gli aspetti della vita cristiana sono essenzialmente inseriti nella comunione. Non possiamo salvarci da soli. Non possiamo vivere senza appartenere a una comunità. A leggere bene, si nota con una certa sorpresa che il profeta non parla solo del popolo d’Israele. Egli include nella sua visione anche i popoli pagani che lo circondano. Tutti porteranno le loro offerte per un culto comune. Questi versetti contengono una visione davvero missionaria.
Negli ultimi versetti del capitolo 60, Isaia specifica ulteriormente la sua promessa: questo culto comune non avrà fine, non sarà passeggero, ma eterno. Il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore. Il tuo sole non tramonterà più né la tua luna si dileguerà, perché il Signore sarà per te luce eterna; saranno finiti i giorni del tuo lutto (Is 60, 19-20).
La speranza riguarda un bene che non passerà mai più, un bene eterno. Solo una speranza eterna ha la forza di cambiare davvero il nostro presente. Ha scritto Benedetto XVI nell’introduzione alla Spe salvi: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino».
Il bene che speriamo di ottenere deve essere grande, deve cioè essere eterno. Tutto ciò che passa è troppo poco per il nostro cuore. Noi non possiamo vivere senza la speranza dell’eternità. Essa permette di affrontare ogni prova in questo tempo con la consapevolezza che essa costituisce un passo importante verso la felicità.

San Giovanni Battista
Una terza figura biblica che ci insegna la speranza è Giovanni Battista. Egli è il più grande dei profeti. Sta tra l’Antica e la Nuova Alleanza, è l’ultimo dei primi e il primo degli ultimi. Colui che gli altri profeti hanno solo potuto annunciare, egli lo indica. Con lui si chiarisce lo scopo del cammino dell’umanità che è iniziato con Abramo, e la conversione del desiderio del cuore, predicata dai profeti, trova il suo vero oggetto. In fondo, non spera ancora veramente chi desidera una terra promessa o una discendenza numerosa, né chi brama la restaurazione di Gerusalemme. Spera veramente solo chi desidera Cristo. È stato Giovanni Battista a indicare per primo agli uomini l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29).
Giovanni Battista è l’unico profeta che incontra il Salvatore di persona. Perciò è anche il profeta più lieto. Stava da sei mesi nel grembo di sua madre, quando esultò riconoscendo Gesù nel seno di Maria. Tale gioia ha riempito la sua vita. Il Battista ha vissuto nella memoria gioiosa del suo primo incontro con il Salvatore. Infatti definisce se stesso come l’amico dello Sposo che si rallegra all’udire la Sua voce (Gv 3,29).
Conoscendo la vera gioia, egli non voleva abbassarsi a gioie passeggere. A questo corrisponde quell’aspetto della sua vita che è il deserto. Giovanni conduceva una vita austera, lontano dai divertimenti del mondo, era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico (Mc 1,6-7). Non voleva godere che dell’incontro con Gesù, non voleva essere consolato da altre cose.
L’esperienza dell’unica gioia vera gli è stata necessaria per la sua missione, per invitare la gente alla penitenza in preparazione alla gioia dell’incontro. Nei detti di Giovanni Battista troviamo una grande veemenza, una grande forza. Egli voleva scuotere i suoi contemporanei che erano come gli uomini di sempre, attenti unicamente ai loro interessi temporali e totalmente distratti da Dio. Diceva dunque alle folle che andavano a farsi battezzare da lui: “Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre. Anzi, la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco” (Lc 3,7-9).
Da dove prendeva Giovanni Battista la forza di insultare e minacciare in tal modo i suoi contemporanei, fino a scuotere nel profondo le loro coscienze? Dall’esperienza di un’intima comunione con Gesù e dalla grande speranza per gli uomini che venivano da lui. Le sue invettive erano anzitutto una testimonianza per Cristo. Nel quarto Vangelo, proprio il compito della testimonianza definisce pienamente la missione del Battista: Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui (Gv 1,6-7). Giovanni Battista è violento perché è un testimone verace. Egli ha visto la luce, la conosce e vuole permettere che essa si diffonda nel mondo. Non tollera le tenebre.
In lui convivono un’estrema decisione e un’estrema dolcezza. L’incontro con Cristo lo rende dolce, perché lo colma di gioia, ma anche violento, perché gli fa conoscere la santità di Dio. Giovanni ha un senso molto acuto del peccato e della penitenza. Non si può incontrare Cristo, il totalmente santo, senza sentire la necessità di una purificazione. Dio è e sarà sempre il totalmente altro. La sua presenza ci riempie di gioia e allo stesso tempo di desiderio di cambiare, di camminare. I santi hanno un grande senso del peccato e quindi un grande desiderio di conversione. In tal senso, anche la confessione dei propri peccati è sempre espressione di speranza.
Giovanni Battista viveva una profonda verginità nei confronti delle persone. Lo vediamo soprattutto nell’ultima parte della sua vita. Egli non aveva pretese di possesso sui suoi discepoli. È stato il più grande profeta di tutti i tempi, la sua predicazione aveva un successo strepitoso, attirava le folle ed era stimato dai potenti. Ma quando venne Gesù e moltissimi lo lasciarono per seguire Lui, il Battista svanì, contento di aver potuto servire. Dopo aver svolto il suo compito, s’inabissò nel nascondimento. È messo da parte, scompare, si cancella. Da dove gli viene una simile libertà? Dalla speranza, dalla speranza vera, che non consiste tanto nel desiderio di successo personale, quanto nel desiderio della venuta del Regno di Dio. Nella misura in cui favorisce tale venuta, il Battista considera riuscita la propria vita.

Conclusione
Abbiamo meditato la speranza così come ci viene testimoniata da alcune figure bibliche. Da dove possiamo attingerla noi? Non è forse una virtù troppo grande? Da un certo punto di vista, essa lo è necessariamente, perché ha come oggetto Dio. Da dove ci verrà dunque la forza e la possibilità di una speranza vera?
In un’omelia di Benedetto XVI ho trovato una risposta in qualche modo sconvolgente. Afferma che noi possiamo sperare di contemplare Dio perché Dio spera in noi. Dice: «La mia, la nostra speranza è preceduta dall’attesa che Dio coltiva nei nostri confronti! Sì, Dio ci ama e proprio per questo attende che noi torniamo a Lui, che apriamo il cuore al suo amore, che mettiamo la nostra mano nella sua e ci ricordiamo di essere suoi figli. Questa attesa di Dio precede sempre la nostra speranza, esattamente come il suo amore ci raggiunge sempre per primo» (Omelie, L’anno liturgico narrato da Joseph Ratzinger, papa, Milano, Scheiwiller 2008, 22).
Come la nostra speranza supera le nostre forze, così anche la speranza di Dio supera le sue forze. Egli desidera una nostra risposta, ma, pur essendo onnipotente, non ce la vuole estorcere. Dio desidera una risposta libera. Bussa alla nostra porta, alla porta del nostro cuore, e chiede di poter entrare, di essere accolto nel nostro cuore con vivo desiderio.

Nell’immagine, Trento Longaretti, «Viandanti e chiesa della vecchia Russia», 2013.

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