Don Davide Matteini, missionario a Colonia, racconta la storia della sua vocazione.

Dio ha preparato da lontano la mia chiamata al sacerdozio. I miei genitori mi hanno comunicato la fede nella vita quotidiana, attraverso le loro scelte e il modo in cui affrontavano le grandi e piccole sfide. Una decisione importante, non senza sacrifici, è stata quella di farci frequentare le scuole gestite da persone appartenenti al movimento di Cl, dall’asilo al liceo. Quel luogo, insieme alla mia famiglia, è stato fondamentale per la mia educazione. Ho conosciuto a scuola i miei primi grandi amici, che mi accompagnano ancora adesso. A scuola ho scoperto il valore del sacrificio; lì sono stato educato alla bellezza.

Il primo seme
Ho desiderato per la prima volta vivere come un prete alle elementari. Mi affascinava la gioia e l’entusiasmo di don Stefano, il nostro insegnante di religione. Con la stessa incontenibile passione, ci raccontava la vita di Gesù e dei Patriarchi dell’Antico Testamento e ci portava al parco a giocare a calcio. Una vita talmente bella da farmi pensare, già a quell’età: «Ecco, anch’io voglio essere felice così!». È stato il primo di tanti preti eccezionali (durante gli anni delle superiori ci sarebbero stati don Giancarlo e don Claudio) che hanno accompagnato la mia crescita. Grazie al rapporto con loro e con altri amici, ho scoperto che Cristo ha a che fare con tutto. Solo con lui la vita acquista un nuovo gusto e un significato profondo.

Il disegno di un Altro
Ho iniziato l’università animato da questo desiderio di bellezza, dal bisogno di rapporti di amicizia profondamente veri. Durante quegli anni, a Bologna, ho fatto parte del coro di Cl: in questo modo, ho avuto la possibilità di contribuire alla bellezza e all’amicizia che avevo incontrato, di servire Colui che me le aveva donate. La preparazione della veglia di Natale e del Triduo di Pasqua erano il vertice di questa tensione.
Certamente, un incontro determinante in quegli anni è stato quello con don Carlo, il prete che guidava noi universitari. La sua voce roca, che riempiva le navate di San Giacomo ogni martedì, durante la messa che celebrava per noi studenti, non poteva lasciarmi indifferente. Non ricordo in quale occasione ci siamo conosciuti personalmente ma tra noi è nata un’amicizia intensa. Ero affascinato dalla sua radicalità, dal suo essere totalmente innamorato di Cristo, dalla estrema disponibilità del suo cuore.
In questo periodo, sarebbe fiorito anche il rapporto con mia sorella. Dopo un anno trascorso a Bologna praticamente senza vederci, complice qualche invito a cena ho iniziato a frequentare casa sua e a conoscere i suoi amici. Una sera a Rimini, mentre eravamo a tavola con tutta la famiglia, lei improvvisamente ha interrotto i discorsi che stavamo facendo: «Vi devo dire una cosa: lo scorso anno ho iniziato il noviziato nei Memores Domini». La decisione di intraprendere un cammino di verginità era all’origine della letizia che in lei era sempre più evidente: aveva abbracciato il disegno di un Altro per la sua vita. Anche io vivevo un periodo pieno di interrogativi sul mio futuro e sulla mia vocazione, perché stavo per terminare gli studi. Quella notizia, che provocò un vero terremoto in casa, fece esplodere anche in me la domanda: «Signore, cosa mi hai preparato? Dove vuoi condurre la mia vita?».
Attraverso alcuni amici, ho conosciuto la Fraternità san Carlo. Partecipando ai momenti più importanti come l’ammissione agli ordini o le ordinazioni sacerdotali, ho incontrato altri seminaristi e preti. Mi affascinavano la loro amicizia e la gioia dei momenti di festa insieme. Non sembravano tristi per aver rinunciato a qualcosa, anzi, pareva proprio che avessero scelto la parte migliore.

Ciò che cercavo
La grande domanda che mi accompagnava, e che è diventata sempre più profonda, riguardava l’amore. Non mi sentivo capace di amare le persone a me care come e quanto avrei desiderato. Nel tempo, avevo trovato l’unica risposta che poteva soddisfarmi. La esprime Claudio Chieffo nella sua Ballata dell’amore vero: «Vorrei volerti bene come ti ama Dio». Chi può amare di più le persone a me care, se non Colui che in ogni istante me le dona?
Non capivo come ciò potesse concretizzarsi, fino a quando ho ascoltato una predica tenuta da don Matteo Invernizzi. Spiegava le parole che il prete recita al momento della consacrazione. In quel momento, il sacerdote può dire «Questo è il mio corpo…, questo è il mio sangue…», perché agisce in persona Christi. Ecco cosa cercavo! Io volevo esattamente questo, vivere una totale immedesimazione con Cristo. Negli anni, quella intuizione iniziale si sarebbe tramutata nella gioia di comunicare a tutti come la vita sia trasformata dall’incontro con Gesù e di portare Cristo fisicamente agli uomini attraverso i sacramenti. Gli anni di seminario, quelli di missione “anticipata” a Reggio Emilia, con il vescovo Massimo, con Daniele e Simone, ed ora la vita a Colonia, hanno mantenuto quella promessa di pienezza che tanto mi aveva colpito all’inizio di questa storia.

Nella foto, il portale del duomo di Colonia (foto Jason Mrachina).

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