La sociedad donde vivimos ya no tiene la exigencia de seguir a maestros. Sin embargo, la verdadera educación no puede prescindir de ellos.

Io vorrei dire a mio figlio di non fare certe cose, ma come faccio a violentare la sua libertà?”; “il mio ragazzo sta tutto il giorno davanti al computer, ma quello è il suo mondo, in cui non posso entrare”; “mia figlia ha tredici anni e vive attaccata al suo cellulare, vorrei dirle di non farlo, ma così non la lascerei più libera”. Quanti genitori ci fanno queste domande, ci fanno presenti queste fatiche con i loro figli? Questo senso di frustrazione ora è sempre più esperienza anche degli insegnanti a scuola, che si sentono inermi di fronte all’ostilità dei ragazzi, spesso sostenuta proprio dai genitori.
Così scriveva Antonio Scurati qualche giorno fa su un noto quotidiano italiano: «Dopo l’evaporazione del Padre, ora assistiamo all’eclissi del Maestro». E aggiungeva che siamo davanti a «l’abbandono stesso dell’idea che il bambino debba essere in qualche modo accompagnato, guidato, condotto per mano a una destinazione a lui ignota». In sintesi: la nostra società ha definitivamente rinunciato alla responsabilità di educare i propri figli.
Oggi il ragazzo si educa da sé. È questo il frutto dell’idea che niente e nessuno debba intralciare il diritto all’autodeterminazione dell’altro, a partire dal modo in cui usa del suo tempo libero, dei suoi beni, da come vive i suoi rapporti affettivi fino alla scelta di determinare il proprio genere sessuale. Dopo duecento anni, finalmente, ha vinto Rousseau: ogni tentativo di educare è visto come una violenza. Ognuno ha il diritto di essere ciò che vuole, senza interferenze.

Mi ha colpito, di recente, leggere una frase di Romano Guardini: «Io ho il dovere di voler essere quello che sono; davvero voler essere io, e io soltanto. Devo assumermi il compito che mi è assegnato nel mondo. È la forma fondamentale di tutto ciò che si chiama vocazione». Ovvero: non un diritto che trova il suo fondamento in ciò che sento e voglio io, ma un dovere, che si fonda su ciò che sono e su Chi mi ha fatto così.

Parigi, primi anni del Cinquecento. Il ventenne Francesco Saverio è l’ultimo rampollo di una nobile famiglia della Navarra. Ambizioso, lanciato verso una promettente carriera, viene mandato a studiare alla Sorbona dove, tra una gara di atletica e una serata in dolce compagnia, si dà alla bella vita, disprezzando chi perde la vita sui libri e in vani spiritualismi. Un giorno, quel giovane avviato sulla strada del libertinaggio incontra uno zoppo, un reduce di guerra, povero ed austero, tutto Bibbia ed esercizi spirituali. Sulle prime lo evita, si tiene debitamente a distanza. Poi, lentamente, si fa attirare dalla sua personalità, dalle sue parole esigenti ma certe. L’incontro con quell’uomo svela a Saverio che ciò che è chiamato ad essere è diverso da ciò che si era immaginato. Lui, che voleva conquistare il mondo, si sente domandare: “Che ne sarà di te, se poi perdi te stesso?”.

Ciascuno di noi è un po’ come Francesco Saverio. Abbiamo la necessità di incontrare maestri che ci contestino, che mettano in crisi l’idea che ci siamo fatti di noi stessi, che abbiano l’ardire di farci una proposta seria, esigente e per questo interessante.
Abbiamo bisogno di genitori e insegnanti che ci indichino una strada positiva per diventare ciò che siamo destinati ad essere, ovvero uomini e donne compiuti e realizzati: in una parola, santi. Come Saverio – che morirà a pochi chilometri dalla “sua” Cina, la terra che avrebbe voluto conquistare a Dio –, abbiamo un unico dovere: di essere ciò per cui siamo stati fatti. E abbiamo un unico diritto: quello di essere aiutati – come lui – a scoprire la strada per essere ciò che, nel profondo, siamo. La libertà autentica è l’esperienza di chi ha trovato il suo posto nel mondo e consiste nell’aderire con tutto se stessi a ciò per cui è stato pensato e fatto.
Questo è, allora, l’unico vero diritto che hanno i nostri ragazzi: quello di essere educati.
Emmanuele Silanos

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