Suor Monica Noce racconta la storia della sua vocazione in occasione dei voti definitivi che ha pronunciato nel marzo 2015.

Sono nata e cresciuta in una cittadina in provincia di Varese, sotto lo sguardo materno della Madonna del Sacro Monte e della Beata Vergine Addolorata. Ero ancora bambina quando il Signore ha toccato con decisione il mio cuore. Era il giorno della mia prima Comunione: nel raccoglimento della preghiera, dopo aver ricevuto per la prima volta l’Eucarestia, mi sono commossa. In quell’istante, con l’intensità schietta e la semplicità di una bambina, ho desiderato rispondere al grande dono di sé che Gesù mi faceva, restando sempre con Lui e dandogli tutta la mia vita. Questo desiderio, posto nella mani della Vergine Maria, è rimasto presente nella mia vita, prendendo forme via via diverse, orientando silenziosamente scelte e passioni; il piccolo seme iniziale infatti è stato alimentato negli anni dalla testimonianza di tanti uomini e donne, religiosi e laici, che mi hanno fatto conoscere la bellezza di Cristo e della vita totalmente donata a Lui nell’offerta lieta della quotidianità.
Fin da bambina sono stata educata alla fede, una fede semplice, capace di sostenere la fatica della croce e di vivere le sfide di ogni giorno. In parrocchia ho fatto esperienza di una Chiesa viva, aperta ad abbracciare i confini del mondo. È qui che ho incontrato il carisma di don Giussani, nei volti e nell’esperienza degli amici più grandi e di don Roberto, il sacerdote che seguiva noi ragazzi. Sono stata così conquistata e condotta, a poco a poco, ad una più profonda scoperta di me stessa, di Cristo e della Chiesa.
Nella scelta della facoltà di medicina, poi, la passione per la materia si sommava al desiderio di portare il “sorriso” di Cristo agli uomini, specie nella sofferenza e nella prova. Gli anni dell’università e l’esperienza di lavoro in ospedale sono stati occasione privilegiata per approfondire e far maturare quanto incontrato, attraverso le numerose provocazioni e la compagnia di amici e maestri. L’evidenza della sete di Cristo nel cuore di ogni uomo cresceva insieme alla certezza che Lui è la risposta a tutta l’attesa e allo struggimento che incontravo in me e negli altri. «Fa’ le piccole cose con grande amore». Con queste parole, che esprimevano tutta la tensione del mio cuore, san Riccardo Pampuri è stato, insieme a san Giuseppe Moscati, maestro e compagno di viaggio particolare.
Col passare del tempo la domanda sulla forma che avrebbe preso la mia vita si faceva sempre più urgente. Le scelte di alcuni amici e diverse persone intorno a me mi testimoniavano la possibilità di vivere una pienezza nel matrimonio, nel lavoro, nella verginità consacrata nelle sue diverse forme. Amavo il mio lavoro, certa che fosse parte determinante della mia vocazione. Il breve ma intensissimo periodo trascorso come medico a Kitgum in Uganda, l’incontro con Giovanni Paolo II, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù a Roma, e poi i suoi funerali hanno segnato profondamente il mio cammino. Il fascino per una vita totalmente offerta a Cristo si faceva sempre più profondo, ma continuava a sorgere in me la domanda: «Che cosa desidera il Signore per me? Dov’è la mia “casa”?».
Ero contenta, eppure qualcosa sfuggiva. Avevo finito la specialità e già lavoravo da qualche mese quando il Signore ha deciso di infrangere immagini e timori. Ero a Roma per l’ordinazione sacerdotale di Franco, un amico entrato qualche anno prima in seminario, nella Fraternità san Carlo. Durante la celebrazione sono stata ferita, come di schianto, da alcune parole pronunciate dal vescovo. Quell’appartenenza totale a Cristo, di cui parlava, era esattamente ciò che il mio cuore desiderava. Desideri, fatti e volti hanno iniziato a mostrare la loro unità. Una consapevolezza nuova illuminava ogni cosa e svelava la strada: gli incontri con don Paolo Sottopietra e, poco dopo, con suor Rachele Paiusco e le Missionarie mi hanno portato alla casa che il Signore aveva preparato per me.
Qui, in questi anni, molto ho visto fiorire e pacificarsi in me, con stupore e gratitudine, attraverso la consegna quotidiana a questo luogo, come segno del continuo compiersi della Sua promessa.
Da quasi tre anni vivo insieme ad altre tre sorelle nella casa di Nairobi, dove sono coinvolta nelle attività di carità della parrocchia, seguendo in particolare un gruppo di bambini e ragazzi disabili e le loro famiglie, chiamato «Ujiachilie». È qui che il mio «sì» a Cristo prende forma concreta, nel Suo continuo prendersi cura di me.

 

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