Una meditazione di don Emmanuele Silanos nella solennità di san Carlo Borromeo, sull’origine della sua carità sconfinata, della sua passione per ogni persona che gli era affidata.

Spesso ho sentito dire che la persona di san Carlo è una persona d’altri tempi e che la sua sensibilità, il suo carisma, sono molto lontani da noi. Eppure, leggendo le letture di oggi, che parlano della carità senza limiti di Gesù, che raccontano del Buon Pastore che sacrifica la vita per le sue pecore, viene immediatamente da pensare proprio a san Carlo, alla sua carità senza misura, a lui che come pochi altri ha dato la vita per le persone a lui affidate. Proprio come Gesù, come il Buon Pastore. Ogni prete, anzi, ogni  cristiano, è chiamato a vivere in modo letterale ciò che Cristo chiede nel Vangelo. E san Carlo ci testimonia che si può vivere il Vangelo in modo radicale, senza approssimazioni. E una vita così, una carità così, non possono non essere desiderabili.

Ma dove ha avuto origine questa sua carità sconfinata, questa sua passione per ogni singola persona che incontrava?
In questi giorni si celebrano i trent’anni dalla caduta del muro di Berlino. E, tra le opere che più rappresentano quel momento storico, molti citano, giustamente, un film di Wim Wenders, che amo molto, Il cielo sopra Berlino. I protagonisti sono degli angeli che guardano il mondo in bianco e nero. È l’epoca della guerra fredda, del comunismo, e questi angeli guardano dall’alto le vite e le vicende di uomini e donne della Berlino est. Quanto più osservano le loro vite, però, tanto più si immedesimano in esse, e tanto più si appassionano e cominciano a desiderare di essere come loro, cioè come noi uomini. Proprio loro, gli angeli! Loro, immortali, che appartengono al Cielo, al Paradiso, dove non c’è sofferenza, cominciano a desiderare di essere carnali e mortali, come noi. Tanto che uno di loro, ad un certo punto, chiede di diventare uomo e il suo desiderio viene esaudito. Il film, che fino a quel punto era in bianco e nero, diventa improvvisamente a colori. E si conclude con una frase struggente, pronunciata da quell’angelo diventato uomo: “Stupendomi dell’uomo, sono diventato uomo”.
Non è difficile associare la storia descritta nel film all’evento dell’Incarnazione. E a me piace pensare a quello stupore di cui parla l’angelo come a un’espressione dell’amore di Cristo per ogni singolo uomo che ha incontrato. Se non si può dire che quello stupore è stato all’origine del “sì” che Gesù ha detto al Padre facendosi uomo, penso che abbia potuto dare forza ad ogni “sì” che pronunciava di nuovo di fronte ad ogni persona che il Padre stesso gli faceva incontrare.

La capacità di amare in san Carlo è nata il giorno in cui si è sentito oggetto dello sguardo stupito di Cristo, dell’amore personale di Gesù per lui. La carità di san Carlo nasce dalla sua conversione.
A sette anni, Carlo era già abate e dalle sue lettere giovanili si può evincere come fosse legato alla mentalità del suo tempo, lui, nobile, abituato a vivere negli agi, ad avere tanti servitori. A soli vent’anni, non ancora prete, viene fatto cardinale da suo zio, il Papa. E poi Segretario di Stato… Per questo si trasferisce a Roma dove lavora tantissimo, applicandosi con successo in tutte le questioni amministrative e giuridiche. E passa il tempo libero nei circoli raffinati degli intellettuali romani del tempo.
Eppure, ci sono due momenti della sua vita che lo cambiano completamente, in cui percepisce il chinarsi di Dio su di Lui, lo sguardo di Cristo che si fa piccolo e mortale per condividere la sua vita e salvare la sua vocazione. Il primo momento è quando muore il fratello maggiore. Carlo ha 23 anni, non è ancora prete e può finalmente prendere il posto dell’erede di tutti i titoli e degli averi della famiglia. Nonostante questo, rinuncia e decide di farsi prete. E così viene ordinato prete. Dove? Nella basilica di Santa Maria Maggiore (come tanti di noi della Fraternità!). C’è poi un secondo momento decisivo per lui, cioè l’incontro con un religioso, che va a trovarlo presso il suo ufficio, ma che Carlo fa aspettare per i troppi impegni di quel giorno. Il religioso assiste al suo lavoro instancabile e quando finalmente, dopo ore di attesa, può incontrare Carlo, l’unica cosa che gli dice è: “Con tutto quello che ha da fare, lei come farà a pensare alla salvezza della sua anima?”.
In quel momento la vita di Carlo cambia completamente. Da quel giorno in poi, Carlo incarna perfettamente la frase attribuita al papà di san Bernardo: “L’anima di ogni più grande riforma è la riforma di ogni più piccola anima”. Per questo san Carlo ubbidisce alle indicazioni del Concilio di Trento, lascia Roma per tornare a Milano e cominciare quella vita fatta di lunghi viaggi verso i luoghi più sperduti della sua immensa diocesi, una vita fatta di incontri, di persone su cui chinarsi come Cristo si era chinato su di lui quel giorno.
Carlo applica per primo le direttive del Concilio di Trento, a cominciare dalla istituzione dei seminari, che nascono in quegli anni: se i nostri seminaristi, oggi, hanno la grazia di vivere nella nostra casa di formazione ed essere educati in un certo modo, è anche grazie a san Carlo. Grazie a questa riforma viene preservato e custodito il senso profondo del celibato dei preti, che è legato al sacerdozio sin dalle origini, sin dalla tradizione apostolica (è falso dire che all’inizio non c’era il celibato, che in realtà si dovrebbe chiamare continenza) e che è l’espressione di quell’amore di cui parlano le letture di oggi,  è prendere parte alla passione che Gesù ha per ogni singolo uomo.
Se guardiamo a San Carlo, lo vediamo come un uomo affettivamente compiuto, che si spende interamente per amore della Chiesa che gli è stata consegnata. Non è, il suo amore, più piccolo di quello di uno sposo: Carlo non ama di meno, anzi, ama in modo totale, “offrendo il proprio corpo”, come fanno gli sposi tra loro, come chiede san Paolo, come ha fatto Gesù.
Espressione di quello stesso amore erano anche i digiuni e le penitenze a cui lui si costringeva, non certo per masochismo, o per odio di sé, ma per amore di Colui che aveva dato la vita per lui: ogni sacrificio ha senso solo per amore.
È commovente pensare che san Carlo muore a 46 anni e muore per strada, di ritorno dall’ennesima visita pastorale in diocesi. Carlo sarebbe potuto morire in qualsiasi altro modo: di vecchiaia, oppure ucciso, visto che in precedenza gli avevano sparato, o in mille altri modi… E invece lui muore stremato, avendo offerto la vita per la sua gente, per le pecore che Gesù gli aveva affidato.
Ecco, forse è anche vero che la sua sensibilità è diversa dalla nostra, però… quanto sarebbe bello morire così! E quanto sarebbe bello vivere così come ha fatto lui, vivere per amore di Cristo, feriti e spinti dall’amore di Cristo.

(Nell’immagine, san Carlo Borromeo e san Giovanni Paolo II nel mosaico realizzato nella cappella della Casa di formazione da p. M. Rupnik e gli artisti del Centro Aletti.

Leggi anche

Tutti gli articoli