Il vescovo di Reggio Emilia mostra da dove partire per ricostruire la famiglia. C’è sempre un dono all’inizio dell’impegno educativo.

Il figlio: dono o diritto?

Oggi c’è poca consapevolezza della novità e del bene insito nella nuova vita che viene alla luce, lo sentiamo come un diritto più che come un dono. Un diritto degli adulti, della coppia e, a volte, addirittura del singolo, che non vuole privarsi di questa significativa esperienza. La novità della nascita, la novità della presenza di un nuovo essere umano — che viene sì dalle nostre viscere, ma è fin da subito altro da noi, è subito persona con una sua dignità — cede il passo di fronte al “bisogno” realizzativo dell’adulto. Il figlio tende a diventare il prolungamento del genitore che facilmente si rispecchia in lui e affida a lui il senso della sua vita. Diventa la sua “pre-occupazione”. La maggiore sensibilità che abbiamo oggi nei confronti dei bambini — che è sicuramente un fatto positivo — si traduce troppo spesso in forme di possesso sottile che impediscono al padre e alla madre di svolgere il loro compito educativo. Tutto ciò costituisce un’ipoteca per uno sviluppo libero del bambino.

Questo aggrapparsi degli adulti ai pochi bambini che mettono al mondo è anche il segno della fragilità della coppia che cerca la sua consistenza prevalentemente nell’intesa emotiva e poco nella responsabilità nei confronti del partner e dei figli. La famiglia ha perso così il suo ancoraggio nella coppia stabile. Oggi poi, con la messa in discussione della differenza sessuale come prerequisito della unione coniugale, la famiglia rischia non solo di perdere qualche pezzo, ma di perdere la sua stessa identità.

Essa infatti si fonda sull’unione stabile tra un uomo e una donna che mettono in comune i loro corpi, i loro affetti, i significati delle loro vite che hanno ereditato dalle loro famiglie e li trasformano, secondo la loro sensibilità, coinvolgendosi in un progetto generativo.

 

Ripartire dalla coscienza di essere figli

Come possiamo allora riprendere questo aspetto elementare della famiglia (cioè il figlio come dono) senza smarrirci nella falsa strada del diritto degli adulti? Dobbiamo ripartire dalla condizione di figli, da questo vincolo di dipendenza che è una delle radici più profonde della condizione umana.

Tutti noi siamo figli, tutti i bambini sono figli. Il figlio rimanda, esige i suoi genitori e la sua genealogia. Questo è il suo diritto fondamentale: che venga riconosciuto come figlio, che venga riconosciuto il suo luogo generativo, che gli sia garantita una vita famigliare […].

Il figlio più difficilmente costruirà la propria identità quando non può vivere, attraverso la sua condizione di figlio, in stretta relazione con chi l’ha generato. Il diritto del bambino-figlio ad avere una famiglia è un diritto, dunque, di identità. Tale diritto, purtroppo, a volte è “tradito” dalla pretesa dei genitori di avere “un figlio a tutti i costi”, ed è ricercato anche attraverso strade, come la fecondazione eterologa o l’utero in affitto, che rendono problematico per il figlio conoscere le sue origini. Nascere con un vuoto di origine alle spalle, non sapendo chi è il padre o la madre o sapendo che il padre ha il volto anonimo di chi ha dato il seme e la madre l’utero, è una verità drammatica per il figlio. I vuoti relativamente alle origini si traducono in lacune gravi dell’identità perché rendono impossibile la narrazione della propria storia personale.

Ma anche gli adulti che si mettono su questa pericolosa china fatta di diritto, possesso e controllo del figlio perdono un aspetto fondamentale dell’esperienza: il fatto che il figlio è un dono, un inatteso, una sorpresa. È la vita stessa dei figli, nei suoi caratteri di novità e imprevedibilità, che smentisce l’illusione del controllo e che richiama i genitori ad un atteggiamento di servizio umile e gratuito nei confronti della vita. Come dice san Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie: «Il bambino fa di sé un dono ai fratelli, alle sorelle, ai genitori, all’intera famiglia. La sua vita diventa dono per gli stessi donatori della vita, i quali non potranno non sentire la presenza del figlio, la sua partecipazione alla loro esistenza, il suo apporto al bene comune loro e della comunità familiare» (San Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 11).

 

Il figlio come “compito”

Il dono del figlio è contemporaneamente un compito per i genitori. Si apre qui il grande tema dell’educazione. Il figlio deve essere condotto responsabilmente e amorevolmente lungo l’itinerario che dall’infanzia porta alle soglie della maturità.

L’educazione è il proseguimento della generazione. Il compito educativo della famiglia deve accompagnare il figlio a incontrare le cose e l’intera esistenza. Dice Papa Benedetto XVI: «Educare — dal latino educere — significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona» (Benedetto XVI, Messaggio per la XLV Giornata mondiale della pace 2), perché realizzi qualche cosa di bello e di buono, perché realizzi la propria vocazione.

Occorrerà mettere in conto anche gli insuccessi e i sacrifici. Il sacrificio è una cosa di cui noi post-moderni facciamo fatica a comprendere il valore. Eppure è molto faticoso educare ed è anche molto faticoso per i genitori di oggi chiedere rinunce, porre limiti alle richieste dei figli: temono di perdere il loro affetto. Le insicurezze e le fragilità dei genitori impediscono loro di stabilire un rapporto libero con i figli. Rendono più debole e ambigua la loro autorevolezza. Sono ricattati dal loro bisogno di ricevere affetto e riconoscimento da parte dei figli.

È giusto che i figli occupino un posto importante nella vita. Sono un bene insostituibile, ma non possono essere il senso della vita. Non sono fatti per riempire il vuoto delle nostre esistenze, per consolarci delle nostre ferite, ma perché insieme, attingendo al comune Mistero del dono della vita, realizziamo la nostra vocazione. È particolarmente luminosa a questo proposito l’esperienza di Chiara Corbella ed Enrico Petrillo che hanno accolto i loro bambini “malati” come un dono che Dio faceva loro, certi che quei bambini avevano una missione misteriosa da svolgere e loro, come genitori, erano chiamati ad accompagnarli per il tempo che Dio aveva stabilito. Accompagnarli nella loro vocazione per riconsegnarli a Lui (Cfr. S. Troisi – C. Paccini, Siamo nati e non moriremo mai più. Storia di Chiara Corbella Petrillo, 2013).

Oggi i genitori sono in difficoltà nel condurre i figli a realizzare la loro vocazione, sono incerti sui criteri da adottare nelle difficili e complicate scelte dell’esistenza, non sanno che cosa ultimamente desiderare per sé e di conseguenza per i figli. Per questo l’attaccamento dei genitori è più di tipo narcisistico che progettuale. I figli non sono visti come nuova generazione che si affaccia alla vita, ma piuttosto come coloro che riempiono il vuoto esistenziale del genitore. Per questo si tende a trattenerli in casa. Invece una genuina posizione educativa fa sì che il genitore, attraverso un rapporto affidabile, sia un testimone che la vita ha un senso e accompagni il figlio a cercarlo e a trovarlo. E lui stesso, in questo viaggio, sa riproporsi gli eterni “perché”, sa rilanciare la speranza. «È compito di coloro che si sono assunti la responsabilità di genitori — scriveva significativamente il mio predecessore, mons. Adriano Caprioli, nella sua ultima Lettera pastorale — di rendere ragione al figlio della promessa che essi hanno fatto mettendolo al mondo: la promessa per cui “c’è una speranza nella tua vita”» (Adriano Caprioli, Vigilate: ecco sto alla porta e busso. Lettera Pastorale per il biennio 2010-2012 [2010], 23).

Da questo punto di vista, è altamente educativo per un figlio vedere una madre e un padre che pregano assieme, che hanno un punto di riferimento più grande di loro, a cui chiedono forza e sapienza. I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti, che non esistono, ma di adulti che come loro e prima di loro siano affamati di verità e bellezza, di significato e di felicità. Genitori che, pur con tanti limiti e in mezzo a tanti errori, desiderano dare la vita per qualcosa di grande.

In questo senso, l’esperienza della paternità e della maternità è un grande dono innanzitutto per i genitori stessi, anche sul piano spirituale. Proprio perché è un compito che quasi supera le loro risorse, può diventare la strada per trarre fuori da se stessi la parte migliore: pensiamo alla capacità di donarsi, di uscire da sé, di sperare, di avere pazienza…; è una nuova vita non solo per il bambino, ma anche per i genitori stessi. Diventare genitori è un’esperienza che li “costringerà” ad affidarsi, a mettersi in mani più grandi.

La grandezza, la complessità e la fragilità della vita familiare possono diventare l’occasione per scoprirsi sempre più figli, per riconoscersi piccoli, per imparare ad abbandonarsi, a chiedere e a sperimentare la provvidenza del Padre. Diventare papà e mamme significa assomigliare di più a Dio, che ama come padre e madre, ma significa anche diventare più figli: figli insieme come coppia e figli insieme ai propri figli.

 

La missione della famiglia: umanizzare l’umano

L’educazione aiuta la vita dei figli a fiorire, affinché, a loro volta, producano nuovi frutti vitali. In questo modo la famiglia “umanizza l’umano”. Che cosa significa?

Per diventare pienamente umani occorre imparare innanzitutto cosa voglia dire voler bene, occorre fare esperienza di legami affidabili, del gusto e della fatica di lavorare per un progetto di vita buona. Tutto questo una famiglia lo può dare indipendentemente dal grado di istruzione. Sono spesso le famiglie più semplici, più povere a testimoniare questi “legami affidabili”. Talvolta quanto più si è studiato, tanto più si è portati a pensare che educare sia dare competenze. Lo scopo della famiglia non è dare competenze, ma rendere umani, cioè aiutare l’altro a diventare persona compiuta: la famiglia insegna la fiducia, la speranza, la capacità di perdono, insegna a vedere con realismo anche quella quota di male che segna inesorabilmente la vita di ognuno.

L’uomo può amare se prima ha riconosciuto un amore gratuito su di sé. La famiglia è il luogo dove il soggetto umano fa l’esperienza affettiva e morale elementare, basilare, sperimenta di essere voluto e amato e impara, così, a prendersi cura dell’altro.

Essere figli è cronologicamente la prima e decisiva esperienza che ciascuno di noi ha fatto in seno alla propria famiglia, ed è anche quell’esperienza dalla quale dipenderà in buona parte la capacità di vivere da fratelli, di essere sposi, padri e madri.

Come nella vita relazionale, anche per quanto riguarda la vita spirituale i genitori sono i primi mediatori e testimoni della fiducia, della speranza e dell’amore che Dio ha per noi, creando così nella famiglia un contesto in cui la fede può più facilmente nascere e fiorire.

I genitori educano innanzitutto attraverso la cura del loro legame e rimanendo aperti alla vita. Infatti, l’arrivo di un figlio o di un fratello in una famiglia è il segno che c’è una “sorgente” ancora viva, e non solo biologicamente; significa che c’è stato un atto d’amore. Proprio il prolungamento di quest’atto d’amore è il primo regalo che i genitori sono chiamati a dare ai figli e che essi cercano: tenere vivo nella coppia il volersi bene. I bambini e i ragazzi non hanno solo bisogno di essere amati, ma hanno bisogno di vedere che è possibile e vale la pena amarsi. Da questo nascerà la loro fiducia e la capacità di creare dei legami stabili.

+ Massimo Camisasca, vescovo

 

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(nell’immagine, particolare di una scultura di Adolf Gustav Vigeland nel Frognerparken di Oslo)

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