Don Agapitus racconta la sua esperienza con i malati di Frosinone: nell’offerta alla Chiesa la loro sofferenza non va perduta.

Quando don Mario Follega mi ha proposto di dedicare il mio tempo alla pastorale degli ammalati, ho accettato subito senza riserve. All’inizio sono andato con don Aldo Belardinelli di casa in casa, per conoscere le persone che ci sono state affidate, malate o comunque in maggior parte anziane e inferme. Oggi mi accompagnano alcuni ministri straordinari, di cui due vivono grande attenzione, stima, cura, fede, speranza e carità, nei confronti dei deboli: Lauro e Nella.

 

La commovente attesa

Qui a Frosinone c’è la tradizione, molto sentita dalla gente, del “primo venerdì del mese”, che richiama il Venerdì Santo. Così, ogni primo venerdì del mese ho con me un elenco di più di cento nomi e i rispettivi indirizzi e recapiti telefonici. Di solito chiamo al telefono per avvisare del mio arrivo e chiedere la loro disponibilità, così possono prepararsi in tempo anche per la confessione.

Non avrei mai immaginato con quale commovente attesa mi accolgono, col desiderio di ricevere la Santa Comunione, con che cura preparano in casa un altarino con bicchieri e dell’acqua, per chi ha problemi ad ingoiare, e una candelina da accendere. Quando arrivo li trovo già in preghiera, tutto è pronto e accolgono con una gioia immensa il Signore. Conoscendoli meglio ho scoperto che tanti di loro frequentavano con assiduità la Chiesa e i sacramenti. Ho imparato a mettermi nei loro panni e a vivere con maggior attenzione e carità, a essere disponibile per andarli a trovare anche più di una volta al mese. Queste persone nutrono una grandissima fede, desiderano essere tutt’uno con Cristo e partecipare alla sua croce salvifica. Non ho mai ricevuto una risposta negativa! Sono sempre pronte e disponibili. Di solito fanno dire anche le sante messe per i loro defunti, per poter meritare i benefici della salute e della salvezza per loro e per i loro cari in cielo.

 

«Con Gesù si vive meglio»

Un giorno, insieme ad alcune Dame di San Vincenzo, sono andato a celebrare la messa in una casa di riposo appena fuori dal territorio della nostra parrocchia, dove poi è nata una caritativa con i ragazzi di Gs. Dopo la messa, sono passato a visitare gli ammalati allettati, che non avevano potuto partecipare. In una stanza c’era la signora Maria, che appena mi ha visto mi ha salutato e voleva sapere chi fossi. L’infermiera che mi accompagnava mi ammoniva di non darle retta, perché l’anziana non aveva memoria. Ma la realtà non era proprio così: Maria mi ha detto il suo nome, «quello della mamma di Gesù», e che anche lei amava tanto Gesù. Le ho spiegato che ero venuto a portarle Gesù Eucaristica, la Comunione, e lei ha risposto: «Che bello! Ma come si fa a ricevere la Comunione senza confessarsi?». Da allora sempre chiedo, sollecito e preparo gli ammalati alla confessione prima dell’eucarestia, e dopo questi due sacramenti è indicibile il miracolo della gioia, della pace e della serenità di quei volti, raggianti come quello di Mosè dopo l’incontro col Signore. Tanto da tirar fuori a Nadia, la badante musulmana: «Con Gesù si vive meglio» … O da far pensare a Teresa: «Voglio custodire e sentire per un po’ di tempo la presenza di Gesù in me».

Anna invece ci confessa che desiderava che uno dei suoi figli diventasse sacerdote, dato che in famiglia avevano religiosi e perfino un prelato. Lei, immensamente grata del dono di poter ricevere Gesù regolarmente, ci ripete sempre: «Come avrei fatto, senza di voi?». Oppure Mario, che da anni per la malattia non riconosce più neppure suo figlio: vado a trovarlo da tre mesi e adesso quando entro lui mi sorride, mi stende la mano, la stringe forte. Anche suo figlio ci ha detto stupito che da quando ci siamo noi suo papà sta meglio e lo chiama perfino per nome.

 

La grazia che mi è data

Da questa esperienza di missione ho compreso quello che fanno padre Pietro Tiboni in Uganda e don Alfonso Poppi a Nairobi con i malati del Meeting Point. Come padre Tiboni chiedeva sempre ai suoi moribondi di pregare per il Gius, il movimento, la Chiesa, e di salutare Gesù, Maria e Giuseppe per lui… così io ora chiedo agli ammalati di pregare per loro stessi e insieme per le nostre missioni. Sembra una cosa impossibile da capire, eppure Celestina, una signora anziana bloccata da oltre 40 anni a letto ha detto d’impeto: «Reverendo, è vero, è necessario che con le nostre preghiere e i nostri sacrifici facciamo di tutto perché tale aiuto vi arrivi!». Come se parlasse a una sola voce con Anna Vercors: «A che vale la vita se non per essere data?». Ecco, preparare gli infermi all’incontro con Gesù nei sacramenti, e all’incontro finale con Lui è la grazia che mi è data. Per aiutarli a vivere tutta la loro realtà umana, la vecchiaia, la debolezza, la malattia e la morte con dignità. Mentre cammino per andare a trovarli recito il rosario, affidando tutti al Signore che mi accompagna: così cresce la mia fede e l’abbandono nelle Sue mani. Non mi spaventa ciò che il Signore può chiederci di portare insieme a lui nella vita e così diventa tutto occasione di lode.

Leggi anche

Tutti gli articoli