Mons. Massimo Camisasca ci introduce ad Antoine de Saint-Exupéry, tra le pagine de “L’invisibile bellezza” di Enzo Romeo.

Durante i miei lunghi anni di lettore appassionato e vorace ho spaziato attraverso tanti generi letterari. Uno che ho preferito in assoluto è la biografia di personaggi della politica, di statisti, di grandi combattenti del passato, di artisti e scrittori.
L’arte nasce sempre dalla vita, anche se è un dono gratuito, non è mai disgiungibile da essa. Senza conoscere la vita familiare di Pirandello si capirebbero meno le sue tragedie, senza entrare nel suo rapporto con Marta Abba sfuggirebbero tanti lati del suo teatro; senza l’omicidio del padre non sarebbe nata la poesia di Giovanni Pascoli. Così mi sono accostato con tanto desiderio a L’invisibile bellezza di Enzo Romeo. Essa non è propriamente una biografia di Antoine de Saint-Exupéry, il famoso creatore de Il Piccolo Principe. È la sua vita commentata e spiegata dal di dentro, attraverso brani delle sue opere, collocate nello scorrere dei suoi anni appassionati.
Veniamo così a conoscere le persone che più lo hanno amato e che lui ha cercato di amare, i suoi amici, sua madre, sua sorella, sua moglie, le sue amanti.
Ma soprattutto, oltre all’avventura della sua vita di spericolato aviatore, questo libro mi ha permesso di entrare nella particolare bellezza della sua scrittura, altrettanto profonda in un romanzo, in una lettera (quante ne ha scritte Antoine!), in una corrispondenza inviata a un giornale.
Di Saint-Exupéry avevo letto Il Piccolo Principe, ne posseggo parecchie edizioni, una anche in milanese. È stato uno dei libri più pubblicati in tutto il mondo dalla sua prima apparizione nel 1943. Tradotto in 320 lingue, ne sono state vendute 140 milioni di copie. Ho inoltre sempre avuto qui con me una raccolta di suoi scritti, Terra degli uomini, pubblicata tanti anni fa da Città Armoniosa. Ma, nella biografia di Romeo, ho trovato lo stesso stile inconfondibile in una miriade di testi citati.
Scrivere, per il nostro autore, è vivere la ricerca dell’infinito: nell’infanzia, negli affetti e negli amori, nelle cose, nella natura (animali, stelle e deserto in particolare), nella parola dell’uomo e di Dio.
Ciò che mi impressiona è il linguaggio di Antoine de Saint-Exupéry. Un linguaggio che vuole esprimere il cuore, cioè una civiltà degli affetti, contrapposta a una società degli odi e delle guerre, una terra d’incontro tra i popoli, tra il cielo e la terra. Un linguaggio pieno di invocazioni a Dio. La sua fede è assieme ricerca e cadute, abitata da tanti interrogativi. Ne emerge un uomo segnato da una profonda ambivalenza. Da una parte cerca la salvezza nell’interiorità, nella difesa della civiltà occidentale, dall’altra vuole fuggire da un mondo che non gli basta attraverso le grandi avventure, le sfide contro la morte in pericolosi voli di guerra. È stato definito un mistico disperato, che perde Dio e non cessa però di chiamarlo. Così scrive nella sua ultima opera, La cittadella: «Signore, quando un giorno riporrai nel granaio la tua creazione, spalancaci le porte e facci penetrare là dove non ci verrà più risposto, perché non ci sarà più alcuna risposta da dare, ma solo la beatitudine, soluzione di ogni domanda e volto che appaga».
Non ha saputo evitare talvolta i rischi dello spiritualismo e di una lettura estetizzante della realtà, ma Saint-Exupéry ci ha lasciato esperienze, riflessioni, racconti, immagini e aperture che rimarranno per molto tempo nella mente e nel cuore dell’uomo.

Leggi anche

Tutti gli articoli