L’omelia preparata da mons. Camisasca per la Solennità di san Francesco D’Assisi è l’occasione per una riflessione sulla ricchezza della sua umanità e sulla bellezza della sua santità.

Cari fratelli e sorelle,

solo un anno fa abbiamo riaperto questa concattedrale dedicata a san Pietro. È dunque fonte di gioia ritrovarci qui, a vivere assieme la solennità di san Francesco.

Lo scorso ottobre, durante la celebrazione per la riapertura di questa chiesa, ho sottolineato come le parole che il Crocifisso rivolge a san Francesco – Va’ e ripara la mia casa – fossero calzanti per quell’occasione. Dopo un anno, vedo la portata profetica di quell’espressione. Questa chiesa è diventata nuovamente il centro di una vita e di una devozione che tutti desideravamo e che abbiamo ricevuto come un dono consolatorio. Dopo solo un anno, possiamo ripetere le parole ascoltate nella prima lettura: Avendo premura d’impedire la caduta del suo popolo, fortificò la città nell’assedio (Sir 50,4). La nostra esistenza è stata realmente fortificata e sostenuta dal fatto che le porte di questa chiesa siano state nuovamente aperte e siano ora pronte ad accoglierci. Questo deve essere di insegnamento per le nostre vite: non esiste distruzione o lontananza in cui Cristo non possa raggiungerci per risanarci con la forza del suo Spirito. Continuiamo il cammino insieme, grati per quanto abbiamo visto rinascere e pieni di speranza per il futuro che ci attende.

Vorrei ora proporvi alcune riflessioni sul nostro grande patrono san Francesco di cui quest’oggi celebriamo la festa. Il poverello di Assisi è una figura enorme, che si staglia su tutta la storia della Chiesa e dell’intero Occidente. Credenti e non credenti si sono confrontati con la sua vita durante tutti i secoli. La sua intensa esistenza e la dirompente ricchezza della sua umanità hanno consentito di leggere e trovare in lui infinite sfumature, come tanti volti di uno stesso Francesco. Questa sera vorrei concentrarmi sulla dimensione della sua figura che fa da cornice a tutte le altre: la bellezza e la luminosità attrattiva della sua santità.

Mi hanno sempre colpito le parole con cui la regista Liliana Cavani ha colto la figura di Francesco. Lei non si lascia definire una credente, ma ritengo che il suo pensiero possa rappresentare uno spunto di riflessione molto importante per tutti noi. Scrive: «Il punto focale della […] esperienza [di san Francesco] è questo: la verità non sono parole, ma è una persona. Gesù è la sua verità, il suo “manifesto”, il suo testo, la sua pace, il suo tutto. La verità per un cristiano è una persona. […] Per nessun’altra religione è così. […] Francesco cerca di rispondere con la sua persona alla verità che è una persona. […] Le stigmate: [sono] la sua persona che si identifica nella persona amata e le diventa simile» (In Litterae Communionis, ottobre 1989).

Ecco cosa ci mostra la vita di Francesco: la verità è una persona, Gesù Cristo. Il santo pertanto non brama innanzitutto la perfezione, ma l’incontro, la confidenza, la conformazione a Cristo. Questa considerazione ci permette di vedere come le parole della seconda lettura che abbiamo appena ascoltato illuminino la figura di Francesco. Anche tutta l’esistenza di Paolo, infatti, è stata attraversata dalla persona di Cristo e si è svolta nel desiderio dell’incontro definitivo con lui: per me il vivere è Cristo e morire un guadagno (Fil 1,21). La santità nasce come innamoramento di Gesù e desiderio folle di identificarsi a lui, di portare sulle spalle la sua missione e la sua croce. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29), dice il vangelo di oggi. E Paolo riecheggia: Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo… io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo (Gal 6,14.17). Noi sappiamo che la vita di san Francesco ha realizzato queste parole in modo letterale.

Come possiamo percorrere il cammino di immedesimazione a Cristo che hanno compiuto san Paolo e san Francesco? Esistono infinite strade che Dio mette in atto per attrarci a lui. Noi dobbiamo semplicemente arrenderci con disponibilità totale. Francesco è un uomo che non ha opposto resistenza a Dio. Si è semplicemente abbandonato, affidato. Vivere il Vangelo sine glossa, senza commenti, in modo ingenuamente letterale, ha significato per il santo di Assisi essere completamente libero da tutto per poter essere completamente trapassato ed assimilato da Cristo. Tutto ciò che ci è chiesto è la semplicità e l’umiltà del cuore: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11,25). Il resto ci verrà donato in sovrappiù.

Dalla santità di Francesco è scaturita la sua potenza riformatrice. Di fronte a un certo disorientamento e timore verso il futuro con cui vengo a contatto durante tanti incontri e nelle visite pastorali, di fronte a una certa stanchezza e pesantezza per la burocratizzazione che, come ho ricordato in occasione dell’inaugurazione dell’anno pastorale, spesso ingessa anche la vitalità della Chiesa, san Francesco ci mostra che la rinascita avviene prima di tutto aderendo a Cristo con tutto noi stessi e portando in questa adesione il mondo che ci è affidato.

San Francesco aiuti e guidi il nostro cammino, la nostra carità e la nostra fede. Amen.

 

Omelia per la solennità di san Francesco d’Assisi, patrono della Diocesi

Concattedrale di Guastalla, 4 ottobre 2017

(nell’immagine, Jan van Eyck, (attr.), Stigmate di san Francesco, 1432 ca)

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