Proponiamo un intervento di mons. Camisasca ad un’assemblea delle Confcooperative: il recupero del senso del lavoro, della propria responsabilità sociale e dell’appartenenza alla comunità sono la strada per superare la crisi, il disorientamento e la paura.

Innanzitutto vi ringrazio per avermi invitato qui. […]
Prima di rispondere alle domande del Presidente, vorrei descrivere il contesto generale che percepisco nella mia quotidiana partecipazione alla vita delle persone. Avverto una paura diffusa. Certo, la percezione della paura è diversa negli adulti, negli anziani e nei giovani. Essa nasce da cambiamenti troppo rapidi che non si sanno decriptare. La persona oggi vive in un contesto di cui non riesce a leggere le linee fondamentali di sviluppo e di cui, quindi, non riesce a intravedere possibilità di futuro vivibile. Ciò mi sembra l’origine della paura, soprattutto nei giovani. Essi la avvertono in modo meno consapevole, ma più istintivo. È il disorientamento sul proprio valore come persona, come “io”.
Oggi i nostri ragazzi vengono portati molto precocemente a sfide che non sanno reggere, soprattutto sfide affettive relazionali. In molti casi si sentono sconfitti e preferiscono mettersi negli angoli della società, avvertendo di essere inadeguati. Da qui quella forma di ribellione sociale dei ragazzi, non più dei giovani ma dei ragazzi, di cui abbiamo visto anche un episodio ieri in una nostra scuola. Dobbiamo lasciarci interrogare. Il disagio dei ragazzi sarà una sfida importante nei prossimi anni, un disagio che ha strettamente a che fare con la crisi della famiglia, delle relazioni intergenerazionali e soprattutto della relazione fra i ragazzi e la realtà. Qui si inserisce anche il tema delle tecnologie. Insomma, i nostri ragazzi oggi sono portati a un livello di sfida che non sanno reggere e a cui non sono educati né dalla famiglia, né dalla scuola e, devo dirlo, neanche dalla Chiesa. Essi sono di fronte a una realtà che non sanno capire. Non intravedono un linguaggio che la interpreti e che ne descriva le linee evolutive. Per loro, ma anche per gli adulti, è fondamentale trovare delle linee di continuità dentro i rapidi cambiamenti che stanno vivendo e intravedere così ragioni di speranza. C’è qualcosa che resta o tutto è destinato a finire? Andiamo verso il nulla o c’è la possibilità di costruire una pagina nuova della storia? Questi sono gli interrogativi, magari taciuti, di tanta gente. Questa è la sfida posta davanti a me come vescovo e davanti alle Istituzioni di diverso genere della nostra società e della nostra cultura.
Qual è il nesso tra questa pagina nuova e ciò che l’uomo ha vissuto finora? Non c’è speranza senza continuità fra passato, presente e futuro. Certo, c’è sempre anche una discontinuità, ma oggi i termini di tale discontinuità sono così forti da far pensare che si sia verso la fine del mondo oltre che di un mondo.

Voglio allora cercare alcuni elementi di possibile continuità. Il movimento cooperativo nasce nel mondo socialista e poi nel mondo cattolico. Trovandomi a parlare in questa casa, vorrei riferirmi in particolare a quest’ultimo. Nella seconda metà dell’Ottocento è finito il potere temporale della Chiesa. Secondo me, questo è stato la grande cornucopia che ha permesso l’evidenziarsi di un mare di forze nuove nella vita ecclesiale, sociale e civile. Siamo ancora troppo vicini a quell’evento per avere una valutazione adeguata di cosa abbia voluto dire la fine dello Stato della Chiesa in Italia. Certamente, per quanto riguarda almeno la comunità cristiana, ha segnato una pagina nuova di grande fecondità. Finita una forma che perdurava da oltre mille anni, la Chiesa si è dovuta interrogare sulla sua presenza nel mondo. Così ha trovato nuove forze, soprattutto nel laicato. La storia del laicato cattolico tra il 1860 e il 1920 in Italia ci mostra anni di enorme fecondità, a mio parere molto più grande della fecondità registrata dopo il Vaticano II. In quel Concilio si è parlato di promozione del laicato, ma ancora molto poco è avvenuto. Molto dipende anche dalle figure presbiterali. Comunque il cinquantennio/sessantennio a cavallo dei due secoli è stato un tempo di grande forza creativa, dentro una situazione che dalla maggior parte della comunità cristiana era avvertita negativamente. Solo alcune menti illuminate, cito Rosmini e Alessandro Manzoni, ne intravedevano la provvidenzialità. Nessuno di noi si augurerebbe di essere nei panni di Pio IX. Questo Papa sentiva su di sé la responsabilità di chiudere un millennio di storia.

Tornando all’oggi, vorrei fare qualche accenno alle tematiche che sento fondamentali: il lavoro, l’impresa, il risparmio e l’utilità economica delle imprese e delle famiglie.

Una delle ragioni più forti di crisi del nostro Paese oggi è la perdita del senso del lavoro, la difficoltà dell’uomo di fronte al lavoro. Per tante, troppe persone, che non voglio colpevolizzare, il lavoro rappresenta una condanna, qualcosa di negativo e da evitare. I furbetti del cartellino non sono soltanto il caso di un’azienda, di un ospedale, di un comune. Sono purtroppo una mentalità diffusa. Si cerca di lavorare il meno possibile. Non sto parlando di Reggio, che forse ha dei problemi opposti.

Credo che sia venuto meno il senso del popolo a cui si appartiene, della responsabilità sociale della persona e, perciò, del suo lavoro. Viviamo in un’epoca di grande individualismo. Se non troveremo le strade per recuperare la socialità, non potremo ritrovare il significato del lavoro.

Mio padre si alzava alle quattro e tre quarti tutte le mattine per andare a lavorare. Eravamo sfollati sul lago Maggiore e il suo lavoro era a Milano. Quindi doveva andare a prendere il treno in una stazione distante e poi tornava alle dieci di sera. Per anni e anni della mia vita, non ho mai visto mio padre, se non la domenica. Che cosa faceva sì che facesse questi sacrifici? L’amore per i suoi figli, per sua moglie e per la sua città. Lavorava infatti al comune di Milano, che ha sempre amato tantissimo. C’era quindi una ragione sociale. Per lui il sindaco di Milano era un’autorità suprema. Quando ne parlava, gli si illuminavano gli occhi, perché sentiva di far parte di quella comunità che era la sede comunale, era palazzo Marino, gli uffici del comune. Non voglio fare del romanticismo e della retorica, ma penso che la perdita del gusto del lavoro ci fa ricercare poi altri gusti, individualistici, che non soddisfano. Il grande Aristotele diceva che l’uomo è un animale sociale per natura e quindi ha bisogno di trovare il senso della propria vita nella collaborazione alla costruzione comune.

Dobbiamo aiutare le persone a ritrovare il gusto e la bellezza del lavoro. Per questo trovo profondamente sensato quello che ha detto il Santo Padre a riguardo del reddito per tutti e del lavoro per tutti. Non è una disquisizione di taglio sindacalistico, ma personalistico: non c’è la persona se non c’è il lavoro, perché attraverso il lavoro l’uomo conosce se stesso, matura e stabilisce dei nessi e dei rapporti con le altre persone, con la società e, infine, con il mondo intero.

Il secondo tema è la crescita della consapevolezza comunitaria. Qui la realtà cooperativa ha insegnato molto. Ora deve ritrovare la freschezza dell’intuizione che l’ha generata: l’esperienza di popolo nel mondo cattolico e nel mondo socialista. Per vivere bene, occorre ritrovare la bellezza di essere assieme e la corresponsabilità dell’essere assieme.

Il terzo tema è il risparmio. A chi devono essere utili i soldi? Come coniugare la genialità e la creatività dell’imprenditore che ha dato origine a un’opera, di cui si sente un po’ “padrone”, e coloro che collaborano e hanno collaborato, a diverso grado, alla costruzione di questa impresa? Se la persona, l’imprenditore, si concepisce come una divinità, allora è molto difficile che senta la responsabilità di una condivisione degli utili. Se invece, pur nell’orgoglio legittimo per la propria genialità, si concepisce come parte di una comunità più grande alla quale è chiamato a dare un contributo, allora vedrà nella sua impresa un’utilità per tutta la società. Non ci sarà futuro se non ci sarà cambio di prospettiva in questo senso. Assistiamo, oggi, a una concentrazione mondiale del potere economico che difficilmente riuscirà a garantire il futuro della terra. Dobbiamo quindi avere il coraggio di ridisegnare dal basso l’economia e le strutture economiche.

Dopo questa introduzione, mi permetto di entrare in alcune domande che mi sono state poste. Dove oggi la cooperazione può e deve fare di più? Dove presenta le sue debolezze? Mi sembra di aver già accennato alcune risposte. Un primo campo in cui la cooperazione può fare molto è ridare alla nostra gente il gusto e la passione del lavoro, la bellezza del costruire, del porsi degli obiettivi e del lavorare assieme per raggiungerli. Senza questo, non ci può essere ripresa del Paese e delle comunità, neanche della comunità ecclesiale. Lavoro vuol dire anche sacrificio. Senza sacrificio non c’è senso dell’appartenenza e senza senso dell’appartenenza non c’è Chiesa. Lavorare assieme è possibile. Il dono di ciascuno si può coniugare con il dono degli altri, senza scadere in una rivalità distruttiva. Non dobbiamo togliere il valore del merito, ma non possiamo orientarci verso una società esclusivamente meritocratica.
Un altro campo in cui la cooperazione può e deve fare di più è la certezza che il credito consegnato dalle persone verrà utilizzato bene, verrà rispettato, anche se il profitto non sarà così luccicante come si potrebbe sperare.
Quindi senso del lavoro e responsabilità verso il credito dei soci. Ciò significa trasparenza e onestà come elementi fondanti del vostro operare. Sono valori da riscoprire, perché soltanto se ne siamo pienamente convinti ne diventiamo difensori. Se chi usa in un modo onesto i soldi si sente un “fregato” perché tutti gli altri invece sono spregiudicati, domani li userà in modo disonesto. Non resisterà alla pressione dei media, dell’opinione pubblica, del web. Soltanto se sperimenteremo che lavorare contribuisce al bene di tutti, della propria famiglia e dei propri amici, che usare il denaro in un certo modo è un “di più” per la nostra vita, per la nostra serenità, allora le persone capiranno che ci sono felicità effimere. Abbiamo visto crollare davanti ai nostri occhi imperi che sembravano d’acciaio e si sono rivelati di carta. Pensate al crollo di banche americane all’inizio della crisi del 2008, in cui centinaia di migliaia di persone avevano posto la loro speranza! Soltanto se siamo pienamente convinti che l’esperienza che stiamo vivendo è positiva e gratificante, potremo rispondere a una mentalità che insinua che fregare è bello. Non basta neppure interiorizzare un dovere. Come vescovo, dico: dobbiamo interiorizzare un piacere, non un dovere. Neppure un piacere edonistico, ma la risposta a questa domanda: che cosa è più gratificante e che cosa resta infine della vita? Il piacere di rifiutare una proposta di carriera da quel mio dirigente di banca perché preferisco tornare a casa prima e avere la domenica libera per passare del tempo con mia moglie e i miei figli. Certo, non sono decisioni facili, né tanto meno generalizzabili. Eppure sono scelte inevitabili. Mi permetto, dunque, di richiamare coloro che hanno la responsabilità di amministrare le grandi e piccole cooperative a un forte e gravoso senso di responsabilità. Da voi dipendono molte cose. Siate i continuatori dei valori di cui siete eredi!

Nel compendio della Dottrina Sociale (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 399) viene detto che i componenti dell’impresa devono essere consapevoli che la comunità nella quale operano rappresenta un bene per tutti. Essa non è una struttura che permette di soddisfare gli interessi personali di qualcuno. Ritorna ciò che ho detto prima: recuperare la bellezza del lavorare assieme, del contribuire assieme a qualcosa che non porterà necessariamente solo il mio nome. Sul duomo di Milano, sulla cattedrale di Notre Dame di Parigi o di Reims, non c’è il nome di chi le ha progettate, ma del popolo che le ha costruite. La soddisfazione di interessi personali deve coniugarsi con la consapevolezza che essi possono vivere soltanto perseguendo un bene più grande. La radice della crisi economica che stiamo vivendo è nella perdita di attenzione al valore della persona e della comunità. L’economia è sempre più slegata dalla realtà fattuale, è sempre meno al servizio delle persone e delle comunità, sempre più al servizio di pochi.

Una ripresa deve nascere dalla risposta a questa domanda: che cosa è realmente utile al bene mio e di tutti? In che cosa credo? C’è nella mia vita qualcosa che conta davvero e a cui non sono disposto a rinunciare? In questo sta la possibilità di felicità e di crescita per me, per gli altri e anche per la Nazione. Si tratta di rifondare l’ethos di una Nazione. La nostra nazione sta rischiando l’estinzione per crisi demografica. Abbiamo dunque perso l’ethos del nostro essere Nazione. Eppure non vedo un’azione legislativa potente di fronte a questo gigantesco problema culturale e sociale. Abbiamo posto al centro l’individuo, il successo e il potere. Per questo i nostri giovani non hanno più fiducia in noi.

Intervento di mons. Massimo Camisasca all’Assemblea Provinciale di Confcooperative

Reggio Emilia, 8 giugno 2017

(Nell’immagine:  Gerrit van Honthorst – Il bambino Gesù nella bottega di san Giuseppe, 1620)

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