Un estate presso la Cooperativa Nazareno per scoprire che cosa c’è nel cuore dell’uomo. Stefano Tenti racconta la sua esperienza attraverso incontri sorprendenti.

Appena messo piede a Villa Chierici, Francesca mi si fa incontro con aria pretenziosa farneticando strani mugugni. Nel giro di qualche secondo, che a me è sembrato un’eternità, arriva anche Marta, la sua operatrice, che le chiede di calmarsi e di parlare lentamente e chiaramente. Francesca continua a ripetere i suoi versi e attraverso Marta prendono la forma di una domanda semplice: «Come ti chiami?».

Anche Marco mi viene vicino con la sua carrozzella, trascinandosi con il piede. Mi fissa, prende fiato come per pronunciare un grande discorso ed inizia ad emettere dei suoni. Gli educatori lo guardano ringraziandolo per quello che ha detto. Io però non ho capito nulla. Allora Marco, continuando a fissarmi, reinizia a sforzarsi e capisco che mi sta ripetendo la stessa cosa. Con l’aiuto di Fabio, intuisco che mi sta dicendo: «Ti chiami Stefano, come un mio amico». E piano piano, sotto lo sguardo di Fabio che mi indica di aspettare perché Marco ancora non ha finito, riesco a percepire che tra quei suoni ci sono delle parole e che mi vuole raccontare la sua storia: «Ho fatto un incidente a 7 anni».

Mentre sono intento a entrare nel mondo di Marco, arriva tutto trafelato Matteo, con la sua andatura saltellata che rischia di perdere l’equilibrio da un momento all’altro e si lancia sul divano. Lentamente la testa gli si incurva fino alle ginocchia e si ferma completamente ripiegato su di sé. Noto che sulle orecchie ha degli apparecchi per l’udito. Miriam gli solleva la testa, lo guarda negli occhi e comincia a fare dei gesti strani. Non sono gesti di un alfabeto per sordomuti. Sono gesti particolari, sono i gesti di Matteo. Negli anni si è scoperto che quando tornava a casa, si metteva davanti allo specchio a fare delle smorfie e si è capito che stava imitando le persone che incontrava a Villa Chierici durante il giorno. Quindi ad ognuno ha collegato il suo gesto di riconoscimento e man mano è stato aiutato a inventare dei gesti per esprimere anche le azioni. Nel tempo Matteo ha potuto trovare delle sue parole per dire chi è e che cosa c’è nel suo cuore.

Il mese che ho passato a Carpi, presso la Cooperativa Nazareno, è stato tutto intessuto di piccole scoperte. Gli operatori stanno pazientemente assieme a questi ragazzi e nel tempo essi mostrano qualcosa che senza quella pazienza non emergerebbe mai. Piccoli passi per me invisibili, ma meravigliosi agli occhi degli educatori. Attraverso di loro ho scoperto che questi ragazzi hanno una bellezza nascosta e profonda, così potente da fare innamorare. Per accedere a quella bellezza, però, è necessario amarli. I gesti di Matteo, le due parole di Francesca, i mugugni di Marco sono delle chiavi per entrare nel loro cuore, per attingere al tesoro della loro vita e far sì che essi possano dire la loro preziosità al mondo.

Questi ragazzi mi hanno educato alla gratuità, alla cura dell’altro, alla carità, richiamandomi alla vera dimensione di tutti i rapporti. Anche io ho bisogno di qualcuno che attraversi i miei atteggiamenti e abbia la pazienza di svelarmi la bellezza che Dio ha posto e pone nella mia vita. Anche io desidero stare con i miei fratelli e le persone cui sono mandato lasciando loro lo spazio ed il tempo perché si sveli il disegno che Dio ha su di loro, servendo la loro grandezza, la loro santità.

Perché certe persone debbano sopportare delle difficoltà così grandi rimane un mistero. Dopo questo mese mi sento di dire che Cristo le ha assimilate misteriosamente alla sua croce e per questo le benedice, rendendole fonte di benedizione per chi accetta di entrare in questo mistero. Penso che la Nazareno sia un luogo dove questo cammino è desiderato e per questo è illuminata dalla bellezza che irradia dalle profondità di questa croce.

 

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