Pubblichiamo l’omelia che padre Mauro Giuseppe Lepori, abate generale dell’Ordine Cistercense, ha tenuto durante la santa messa, in occasione della festa della Fraternità san Carlo.

“Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo”

«“Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano.»

Due volte, nel Vangelo di questa domenica, i discepoli di Gesù evitano di entrare in conversazione con Lui. Non pongono a Lui le domande che sentono sorgere nel loro cuore di fronte all’annuncio della passione; non rispondono quando Lui chiede di rendergli conto delle loro discussioni.
Così, è come se in questo Vangelo si percepisse un fossato invisibile fra Gesù e i suoi discepoli. Da una parte c’è Lui che annuncia la passione, morte e risurrezione, Lui che fa loro l’annuncio più tragico e esaltante che abbia potuto fare in tre anni, l’annuncio cruciale del suo mistero. Dall’altra si percepisce un gruppo informe di discepoli ripiegato su se stesso e dentro il quale ognuno è ulteriormente ripiegato su di sé. Confabulano, fanno capannello, come un gruppetto di comari che sta spettegolando lanciando all’intorno occhiate sfuggenti, critiche e timorose ad un tempo.
Questo scenario mette in risalto la solitudine di Gesù. È come se in mezzo agli apostoli, ai suoi amici, Lui fosse un estraneo, uno di cui si diffida, oppure uno che si teme di urtare ponendogli domande indiscrete. La passione di Gesù inizia da questa estraneità fra Lui e i suoi che culminerà nell’abbandono generale.
L’estraneità da Gesù squilibra i rapporti fra i discepoli. Perché nella Chiesa, ogni volta che si perde il riferimento reale a Cristo, immediatamente ognuno scade e s’immeschinisce nell’autoreferenzialità. Se il più grande e importante per noi non è Gesù, immediatamente dobbiamo esserlo noi.
Non esiste alternativa unificante alla centralità di Cristo. O Lui solo è il centro, o il centro dobbiamo esserlo tutti, e allora tutto si sfascia, come lo osserva crudamente san Giacomo: “Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. (…) Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra!”
Ma anche san Giacomo, per contrastare questa tendenza distruttiva, richiama i cristiani a ritornare alla conversazione con Cristo che gli apostoli quel giorno avevano interrotto. Richiama a ricominciare da una posizione di domanda per riprendere la conversazione con Gesù: “Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.”
Chiedere a Cristo vuol dire chiedere Cristo. Se i discepoli avessero posto domande a Gesù sull’annuncio della passione, morte e risurrezione, Gesù avrebbe potuto iniziare a far loro capire che il senso di tutte quelle cose misteriose non era oscuro, ma la luce del dono totale che Lui voleva far loro di Se stesso.
Per insegnare questo, nonostante tutto, Gesù mette allora un bambino in mezzo ai discepoli.
Cosa ci insegna un bambino? Insegna a domandare, ad esprimere il proprio bisogno, e a capire che il nostro vero bisogno è quello di essere amati in un modo che ci insegni ad amare. L’abbraccio che Gesù dà a questo bambino è il vero segno ed esempio che Lui mette in evidenza. Perché un bambino vive l’abbraccio come uno scambio, come un essere amato che impara immediatamente a riamare. Chi mi abbraccia con gratuità, mi dona nello stesso gesto di poterlo riabbracciare e amare con gratuità. La gioia di un bambino di essere abbracciato è subito una scoperta e un’esperienza di poter amare l’amore, di poter riamare chi ci ama per primo.
Per questo, Gesù mette immediatamente in relazione il bambino che abbraccia con la Trinità: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.
I rapporti nuovi che l’avvenimento di Cristo rende possibili, non sono per lusingare la brama di essere considerati più grandi degli altri, ma per vivere un livello di comunione fra noi che è incarnazione della comunione trinitaria, riflesso umano dell’accogliersi eterno e perfetto che esiste fra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. Cristo è venuto, non perché siamo i concorrenti gli uni degli altri, ma un dono gradito gli uni per gli altri in Lui che ci dona il Padre.
La comunione ecclesiale vive e rinasce nel dirci gli uni gli altri: “Tu sei un dono per me!”, meglio: “Tu sei un dono di Dio per me!”, come lo può essere un bambino abbracciato da Cristo.

XXV Domenica del Tempo Ordinario (B)
Roma, Parrocchia Santa Maria del Rosario ai Martiri Portuensi, 22 settembre 2018
Letture: Sapienza 2,12.17-20; Giacomo 3,16-18.4,1-3; Marco 9,30-37

(pubblicato sul sito dell’Ordine Cistercense: http://www.ocist.org/ocist/abate-generale/omelie-abate-generale.html)

(nell’immagine, padre Mauro Lepori durante l’incontro con la Fraternità san Carlo).

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