Gesù ci affida la Chiesa per viverla e per farla conoscere come suo sacramento. La meditazione sulla parabola dei talenti in un’omelia di mons. Camisasca.

Cari fratelli e sorelle,

cari Marco, Alberto e Paolo, candidati all’ordinazione diaconale,
cari ammittendi al percorso formativo verso il diaconato,
saluto con affetto e riconoscenza le vostre famiglie, le parrocchie da cui provenite e i formatori che vi hanno accompagnato nel vostro percorso di discernimento e preparazione, in particolare don Daniele Moretto.

Il vangelo di questa sera, come sempre accade, mi offre l’opportunità di illuminare sia ciò che stiamo vivendo assieme, sia la vita che vi attende.
L’evangelista Matteo colloca questa parabola di Gesù alla fine della sua vita pubblica. Egli sta veramente “partendo per un viaggio”. È il viaggio che lo porterà alla donazione suprema di sé e al ritorno al Padre. Un viaggio in cui nessuno di noi lo può per ora accompagnare, ma sappiamo che egli non ci lascerà soli: tornerà a prenderci perché desidera che anche noi siamo dove è Lui (cfr. Gv 14,3). È una partenza, la sua, piena di promessa: desidera che ciascuno di noi possa partecipare della stessa festa di comunione che egli da sempre vive col Padre.
Lasciandoci, ci affida la Chiesa e questo avviene attraverso i doni che Egli fa a ciascuno di noi, rappresentati nella parabola dai talenti. Il testo evangelico lo dice con chiarezza: consegnò loro i suoi beni (Mt 25,14). Non ha dato loro qualcosa di accessorio o un ricordo, ha dato a loro tutto se stesso. Ha dato a loro la Chiesa.
Gesù ci affida la Chiesa in due sensi: in primo luogo perché noi abbiamo a conoscerla e a viverla. In secondo luogo perché abbiamo a farla conoscere come corpo di Cristo, come suo sacramento, cioè a far conoscere Cristo stesso attraverso la vita delle comunità che sono il volto dell’evento ecclesiale.
In quest’ultimo significato Egli ci rende responsabili della Chiesa. Ecco svelarsi, allora, il significato profondo di ciò che ora accade nella vostra vita: Cristo vi mostra la Chiesa, ve la mostra chiamandovi a servirla.
Notate che i talenti sono dati da colui che parte: non siete voi l’origine di questo sacramento, l’origine dei vostri doni, e in particolare del dono carismatico che oggi viene dato a voi come carattere, è il Signore stesso. È per sua grazia – solamente per sua grazia – che voi venite oggi associati alla sua persona nel terzo grado dell’Ordine Sacro. «I diaconi – leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica – partecipano in una maniera particolare alla missione e alla grazia di Cristo. Il sacramento dell’Ordine imprime in loro un che nulla può cancellare e che li configura a Cristo, il quale si è fatto “diacono”, cioè servo di tutti»[1].
Vi prego di non tralasciare mai la meditazione di questo mistero: Cristo vi chiama perché ama la sua Chiesa e, nel cuore della sua Chiesa, chiama voi perché vi predilige con un affetto speciale al punto di affidarvela.

Colui che parte dà a ciascuno un numero diverso di talenti. Anche su questo dobbiamo riflettere. Dio concede i suoi doni a ciascuno secondo le necessità della Chiesa e secondo le necessità del momento. La Chiesa non nasce dal basso, non ha origine in una nostra iniziativa, non può essere compresa secondo gli schemi e le leggi della democrazia. Essa nasce da Dio, dal cuore di Dio, dal cuore ferito di Cristo che distribuisce i suoi doni secondo la capacità di ciascuno (cfr. Mt 25, 15), cioè secondo la recettività di ciascuno.
Dio crea gli uomini e le donne uguali nella dignità, ma diversi nei doni: se avessimo tutti gli stessi doni, la Chiesa sarebbe monotona, una musica di una sola nota. Essa è invece sinfonica, un mosaico composto di tante tessere di colore diverso, ordinate nel disegno pensato dall’Architetto che l’ha creato. Nella Chiesa occorre che i diversi doni siano in rapporto gli uni con gli altri. Nessuno può essere assolutizzato a discapito degli altri, ma tutti devono cercare di concorrere alla comunione, alla bellezza della vita comune. Quante gelosie, invidie, rivalità deturpano oggi il volto della Chiesa e delle nostre comunità! Ricevere questa sera l’Ordine del diaconato significa anche farsi portatori di comunione all’interno della nostra Chiesa. La comunione non è il livellamento dei pensieri e delle azioni attorno a un unico principio. Essa è, piuttosto, una partecipazione organica di tutti i doni alla manifestazione della persona di Cristo.
Colui che aveva ricevuto un solo talento viene rimproverato (cfr. Mt 25, 26-30). Forse il padrone che parte conosceva già la sua pusillanimità e voleva aiutarlo rendendolo responsabile di poco, come d’altra parte dice a tutti. Al suo ritorno, non lo rimprovera, perciò, perché gli restituisce un solo talento, ma perché ha avuto paura ed è andato a nascondersi sottoterra. Comprendiamo così l’altro aspetto fondamentale della vocazione che avete ricevuto da Dio e che oggi viene sigillata dal dono dello Spirito: se l’Ordine è una grazia che riceviamo dall’alto, essa è, nello stesso tempo, un dono che dobbiamo vivere sulla terra, che dobbiamo, secondo l’immagine del vangelo, trafficare. I doni, infatti, non ci sono stati dati per la nostra gloria, ma per l’edificazione di tutto il corpo. In tutto ciò appare un aspetto di sacrificio cui la nostra vita va incontro, ma anche di discernimento. Come vivere il ministero diaconale, il sacramento del matrimonio, il proprio lavoro senza che nessuno di questi momenti della nostra vita ne riceva detrimento? Nessuno di voi, senza l’aiuto del vescovo, dei presbiteri a lui vicini e dei propri famigliari potrà trovare le strade per comprendere che cosa deve essere sacrificato e che cosa esaltato.
Il Concilio Vaticano II, restaurando l’Ordine del Diaconato e aprendo di fatto le porte al diaconato uxorato, ha inaugurato una forma nuova di vocazione, altamente delicata e soggetta a molte tentazioni. Per questo si esige non solo una preparazione profonda in vista dell’ordinazione, ma anche una continua formazione, una matura confidenza che vi faccia affrontare con serenità ogni momento difficile e vi apra le strade della gioia e della valorizzazione dei vostri talenti.
Affido tutto ciò, non tanto questi pensieri, ma questa speranza, alla materna intercessione di Maria, perché accresca la vostra maturità verso una conoscenza sempre più ricca della persona di Cristo e del suo servizio al Padre e alla Chiesa.

Amen.

+ Massimo Camisasca
 

Omelia nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario. Messa di ordinazione diaconale permanente

Cattedrale di Reggio Emilia, 15 novembre 2020

(Nell’immagine, Benozzo Gozzoli, Madonna della Cintola, 1450)

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