Una lezione a tutta la Fraternità san Carlo sul rapporto fra la fede e le culture.

I

La fede cristiana, per sua natura, vive, si esprime e si comunica dentro una cultura. Ho detto ‘per sua natura’ perché questa è la natura, la logica dell’evento dell’Incarnazione. Dio ha scelto di farsi uomo in un tempo, in un luogo, in un popolo, in una cultura, in una lingua e ha indicato, in questo modo, una legge permanente del rapporto con Lui. Questo non vuol dire che Gesù abbia assunto, in tutto e per tutto, nei suoi pensieri e nelle sue azioni, la cultura del popolo in cui era nato ed era cresciuto. Lungo tutta la sua vita vediamo questi due movimenti: da una parte egli entra in profondità nella lingua, negli usi, nelle leggi del popolo a cui apparteneva, anche in quelle leggi, in quei costumi che egli in parte criticherà o che verranno a decadere proprio in ragione del suo insegnamento. Nello stesso tempo egli ha la libertà di prendere le distanze, anche decisamente, da alcune di quelle consuetudini, spesso molto radicate nel suo popolo, avvertite da lui in contraddizione con la missione che il Padre gli ha affidato.

Questa logica della assunzione critica rimane un asse permanente della fede cristiana e della storia della Chiesa.

II

Già durante la sua vita Gesù non si è soltanto incontrato e scontrato con il suo popolo, che fra l’altro era diviso in varie correnti e non formava perciò una cultura unitaria, ma è entrato in contatto anche con altri popoli, con altre tradizioni. Per esempio con i samaritani, che rappresentano un raggruppamento ereticale all’interno della stessa tradizione giudaica, ed anche con molti pagani. Verso la fine della sua vita si incontrerà con alcuni giudei di origine greco-pagana interessati direttamente alla sua persona, inaugurazione di quella ‘Chiesa delle genti’ che, assieme alla Chiesa che viene dalla sinagoga, entrerà come una duplice corrente a formare il fiume unico della Chiesa cristiana.

Non è mai esistita dunque una monolitica unità culturale in cui si è incarnata la fede, ma già nella vita stessa di Gesù vi è stato un movimento di assunzione della cultura del suo popolo e di apertura verso culture nuove. Lo stesso Gesù che si reca alla sinagoga il sabato, che si lascia battezzare nel Giordano, che prega assieme al suo popolo e dice che neppure uno iota dell’antica legge sarà trascurato, assieme a un atteggiamento di critica verso i farisei e i samaritani, a causa di nuovi incontri si apre a nuove espressioni della sua missione. Egli, che prima pensava di essere mandato soltanto alle pecore perdute della casa di Israele, poco a poco rivela una visione universalistica del proprio mandato.

Se non si comprende questo si può incorrere nell’errore di considerare san Paolo il fondatore del cristianesimo, colui che da zero ha inventato una religione di Cristo con le categorie linguistiche e di pensiero dell’ellenismo.

Sotto la croce di Gesù un importante rappresentante dell’esercito romano si converte alla fede di Cristo. Negli Atti degli apostoli e nelle lettere di Paolo vediamo in atto, già nel primo secolo della nuova era – dieci, venti, trent’anni dopo la resurrezione di Cristo – un processo per cui la nuova fede cerca di esprimersi non semplicemente utilizzando le parole aramaiche di Gesù, neppure quelle ebraiche della liturgia del suo tempo, ma attraverso le parole greche di Luca e di Paolo. In questo modo entrano nella nuova fede fiumi che vengono dalla filosofia e dalla storia greca. Parole che vengono accolte, talvolta respinte, talaltra risignificate.

III

Non posso in questa sede continuare a ripercorrere l’itinerario che ha segnato tutta la storia della Chiesa. Vorrei allora, riferendomi al momento presente, vedere quali sono i due più grandi rischi che possono opporsi a questa dinamica dell’Incarnazione e suggerire poi alcune linee che possono aiutarci a vivere oggi questa dinamica.

Il primo nemico dell’Incarnazione e di un’espressione culturale autentica della fede è lo spiritualismo. Che cosa intendo per spiritualismo? La riduzione del cristianesimo a un rapporto personale con Dio in cui ciò che conta è il legame che si instaura fra l’anima del credente e la persona invisibile ma presente del creatore e salvatore. Con questo non voglio negare che il cuore del cristianesimo è proprio il rapporto del fedele con il suo Signore, ma non possiamo esiliare la storia da questo rapporto.

In una visione del genere la storia, presente e passata, è molto lontana, talvolta viene avvertita come nemica, come qualcosa da cui dobbiamo scappare per rifugiarci nel rapporto con Dio. Se è vero che Dio costituisce un rifugio e un aiuto per l’uomo credente nei momenti della difficoltà e dell’angoscia, è altrettanto vero che questo rifugio, nel cristianesimo, non rappresenta mai un esilio dal mondo. Anche nelle forme più acute in cui si è espresso nella storia cristiana il cosiddetto contemptus mundi, il disprezzo del mondo o la fuga dal mondo, c’è sempre la consapevolezza che esso è vissuto per il bene di tutta la Chiesa e quindi come un segno che purifica e indica il destino futuro di quel tentativo di incarnazione che avviene nel tempo. Proprio nel rapporto tra eterno e tempo si gioca tutta quanta l’espressività culturale della fede. La Gerusalemme celeste, infatti, non è semplicemente una Gerusalemme futura, ma è una città già iniziata nella storia presente: la Chiesa è già il germe del Regno che si compirà oltre il tempo.

Lungo i duemila anni della storia della Chiesa si sono alternate due visioni contrapposte: quella che, in nome dei drammi della storia, vedeva Gerusalemme soltanto in cielo – è la tentazione protestante – e quella che riduceva il cristianesimo a un messianismo storico con il rischio di identificarlo in una teoria politica rivoluzionaria.

Ancora oggi c’è molta confusione su questo. Penso che non dobbiamo mai dimenticare quello che dice il Concilio Vaticano II, e cioè che la Chiesa è il segno e lo strumento dell’unità di tutto il genere umano. Nella Chiesa realmente inizia il Regno definitivo, come un seme deposto nella terra, che però sta già fiorendo. Come il lievito messo nella farina, che la sta già fermentando. Già appaiono nel tempo i segni visibili di questa trasformazione della storia. Non c’è, dunque, discontinuità fra la Gerusalemme che inizia nel tempo e quella oltre il tempo, ma soltanto un compimento che non possiamo prevedere nelle sue dimensioni e nella sua profondità.

Lo spiritualismo è pericoloso perché inaugura nella vita una forma radicale di dualismo. Se la fede ci indica soltanto una speranza per l’aldilà, le ragioni profonde dell’al di qua, alla fine, vengono trovate nelle ideologie, soprattutto in quelle vincenti. Penso a quanto siano state per noi illuminanti certe parole di don Giussani, per esempio quelle dette a un raduno del 1997 (cfr. Luigi Giussani, L’uomo e il suo destino. In cammino, p. 133ss) in cui ha parlato dell’impossibilità di separare Dio da Cristo e Cristo dalla Chiesa.

Anche Joseph Ratzinger – Benedetto XVI – nella sua prefazione al libro Gesù di Nazareth ha delle pagine molto interessanti in cui critica questa divisione tra Chiesa e Regno.

Lo spiritualismo è la tentazione del presente perché esso è molto comodo ai poteri del mondo, lascia al cristiano il suo spazio privato di devozione al proprio Dio, ma esige da lui, di fatto, un’obbedienza alle logiche del mondo. Il cristianesimo perde in questo modo tutta la sua forza di rigenerazione e di contestazione della deriva antiumana che vediamo in atto nella storia degli uomini.

L’altra tentazione del momento presente è rappresentata dal tradizionalismo. All’opposto dello spiritualismo, i tradizionalisti hanno fortemente il senso dell’Incarnazione, sanno che non si può mai dare un’esperienza della fede se non all’interno del tempo, ma identificano la realtà della fede con l’espressione particolare che essa ha avuto in un tempo determinato della storia.

Tutto ciò è paradossale: se si guarda con attenzione, si vede che anche il tradizionalismo nasce da una paura della storia, così come lo spiritualismo; si identifica la fede con una storia passata perché si ha paura della storia presente. La fobia della storia rappresenta perciò una delle derive più pericolose per chi vuol vivere la vita cristiana.

Anche noi possiamo correre il rischio del tradizionalismo, quando pensiamo semplicemente di ripetere ciò che ci è stato consegnato invece di riviverlo nei nuovi contesti in cui ci troviamo a svolgere la nostra missione. Per rivivere occorre capire che cosa è transitorio in ciò che ci è stato consegnato e che cosa è invece permanente, costitutivo di esso. Questo è un lavoro che non può fare assolutamente la singola persona, ma che deve essere fatto in unità con tutta la comunità, guidata dall’autorità, e con tutta la Chiesa.

IV

In questa ultima parte del mio intervento vorrei cercare di esprimere alcune ossature fondamentali della nostra vita cristiana, chiamate continuamente a riesprimersi dentro il tempo che si rinnova.

Il cristianesimo nasce come evento della libertà, è l’interpellanza che Dio rivolge, attraverso suo figlio Gesù Cristo nello Spirito, a ciascun uomo che viene sulla terra. Non possiamo mai cancellare questo momento sorgivo dell’evento cristiano. Tutto ciò che noi proponiamo, ai giovani come agli adulti, attraverso la nostra liturgia come attraverso le nostre lezioni, la nostra convivenza, deve essere sempre un evento di libertà, un richiamo alla libertà della persona. Deve mostrare il fascino dell’evento cristiano, la sua corrispondenza alle domande ed esigenze più profonde del cuore dell’uomo, che proprio nell’incontro con Cristo vengono a galla, e la risposta che lo Spirito stesso genera nell’uomo attraverso il progressivo cambiamento della sua vita nella sequela di Gesù.

In questo senso il cristianesimo è sempre un evento della persona. Nasce dal suo sì, provocato dallo Spirito, e matura rinnovandosi continuamente e profondamente nelle diverse stagioni della vita.

Il cristianesimo è un evento comunitario. La persona che aderisce con il suo sì alla voce di Cristo entra a far parte del suo popolo, aderendo ad una piccola o grande comunità eucaristica che costituisce la prossimità del corpo di Cristo alla sua vita.

In questa comunità, radunata attorno all’autorità, alla Parola di Dio e all’Eucarestia, la persona porta dentro tutta se stessa, le sue attese, le sue domande, il suo lavoro, la sua cultura, la sua vita affettiva, le sue gioie e speranze, i suoi dolori e le sue fatiche, le sue attese.

In questo modo, attraverso le storie personali, le culture di queste persone, cioè le loro visioni della vita, le loro esperienze, le loro modalità di rapporto con le cose e con gli altri, entrano nella vita della comunità per essere assunte e giudicate dalla persona di Cristo.

Viene a formarsi così un popolo con un suo linguaggio, suoi canti, sue forme di vita, con le sue speranze e le sue attese, sempre animato da una domanda: “È Cristo il mio riferimento? È a lui che sto riferendo la mia vita e che si sta riferendo la vita dei miei fratelli? È di lui che io parlo? È lui che io irraggio con la mia esistenza?”.

Nell’evento comunitario avviene il crearsi di una nuova cultura. Anche se non è macroscopicamente visibile, in realtà queste piccole comunità sono già una risposta ai grandi temi della pace e della guerra, della vita e della morte, del presente e del futuro, del denaro e del suo uso, della malattia e del suo significato. Senza poter prevedere quando queste comunità saranno in grado di determinare anche il cambiamento nella macrostruttura sociale (semmai questo sarà possibile e comunque sempre in modo provvisorio), la vita di queste comunità già rappresenta una concreta esperienza di trasformazione del mondo ad opera della speranza portata da Gesù.

Oggi noi viviamo certamente un tornante molto importante della storia, un cambiamento molto rapido, in cui una decostruzione dell’umano sembra darci veramente l’impressione della fine della storia. In realtà non è così. Anche in altri momenti è avvenuto questo; ciò che oggi ci turba è non poter vedere, né sapere quale sarà il passo successivo. In realtà dobbiamo chiedere a Dio gli occhi per poter vedere i segni del nuovo che già comincia e si esprime.

Tutti questi tentativi operati nel mondo, suscitati dallo Spirito di Cristo, rappresentano una rete, le cui dodici porte sono le porte di Gerusalemme, così come le descrive l’Apocalisse. Soltanto la fede ci può dare occhi per vedere questo. Soltanto la carità ci permette di riconoscere, abbracciare e valorizzare tutte le esperienze in cui l’umanità di Cristo rinnova il mondo. Soltanto la speranza rende possibile quel lavoro che raccoglie le esperienze diverse in un abbozzo di mondo nuovo.

Tutte le grandi voci che nel secolo XX e XXI hanno segnato la storia del papato, le grandi testimonianze di Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, papa Francesco ci dicono che la Chiesa sta vivendo una grande prova, ma non un periodo di dissoluzione. La speranza del mondo dipenderà molto dalla nostra speranza. L’alimentazione della speranza dei nostri fratelli dipenderà dalla nostra fede.

Lezione alla Fraternità san Carlo, Roma 8 giugno 2015.

(nella foto, un particolare dei bassorilievi della facciata del Duomo di Orvieto – Foto Bruno Brunelli)

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