I cattolici italiani e la politica sono al centro del Discorso alla città pubblicato quest’anno da mons. Camisasca. Il vescovo di Reggio Emilia – Guastalla ne offre una sintesi nell’omelia per la festa patronale di San Prospero.

Cari fratelli e sorelle,

quest’anno il tema del mio Discorso alla Città e alla Diocesi in occasione della solennità del nostro Santo Patrono è, come avevo già preannunciato: I cattolici italiani e la politica. Ho scritto un testo, che vi sarà distribuito al termine della celebrazione, dal quale traggo ora alcuni spunti di riflessione.
La decisione di trattare proprio questo argomento – decisamente attuale, delicato e complesso – è nata in me a partire dalla convinzione che la nostra Nazione e il nostro Stato necessitino di una nuova classe dirigente che sappia portare dentro di sé la storia e la tradizione del nostro Paese e, nello stesso tempo, che sappia accompagnarlo e guidarlo verso nuovi traguardi, in un contesto culturale profondamente mutato rispetto al passato recente e in continua accelerazione. Questa nuova classe dirigente dovrà essere formata da persone in grado di uscire da un disegno legato al proprio interesse particolare, capaci di entrare in una visione più ampia della costruzione del futuro. In una visione che, pur valorizzando criticamente i nuovi apporti della tecnologia e le nuove frontiere della comunicazione (che hanno stravolto completamente il mondo del lavoro), sia cosciente della necessità permanente dell’educazione del popolo; in una prospettiva che cerchi di ridisegnare il welfare, offrendo nuove iniziative a fronte della crisi del ceto medio e all’emergere di nuove forme di povertà; che sostenga la famiglia, riconoscendo in essa il fattore essenziale di unità sociale del Paese e la speranza per il futuro della società; che sappia affrontare con carità, serietà e coraggio i temi dell’immigrazione così come la tutela dell’ambiente; in una proposta che riconosca sempre e senza compromessi la dignità della persona in quanto persona. Questi sono solamente alcuni dei temi che non possono mancare nella nostra riflessione sul futuro che desideriamo costruire.
Nessuno può dire quando e come la nostra Nazione riuscirà ad esprimere questa nuova leadership. Sappiamo soltanto che occorre lavorare alla sua nascita. La comunità cristiana non può esimersi dalla collaborazione a questo scopo, con l’apporto originale della propria fede, speranza e carità. D’altra parte non è mancato, nella breve storia dello Stato Italiano, il contributo decisivo di pensiero e di azione da parte di alcuni eminenti cristiani.
Insegnamenti utili per il presente nascono dalla considerazione del passato e dalla contemplazione di ciò che resta sempre vero, che dev’essere riscoperto alla luce degli interrogativi del nostro mondo globalizzato e profondamente mutato. Per questa ragione, nel testo del mio Discorso dedico ampio spazio alla lettura del ministero e del messaggio di Gesù, alle varie fasi della storia del mondo occidentale e, in particolar modo, alla Dottrina Sociale della Chiesa. Di essa esiste un Compendio, pubblicato nel 2004 dal “Pontificio Consiglio Iustitia et Pax”, testo che tutti i cattolici impegnati in politica devono studiare e assimilare. Inoltre ho cercato di riflettere anche sull’opera che altri credenti prima di noi, a partire dall’Unità d’Italia, hanno compiuto, e al modo in cui essi hanno affrontato i problemi del loro tempo, con un coraggio, una lungimiranza e una sapienza che possono ispirare anche il nostro lavoro presente. Permettetemi qui di ricordare le figure luminose di don Luigi Sturzo e di Alcide De Gasperi.
Oggi, come nel passato, la nostra Chiesa Diocesana – inserita nel contesto più ampio della Chiesa Italiana – non può restare indifferente o ai margini della vita sociale del Paese. I credenti sono sempre chiamati, spinti anche dalla loro fede, a formarsi un giudizio su quanto accade nella vita pubblica e, nella misura delle proprie possibilità e dei propri talenti, a inserirsi attivamente in essa, contribuendo alla sua conduzione, perché, come ebbe a dire con una felice espressione papa Pio XI, “la politica è la forma più alta di carità”.
L’impegno nella pólis è per il cristiano uno dei modi per realizzare la seconda parte del comandamento dell’amore: amerai il prossimo tuo come te stesso (cf. Mt 22,39). Ma il cristiano sa che ciò è possibile solamente considerando anche la prima parte del medesimo comandamento: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza (Mt 22,37). D’altra parte i due precetti sono tra loro simili (cf. Mt 22,39), come afferma lo stesso Gesù.
Dalla fede vissuta non emerge per deduzione un progetto politico: il cristianesimo è quanto di più lontano ci possa essere dalla teocrazia. Allo stesso tempo i cristiani, cittadini del mondo, percepiscono fortemente l’esigenza di esprimere il loro contributo originale alla costruzione della pólis. La fede non è un’esperienza privata e individuale: essa abilita, dentro la complessità del rapporto tra diverse fedi religiose, ideali di vita e proposte, a un dialogo e a un confronto per il bene di tutti. La Chiesa ha a cuore la libertà di tutti: la propria libertà di annuncio e di educazione, così come la libertà delle altre fedi ed esperienze religiose o culturali.
Nell’ultima parte del testo del mio Discorso troverete quattro proposte che considero importanti per la nostra Chiesa e per i tutti i credenti che vogliono impegnarsi nella vita politica della nostra Città, Provincia, Regione e Nazione. Questa sera desidero offrire alla vostra attenzione le prime due, lasciando le altre alla vostra lettura e riflessione.

  1. Oggi generalmente si cerca di radunare attorno a un tavolo i cattolici impegnati in politica, molto spesso all’interno di partiti diversi, per verificare l’esistenza o meno di un insieme di valori comuni su cui impegnarsi unitamente. Non credo che questa sia la strada prioritaria. Ritengo piuttosto che il primo movimento debba essere quello di radunare i politici credenti, a partire da quelli della nostra Diocesi, aderenti a qualunque partito o movimento, per compiere con loro i passi di un’educazione comune alla fede. Non voglio radunare i credenti per parlare di politica, ma vorrei incontrare i politici credenti per parlare della fede. Penso soprattutto ai giovani, non segnati dal dibattito passato che ha creato tante lontananze e idiosincrasie. In loro si può ritrovare quella freschezza necessaria per un lavoro comune, così come la ricchezza di tanti accenti diversi. Durante gli ultimi decenni, purtroppo, i cattolici, divisi da appartenenze partitiche diverse, hanno finito con il non parlarsi più; anzi, addirittura a dileggiarsi e auto-scomunicarsi tra loro. Comprendo che questa mia proposta possa essere ritenuta “strana” da taluni, e sicuramente è anche molto impegnativa. Ma quand’anche ci fosse un piccolo numero di politici disponibili a compiere questo percorso, esso costituirebbe sicuramente un seme nuovo e un nuovo inizio. Per i giovani, poi, l’impegno sociale e politico deve essere da noi riproposto alla luce di una consapevolezza più profonda della “vita come vocazione”, nei termini di un servizio per la costruzione del Regno di Dio nel mondo.
  2. Stefano Zamagni, economista cattolico e presidente della “Pontificia Accademia delle Scienze Sociali” dal marzo scorso, ha affermato recentemente: “Quando è iniziata la diaspora [all’inizio degli anni Novanta], i cattolici hanno smesso di pensare, di generare cultura politica. Oggi ci troviamo con un vuoto di cultura politica preoccupante”. Condivido in pieno queste parole. È proprio la povertà di una fede non pensata e non vissuta in tutte le dimensioni della vita a determinare l’aridità del pensiero e della riflessione, che si riflette anche nei giudizi sulle vicende sociali e politiche. La fede vissuta genera una passione che muove allo studio, alla ricerca, all’individuazione di strade nuove, che portano con sé lo slancio della partecipazione all’agone politico, così come il rischio di una presenza nella società civile e statale.

Affido queste mie riflessioni e le mie intenzioni a ciascuno di voi. Chiedo al nostro Patrono San Prospero e alla Madonna della Ghiara di benedire e accompagnare il cammino della nostra Città, della nostra Provincia e della nostra Diocesi. Amen.

È possibile scaricare qui in pdf il testo integrale del Discorso.
 

(Nell’immagine: Duccio di Buoninsegna, Cristo torna da Ponzio Pilato, (part.), Maestà del Duomo di Siena, 1311.

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