In occasione della morte di don Pigi Bernareggi, pubblichiamo alcuni stralci del suo intervento durante un incontro coi seminaristi della Casa di formazione di Roma nel maggio 2014.

Di Dio ho avuto sempre un’impressione bellissima. Quando eravamo sfollati in montagna, andavamo nella chiesetta di Predazzo, in Val di Fiemme. Mia mamma si inginocchiava e parlava con Cristo. Si muovevano le labbra. Lì ho cominciato a sentire la presenza di Dio: nel movimento delle labbra di mia mamma in chiesa. L’ho sempre sentito Dio, non son mai stato ateo.

Però il passo grosso è stato quando don Giussani ci affrontati. Tutte le medie, il ginnasio, erano stati una distruzione. Noi avevamo fatto la scuola pubblica, a quei tempi la scuola dei laicisti. Tutti a darci degli esempi pessimi, c’erano educatori “diseducanti”. Quando sono arrivato in prima liceo, eravamo tutti anticattolici. Avevamo un professore di filosofia, bravissimo, fantastico, ateo e miscredente, uno di quelli che bombardavano il Medio Evo. Poi facevamo le gite scolastiche e lui, per insegnare la filosofia di vita, prendeva i suoi alunni più vicini e li portata al casino, la sera, in gita scolastica! Questa è la formazione che abbiamo ricevuto.

Quando è arrivato don Giussani è stata per me la scoperta della validità di quello che fin da piccolo sentivo vero. Quel professore lo rispettavo, ma capivo che sbagliava quando diceva che la verità non esiste, che la verità è quello che il nostro pensiero genera, che noi siamo gli autori della verità. E con Giussani certe polemiche! Loro si incrociavano sulla porta, il professore cominciava ad attaccare la Chiesa e lui rispondeva al contrattacco. Cominciava il dibattito e tutti uscivamo dalla classe. Invece di stare a lezione, stavamo in corridoi e la nostra lezione era il dibattito tra il professore di filosofia e Giussani.

Abbiamo ricominciato a percepire la presenza di Cristo perché ci siamo trovati di fronte a uno per il quale Cristo era tutto. Poi andavamo al Raggio. Lì vedevi compagni come te che stavano riscoprendo la fede. La prima volta che sono andato al Raggio si parlava della parabola del seminatore. Tutti a dire che cos’era per loro la semente, che cos’era la terra buona, il seminatore, ecc. Poi le esperienze di chi li aiutava, di chi invece sfruttava la zizzania. Giussani alla sintesi disse: “I vari terreni sono dei simboli che vogliono dire i vari gradi di lealtà che voi avete con la persona di Cristo. Ciascuno di voi verifichi che lealtà ha con la proposta di Cristo”.

Poi c’era la caritativa. Don Giussani nella Bassa non c’è mai stato. Mai messo piede. Però le “revisioni” le facevamo con lui e la prima che abbiamo fatto è stata in via Sant’Antonio. Tutti a dire che cosa era per noi l’esperienza della Bassa. A un certo punto arriva uno che dice: “Sono stato contento della Bassa perché, quando son tornato indietro, sotto la doccia bella calda mi sentivo bene e pensavo ‘Poverini quelli che stanno nella Bassa che non hanno questa doccia’. Lì ho capito il valore di farsi un bel bagno”.  Don Giussani andò su tutte le furie: “Ma come! Adesso vi spiego perché andate in caritativa” e ha fatto il libretto Il senso della caritativa. Da quell’arrabbiatura è nato quel libretto. Perché imparassimo ad andare in caritativa a condividere noi stessi.

La differenza tra i professori che avevamo a scuola e don Giussani era che lui ci mostrava la persona di Cristo, mentre gli altri ci raccontavano le discipline che dovevamo studiare. Lui entrava in classe con la cartella grande, piena di carte. Cominciava ad affrontarci: “Tu!”, puntava il dito. “Tu, cosa ne pensi di Dio?”. Questo dirci “tu” andava avanti tutti gli anni del liceo. Ciascuno di noi aveva il suo “tu” con cui veniva apostrofato da don Giussani.
Questa capacità di interpellare, di apostrofare, e perciò di mettere in movimento la nostra umanità, era proprio una caratteristica sua. Ovviamente in lui ci sono tantissime cose, ma questa incisività immediata sulla persona – fin dal primo istante – è ciò che in prima liceo mi ha mosso. Il mio incontro con don Giussani potrebbe essere considerato uno scontro. Come quando si suonano i piatti! Sono qui ancora oggi su quel “tu”, con cui Giussani mi puntò. Il movimento è questo ingranare con la presenza di Cristo grazie a chi ce lo trasmette; è come una specie di morbillo che passa da l’uno all’altro, una pestilenza bella, che passa dall’uno dall’altro. Tu sei il “tu” per l’altro.

Ho sempre ammirato la capacità del Gius di insegnarci ad essere discepoli di tutti e perciò coinvolgere tutti nella funzione di maestro. Anche i più cretini come me. Lui aveva la tranquilla fiducia nei ragazzini inesperti che eravamo. Una volta mi ha mandato a Forlì al primo grande raduno di Gioventù studentesca. Ero un ragazzo del primo anno di università, però con le cose di don Giussani. Questa forma, non dico irresponsabile, questa fiducia immensa che don Giussani dava a noi era come quella che Gesù aveva dato a Pietro. «Li mandò a due a due ovunque voleva arrivare» (cfr. Mc 6,7). Anche Giussani ci mandava due a due, di solito un uomo e una donna.

A Varigotti, una volta, don Giussani mi disse “Fai tu la lezione sulla missione”. Io ero al secondo anno di università. Ho fatto una lezione sull’universalità intensiva e l’universalità estensiva. L’universalità intensiva è la percezione di Cristo che è il Salvatore del mondo. L’universalità estensiva è ciò che ne deriva, cioè l’abbraccio al mondo. Ma se non c’è l’universalità intensiva, missionaria, l’universalità estensiva non va molto oltre una specie do sociologismo caritatevole, fai il bene al mondo. Oppure andare a predicare ai pagani che non sanno niente. Invece no! Noi andiamo a condividere la nostra esperienza di Cristo e aiutare le persone a prendere coscienza di questa presenza vera di Cristo che c’è in loro.

Una volta eravamo in vacanza sul Brenta. Alle sei di sera, sul terrazzo di Madonna di Campiglio c’era proprio la “sparata” delle montagne rosse. Dicevamo la decina del Rosario e poi silenzio. Un silenzio che potevi toccare con le mani, per l’intensità che aveva. Giussani mi fa: “Vuoi andare in Brasile te?”. E io: “Ma…”. Poi, finito il silenzio, gli ho detto “Ci penso stasera”. E lui: “Bravo, bravo”. Non ho dormito tutta la notte. Noi dovevamo entrare in seminario a Venegono e metterci a fare i preti in diocesi di Milano. Però, pensandoci bene… Ecco questo è un dettaglio importantissimo, credo che valga per tutti: non avevo ragioni in contrario! Non è che avessi ragioni a favore. Non avevo nulla in contrario. Il fatto di non avere nulla in contrario mi ha fatto decidere e dirgli di sì.

Allora l’orizzonte aperto in me era quello della decisione per la verginità. Questo sì! Noi partecipavamo al gruppo del lunedì, dove c’erano tutti quelli che volevano dedicarsi a Dio. Eravamo un battaglione. Allora un giorno gli ho detto: “Guarda, io non ho niente in contrario”. “Non hai niente in contrario? E allora va benone, va benone”.  Così siamo andati in Brasile. Parallelamente a questo, un po’ di anni prima mi aveva chiesto: “Vuoi fare il prete?”. “Ci penserò su”. E la volta dopo: “Sì, sì”. E lui: “Bravo, bravo…”. E difatti sono andato in Brasile e sono entrato in seminario. Insegnavo all’istituto di filosofia dell’università ed ero seminarista.

È importante che ci sia un ambiente di verifica per quelli che vogliono dedicarsi alla verginità e che sia chiaro che è per questo. Non è per fare il “gruppo vocazionale” – come a volte si dice – in cui ti insegnano cosa vuol dire sposarsi, cosa vuol dire restare vergini, fare le professioni… Il nostro gruppo del lunedì era il gruppo di quelli che volevano dedicarsi a Dio nella verginità. E basta. La tua strada non può essere quello che pensi tu. Deve essere per forza la strada di Dio che, per definizione, non è quella che pensi tu, sennò è la tua, non è la strada di Dio. I promotori vocazionali, a me fanno una pena… Vanno in giro col pulmino, a spiegare i vantaggi della congregazione!

Nel 1988 sono tornato in Italia. Ero giù dal 1964.  Mi occupavo dei senza-tetto e contemporaneamente della pastorale fra le favelas (dove il tetto ce l’hanno perché hanno avuto il coraggio di occupare terreni e farsi la loro casa). I senza-casa sono invece dei nomadi urbani, che passano da uno sfratto all’altro e perciò hanno un’autostima ridotta al minimo. Con tutti questi organizzavamo dei gruppi di quartiere, per creare una comunità cristiana. Rosetta era la mia aiutante. Nella diocesi mi dicevano che quelle non erano cose da preti, erano da lasciar fare ai politici. Poi i proprietari terrieri hanno parlato al vescovo – che apparteneva a una famiglia tra le più ricche della regione metropolitana – e allora lui mi ha chiamato e mi ha detto di piantare tutto, la pastorale delle favelas, la pastorale dei senzatetto. Diceva che noi avevamo molto amore per la giustizia ma poca misericordia per i proprietari terrieri… Mi spiego?

Un giorno passavo dietro una chiesa del centro dedicata a San Giuseppe. C’era un mucchio di calcinacci e la gente, quando passava sul marciapiede dietro la chiesa, faceva il segno della croce. C’era un crocifisso che era caduto e aveva perso un pezzo del braccio. Era sbrecciato e allora qualcuno l’aveva preso come era e l’aveva buttato sul cumulo dei calcinacci. Questa è la fotografia di ciò che stava succedendo. Ce l’ho ancora nella mia stanza e lo guardo sempre, perché il Cristo che muore in croce a quei tempi, oggi siamo noi nelle sofferenze che ci tocca passare se vogliamo seguirlo.

Mi sono portato via il crocifisso e sono partito. Ho detto “ciao” a Rosetta, dicendole di arrangiarsi con le favelas, e sono tornato in Italia. Sono andato dall’arcivescovo che mi ha mandato in una parrocchia bellissima per lavorare con gente nuova. Sono stato lì tre anni. Un bel giorno l’arcivescovo suona al campanello: “Sono venuto a riprendermi don Pigi perché dove lavorava lui non ci vuole andare nessuno”. In quel momento ho pensato: “Io non ho nulla in contrario”. Tutto quel rimestio che avevo dentro, in tre anni quasi quattro, si era squagliato. E allora ho risposto di sì, e sono tornato in Brasile, fino ad oggi.

Se vai in Brasile in missione, tu non sarai mai un brasiliano. Ricordatelo. Questa storia dell’inculturazione per cui uno deve mascherarsi per diventare uguale… Son balle perché quel che c’è di bello al mondo è la diversità. Circumdata varietate è la Chiesa, piena di diversità. L’inculturazione è un mettere in comune sé, è un’osmosi. Non è uno stupido scimmiottamento, far finta di diventare brasiliani a tutti i costi. Ma siamo pazzi? Questo non è vivere. Quando vi mandano in Siberia, non fate finta di essere siberiani.  Siate italiani in comunione con Cristo e coi siberiani e tutti insieme sarete una piccola immagine della Chiesa che è circumdata varietate. Questo è il bello del cristianesimo! Sennò è una pizza spaventosa.

La conclusione a cui siamo arrivati dopo molti anni è che la favela è proprio il cuore pulsante della metropoli, perché lì c’è quell’umanità che si porta dietro la vera evangelizzazione che c’è stata in Brasile, nei secoli passati. Il Brasile è stato veramente evangelizzato. La gente semplice e povera del Brasile ha veramente la fede cattolica. Tutte le mattine, quando vanno a lavorare è come il sangue che si spande per il corpo, vanno a fare le infermiere, spazzine, le cuoche, i muratori. Dove si spandono i favelados iniettano questa fede in tutti i posti più reconditi della città. Sono un polmone ossigenante della città. Perciò la favela ha un valore culturale, crea valori di solidarietà, di fraternità in tutta la città. Ha un grande valore nelle metropoli.

[…] Io sono stato oggetto di una amicizia di cui non avevo nessun diritto, nessun merito. Io sono stato amato più di quanto meritassi. C’è una sproporzione tra l’amicizia che ti avvolge e i tuoi meriti. È una cosa che io sento. Ho avuto gente che mi ha voluto tanto bene nonostante cose che… per l’amor di Dio! L’amicizia è l’esperienza del dono di Dio; che Dio è amore e che tu puoi essere il più peccatore, ma c’è l’amore anche per te, più di quello che tu meriti, molto di più! È l’esperienza della gratuità. La mia esperienza di vita è un’esperienza di gratuità che non finisce mai. Credo sia così anche per tutti voi, perché sennò non sareste qui. Un giorno eravamo lì… Entra don Giussani: “Guarda, guarda cosa c’è scritto qui: “Misericordiae Domini, quia non sumus consumpti. È per la misericordia di Dio che non siamo consumati, che non siamo ridotti a zero!”.

 

(Nella foto, un momento della testimonianza di Pigi Bernareggi ai seminaristi della Fraternità san Carlo, maggio 2014).

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