Don Massimo ci presenta il romanzo “Il donatore” di Lois Lowry da cui è tratto il film “The Giver”

Amo i libri che mi aiutano a capire il presente e a capire me stesso. Per questo leggo indifferentemente saggi, romanzi, poesie, teatro. Tutti questi generi differenti, infatti, mi portano con modalità diverse a comprendere. Non c’è vera arte che non aiuti l’intelligenza e, alla fine, l’amore.

Sono queste le ragioni per cui, appena ho visto al cinema The Giver, ho subito comperato il romanzo e poi mi sono interessato alla sua autrice, Lois Lowry, una americana di settantotto anni, nata alle Hawaii, con una trentina di romanzi alle spalle, molti dei quali per ragazzi. Il donatore (questo il titolo italiano del libro che mi propongo di presentare) è uno dei quattro volumi di una serie ambientata nel futuro prossimo. Ci parla di un mondo apparentemente senza problemi, in realtà senza gioie, senza affetti, senza speranze. È un’isola intorno a cui si stende un universo misterioso e sconosciuto, un aldilà che non può essere esplorato, ma a cui, in fondo, tanti aspirano senza saperlo.

Nell’isola abitano uomini e donne che hanno rinunciato agli affetti per non provare dolore, a cui i figli sono sottratti per essere affidati ad altri, dove neppure esistono più i nomi delle esperienze fondamentali, cancellati per realizzare la pulizia da ogni sentimento. Neppure la memoria del passato deve esistere. E tutto così diventa grigio, incolore. Solo le regole dominano incontrastate. Ma le maglie di un simile carcere dorato, per quanto ferree, non resistono di fronte alla forza di ciò che costituisce l’umano: l’amore per un bambino, l’affetto per un amico, l’innamoramento. E poi Jonas, il protagonista del romanzo, ha una grazia immeritata: può, ogni tanto, vedere un colore. Da quella grazia tutto rinasce.

Lois Lowry è un’autrice che merita di essere conosciuta in Italia, molto più di tanti scrittori nichilisti della nostra Europa. Le sue opere, composte con uno stile essenziale, con parole elementari che possono essere comprese da tutti, ci parlano in realtà di questioni centrali nel nostro tempo: esistono ancora il bene e il male? Esistono ragioni per cui vivere e morire? Esistono affetti più grandi delle prove? Esistono cose che non si vedono né si calcolano, ma sono più importanti di quelle che si vedono?

Non è un caso che negli infelici mondi futuri descritti dall’autrice americana ciò che è assolutamente vietato sia la parentalità e la genitorialità. I figli vengono tolti ai generatori, non genitori, e affidati ad altri, e solo temporaneamente. I piccoli sottopeso o non utili vengono uccisi. Gli anziani non esistono. Naturalmente non c’è la parola uccidere. Tutte le espressioni sono addomesticate. «Non si dice!» è il richiamo alla correttezza politica del linguaggio. E altoparlanti, diffusi ovunque, come le telecamere, osservano e correggono, gentilmente, salvo la brutalità nei confronti di chi non si adegua. Jonas è l’espressione di una grazia che può sconvolgere un intero mondo tanto perverso quanto apparentemente buono e caritatevole, una grazia che nel film (ma non nel libro) porta a ritrovarsi in una casa finalmente vera, con affetti veri, una mattina di Natale.

Nell’immagine, un fotogramma di «The Giver» di Phillip Noyce. 

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