L’omelia di Mons. Camisasca per l’apertura dell’Anno Pastorale nel giorno della Natività di Maria: una meditazione sulla pastorale come continua riscoperta della bellezza del battesimo.

Cari fratelli e sorelle,

all’inizio del nuovo anno, desidero innanzitutto assieme a voi esprimere al Signore il mio canto di lode e il ringraziamento per la bellezza della fede vissuta dal nostro popolo. Voglio assieme a voi ringraziare Dio per la fedeltà e la passione con cui i nostri sacerdoti e i nostri diaconi vivono il loro ministero. Fedeltà e passione che sempre mi commuovono ogni volta che li incontro. Al di là delle debolezze che segnano la vita di tutti, delle incertezze, delle nostre piccole rivalità e gelosie, la forza dello Spirito e la grazia dei sacramenti ricevuti fanno di noi degli evangelizzatori e ci spingono quotidianamente all’incontro con Dio e con le persone. Vorrei che ciascuno di noi non perdesse mai questo sguardo positivo sul proprio ministero e sulla propria vita. Vorrei che nessuno si sentisse inutile, che nessuno si sentisse non amato, che nessuno si sentisse trascurato nella nostra Chiesa. Tutti voi siete sinceramente apprezzati nella vostra persona dal vescovo e, quello che più conta, da Dio. Come san Paolo si rivolgeva alle proprie comunità, anche io, facendo eco alle sue parole, voglio dire di voi, presbiteri e diaconi: “Non siete allo stretto nel mio cuore… Vi amo tutti nelle viscere del nostro Signore Gesù Cristo” (cfr. 2Cor 6,12; Fil 1,8).
[…]

Quando il nostro spirito si apre alla considerazione realistica dei doni di Dio, si sfuocano le tensioni interiori che ci portano a considerare come primari quei nostri piccoli orizzonti che ci affannano e ci rattristano, permettendo così alla fede comune e alla carità di prendere il loro giusto posto e di farci riconoscere come un’unica Chiesa guidata dal vescovo, ricca dei doni dati dallo Spirito a ciascuno.
In questa celebrazione desidero innanzitutto rispondere a una domanda: qual è lo scopo, il centro del nostro ministero? A chi, a che cosa dobbiamo guardare? Quale deve essere il metodo della nostra azione? Cosa intendiamo quando parliamo di pastorale?
La parola pastorale fa venire alla mente soprattutto l’idea di uffici, di riunioni, di documenti, di programmi, che spesso ingabbiano più che aiutare la nostra opera evangelizzatrice. Non si tratta evidentemente di cancellare nulla in modo radicale, ma di ripensare tutto con grande libertà e con coraggio, seguendo l’invito che ci viene dal magistero di Papa Francesco – penso soprattutto all’Evangelii Gaudium – e dei suoi predecessori che hanno mirabilmente incentrato il fine dell’evangelizzazione attorno a due fuochi: la persona e la comunità.
Ognuno di noi, guardando la propria comunità, deve rispondere alla domanda: qual è il cammino che assieme stiamo facendo nella sequela di Cristo e verso il suo ritorno? Quali sono le tappe fondamentali di questo cammino, verso una consapevolezza più matura del dono della fede? Di che cosa necessitano le nostre comunità per questo? Che cosa può aiutarle a non chiudersi in se stesse, ma ad aprirsi generosamente alle persone dovunque esse vivano, per aiutarle a scoprire Cristo, il suo Vangelo, nella rivoluzionaria ed esigente esperienza della vita che egli ha portato?
Gli uffici pastorali devono essere al servizio di tutto ciò, devono, nel contatto costante con le comunità, aiutarle a rispondere operativamente a queste domande.
Molti parroci, giustamente, si lamentano che le loro scrivanie sono piene di documenti, che non solo non riescono ad applicare ma, in molti casi, neppure a leggere. Penso che non sia assolutamente fuori luogo un esercizio di sobrietà, invocato da tanti, ma realizzato da pochi, che ci porti a stampare e diffondere solo ciò che è veramente essenziale.

Molte persone lamentano di essere soffocate da un eccesso di riunioni organizzative. Tanto più che molte volte rimane lettera morta ciò che si decide. I nostri incontri devono essere momenti vitali, luoghi di esperienza vera del cristianesimo, così che il cuore ne esca convinto, confortato e, se necessario, corretto.
Il mio non è un invito all’anarchia né alla disorganizzazione. Una comunità deve avere tappe precise di cammino, deve godere di tutti gli strumenti necessari, ma non deve essere disorientata da troppi programmi che vengono dall’esterno e che finiscono per interrompere, il più delle volte, i percorsi iniziati.
Da ciò che ho detto, si comprende il mio desiderio fondamentale: la nostra pastorale deve avere al centro soltanto il bene della persona e di tutte le persone, quelle che già partecipano della nostra comunità e quelle che non sono ancora state incontrate da nessuno. Il cuore della nostra pastorale deve essere dunque una continua riscoperta della bellezza del battesimo. È questa la grazia radicale su cui continuamente ritornare. Da lì nasce tutto: nascono gli altri sacramenti, le diverse vocazioni, i diversi compiti nella Chiesa e, soprattutto, la sua missione. Il battesimo è come un seme posto dentro di noi, un seme che non possiamo rifiutare a nessuno, di cui non apprezziamo ancora a sufficienza la preziosità. Esso ha bisogno di essere coltivato, portato a maturità. Da piccola pianticella, deve diventare l’albero maturo che, assieme agli altri alberi della Chiesa, affonda le sue radici, secondo l’immagine del profeta Geremia e del Salmo 1 (cfr. Ger 17,8; Sal 1,3), nelle acque sempre nuove della vita trinitaria. Dal battesimo nasce un itinerario di vita cristiana attraverso l’opera preziosa dei genitori, quando c’è, l’educazione nelle nostre scuole materne, l’incontro con le comunità di piccoli e di giovani delle nostre parrocchie e dei movimenti. Il cammino catechistico non può ridursi a uno scotto da pagare per ottenere i sacramenti della comunione e della cresima. La catechesi deve saper introdurre i ragazzi nell’esperienza viva di bellezza e intensità che Cristo genera nell’esistenza, senza cadere in un puro apprendimento dottrinale, ma neppure banalizzandosi in semplici ritrovi, giochi, che spesso nascondono la nostra paura di parlare di Cristo. Allo stesso modo, piccole comunità di giovani famiglie saranno il luogo fondamentale per testimoniare il fascino della famiglia cristiana, per accogliere le nuove coppie che hanno sigillato davanti a Dio il loro “sì”.
Durante la visita pastorale ho potuto incontrare molti giovani e vedere la loro attesa. Auspico che la nostra Chiesa dedichi le migliori energie all’incontro con le giovani generazioni. Trovo in loro molta apertura e anche un certo disorientamento. Quando si propone semplicemente e coraggiosamente la via di Cristo come via per l’uomo, come via per la realizzazione umana, si incontrano risposte sorprendenti e felici.
La nostra Chiesa ha una grandissima tradizione di attenzione verso i poveri, gli ammalati, gli emarginati, coloro che in diversi modi sembrano ricacciati continuamente ai margini della vita. Da questi margini possiamo imparare continuamente chi è Cristo e le nostre comunità parrocchiali, le comunità religiose, i movimenti, possono imparare la gratuità di Dio e la sua carità come cuore pulsante della vita cristiana.
Spero che, al termine di questa mia omelia, si sia compreso che al vertice della nostra Chiesa non esiste una burocrazia, degli uffici che tendono a rendere più difficile la nostra vita, ma piuttosto un grande desiderio di aiuto alle nostre comunità in cammino verso il formarsi delle unità pastorali.
Aiutiamoci tutti su questa traiettoria. Ci saranno ancora errori, tentennamenti, fatiche, ma la strada è tracciata e questo deve renderci tutti più liberi e più sicuri.
Sotto il materno sguardo della Beata Vergine della Ghiara, inizia oggi il biennio pastorale 2017 – 2019. Questo tempo vedrà le nostre comunità ecclesiali riflettere sul tema Cristo ieri, oggi e sempre attraverso la lettura del vangelo di san Giovanni. In questa Immagine così cara e preziosa per la nostra Chiesa reggiana, Maria contempla e adora Gesù bambino, il Verbo fatto carne. Sarà proprio il mistero dell’Incarnazione la chiave privilegiata che ci introdurrà nel Quarto vangelo e ci guiderà in questo anno.

La protezione della Madonna che oggi invochiamo qui nel suo tempio, in questo nuovo anno che comincia, conceda al nostro passo quella leggerezza, quella gioia e, infine, quella esultanza che ogni giorno impariamo nella preghiera.
Così sia.

 

Reggio Emilia, Basilica della Ghiara
8 settembre 2017

 

(nell’immagine, P. Cavallini, Natività della Vergine (part.), 1291, mosaico nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere, Roma).

massimo camisasca

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