Don Paolo Prosperi offre una meditazione sul mistero dell’Incarnazione di Maria. Davanti alla grotta di Nazareth, per portare la propria domanda di senso e di pienezza.

Nazareth ha lasciato in me un ricordo indelebile. Le grotte, quelle grotte così misere, così povere: Hic Verbum Caro factum est.
Hic: qui, in questo niente. Qui, in una spelonca che è più in basso del niente. Perché la povertà, in un certo senso, sta ancora più in basso del nulla. Come la privazione di un bene dovuto, di un bene naturale sta più in basso del non essere stesso. Come il male fisico, la privazione materiale sta più in basso della semplice assenza di essere, del nulla; così le grotte di Nazareth: in un certo senso è come se fossero più oscure, più umili ancora del nulla da cui Dio ha tratto il mondo, all’inizio dei tempi.
E allora ecco la domanda: come, Maria, hai potuto credere?
Si fa presto ad accampare lo splendore di Gabriele. Chi davvero sa cosa Maria vide, come l’Angelo le apparve? Questo i vangeli non l’hanno scritto. No, non c’è splendore angelico che possa facilitare l’accesso al mistero del tuo “sì”. Bisogna venire qui, vedere queste grotte, per farsi un’idea di quanto grande sia questo mistero: fiat secundum verbum tuum.
Certo, i luoghi mariani di Gerusalemme attutiscono, stemperano la violenza del primo impatto. In fondo Maria non era figlia di nessuno. Era di levitico lignaggio – così la tradizione vuole. E come figlia di un sacerdote levita, forse davvero ebbe il privilegio di vivere i suoi primi anni nel Tempio, sempre vicina al Signore, immersa nella meditazione della Sua Parola.
E tuttavia il mistero rimane: qui, a Nazareth, in una spelonca di queste, il Re dei Re fu concepito. Qui visse, quasi tutta la Sua vita. Qui, Madre, tu hai creduto. Hai creduto alla promessa. E più uno si guarda in giro, più si chiede come Maria abbia potuto credere. Non c’erano profezie, non c’era nulla nelle Scritture che parlasse di questo luogo, di queste catapecchie, di queste tre capanne. Nulla. Eppure Maria credette. Davvero, senza il mistero della Sua immacolata nascita, l’annunciazione rimarrebbe inconcepibile.
E invece ella credette, credette proprio perché era pura, semplice, “incomplicata”. Era pura, cioè senza complicazioni, perfettamente preservata nell’atteggiamento originario, nell’assetto originario della creatura, nella posizione, nella disposizione spontanea, naturale della creatura quando al suo primo destarsi si scopre di fronte alla maestà del Suo Creatore.
Era pura, semplice, e perciò poté attraversare lo sconcerto, il turbamento iniziale, per aprirsi d’impeto alla promessa impossibile, eppure, in fondo, così naturale.
Sì, cosa c’è di più impossibile di questa scelta di Dio? E insieme, cosa c’è di più naturale, di più giusto, di più in fondo appropriato di questa scelta?
Credere che il nulla sia ciò che attira Dio: ecco ciò che e incredibile per noi – e al contempo ciò che appare più naturale allo sguardo della creatura davvero pura, non complicata; ciò che appare più plausibile allo sguardo della creatura davvero fedele all’assetto suo originario, che è d’essere pura attesa, puro vuoto saturo d’attesa infinita. Credere che il nulla, il vuoto puro, sia l’unica cosa che davvero può rapire il cuore dell’Infinito. Credere questo, che a me peccatore, che a me strabico, miope peccatore pare illogico, in-credibile, è invece l’atto più sensato e più giusto della ragione: che altro può amare l’Essere se non il nulla, se non l’Altro da Sé? Dove può far meglio brillare la Sua Luce se non nel buio, nel vuoto più vuoto?
Vergine Madre, purificami gli occhi ciechi, sciogli il mio cuore ostinato, spacca il mio cuore duro, inguaribilmente incredulo.
Semplificami, rendi il mio occhio trasparente come cristallo e il mio cuore semplice, simile, più simile al tuo.

 

Nell’immagine: padre Mauro Lepori, «Annunciazione», acquerello su carta.

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