Contro le parole di morte che l’attualità pronuncia ogni giorno e che manifestano l’autodistruzione della persona umana dobbiamo tornare alle parole di vita che Dio ci ha donato attraverso Gesù. L’omelia pronunciata da mons. Camisasca con l’inizio della Quaresima.

Cari fratelli e sorelle,
che cosa rende possibile percorrere il cammino della Quaresima in modo giusto e vero? La luce della Pasqua. Senza la luce della Pasqua, la Quaresima diventa un esercizio masochistico di sacrifici e penitenze, non determinato da un traguardo che ci attrae, ma solamente dall’obbedienza a una legge, a una consuetudine. Abbiamo bisogno di luce per potere camminare nella vita. Emerge così il significato profondo della Quaresima: essa è un tempo luminoso in cui siamo invitati a portare la nostra attenzione su ciò che è essenziale, ad abbandonare ciò che è secondario per camminare più speditamente verso la Pasqua, cioè verso il compimento di noi stessi che Gesù ha realizzato, e continuamente realizza, nella sua morte e risurrezione. L’ho ripetuto in tante occasioni: solo l’amore può spiegare il dolore, solo la luce può farci camminare nelle tenebre, solo la vita può rendere tollerabile la morte.
A che cosa assistiamo ormai da decenni? Assistiamo continuamente a parole di morte. Non voglio entrare nelle esperienze dei singoli: tutte le rispetto e tutte le accolgo. Tutte infatti mi portano al mistero della lotta tra il bene e il male che si combatte nel cuore dell’uomo. Una lotta che soltanto Dio può vedere e quindi giudicare.
Da anni abbiamo portato in Italia una legge per depenalizzare l’aborto. Si diceva che avrebbe eliminato gli aborti clandestini. Questa legge è però diventata l’affermazione di un diritto della donna, di un diritto di civiltà. Parlare di un diritto di civiltà in questo modo significa andare contro il bene della donna. La donna ha bisogno piuttosto di essere aiutata nella sua maternità. Qui le responsabilità della classe politica sono enormi. Si è fatto pochissimo per favorire una ragazza madre nella sua maternità, nella possibilità di trovare un lavoro e una casa. Certo, molto hanno fatto tanti gruppi di sostegno, soprattutto del mondo cattolico. Tuttavia sono ancora insufficienti. La risposta ai bisogni delle donne in difficoltà è insufficiente e il Vescovo ha la responsabilità civile e sociale di dirlo.
Una seconda considerazione. Si è gridato contro Paolo VI quando nell’Humanae Vitae ha parlato della contraccezione come un male grave. Anche ora non voglio entrare nella responsabilità di ciascuno. La contraccezione c’è da sempre e sappiamo quanto è difficile per una coppia decidere a riguardo. Ma che cosa ne è venuto? Una separazione sempre più grande tra sessualità e fecondità. Senza ripercorrere tutta la vicenda, siamo arrivati al figlio che viene “deciso” dai genitori – quando ci sono -, al figlio che diventa un prodotto, all’utero in affitto. Anche questo è fatto passare da taluni come un passo di civiltà.
Ci rendiamo conto di quali parole di morte leggiamo nei giornali, vediamo nelle trasmissioni televisive, nei siti internet? E i nostri ragazzi? Sono queste le prospettive di vita che offriamo loro?
In terzo luogo, stiamo ora assistendo – ne avevo parlato nel Discorso di san Prospero di quest’anno – non all’eutanasia, ma addirittura al suicidio assistito. Ripeto: non entro nel merito delle responsabilità personali. So quanto certe situazioni siano terribili perché le ho incontrate. Se dovessi viverle io, so che cosa vorrei: vorrei avere attorno a me persone che mi aiutino. Noi, invece di favorire questo sostegno, continuiamo a predicare l’eutanasia, la dolce morte, la bella morte. Sosteniamo che è bello permettere il suicidio assistito, che è un avanzamento di civiltà.
Quali parole di vita diciamo ai nostri ragazzi? Che cosa proponiamo loro? Solo la morte. Riflettiamo su questo. Non si tratta di una questione confessionale. Si tratta di decidere se vogliamo che il nostro mondo continui o finisca. Siamo a un bivio: c’è un’ecologia della natura, ma c’è anche un’ecologia della persona. La persona umana si sta autodistruggendo.
Di fronte a tutto ciò, che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo riscoprire la luminosità dell’esperienza che Dio ci ha donato attraverso Gesù Cristo e pronunciare parole di vita. Aiutare le persone a entrare nella vita, nell’esperienza della comunione, della solidarietà, aiutarle a portare i pesi gli uni degli altri, confortandole, correggendole, sostenendole. Così la vita diventerà realmente vivibile per ogni uomo sulla terra.
Oggi ho letto un articolo della nostra Rita Coruzzi, una ragazza che da anni vive l’esperienza di essere imprigionata su una carrozzina. Lei scriveva su Avvenire: “Dobbiamo dire parole di vita e testimoniare parole di speranza”.
Già nel corso del Novecento, il filosofo Oswald Spengler scriveva un’opera sul tramonto dell’Occidente; il teologo Romano Guardini intitolava un suo libro: La fine dell’epoca moderna. Forse queste espressioni potevano sembrarci eccessive. Invece ora ci appaiono in tutta la loro clamorosa verità. Le mie non sono parole pessimistiche, ma un invito al realismo e alla luce. Diventiamo testimoni di luce, testimoni di vita. Compiremo così un’opera sociale. La necessità sociale più grande in questo momento è mostrare, attraverso l’aiuto reciproco, che la vita è possibile e che è una grande avventura in qualunque condizione ci si trovi. È la solitudine, cari fratelli e sorelle, che fa venire pensieri tristi e terribili. E il nostro mondo è malato di solitudine.
Cerchiamo dunque di accorgerci di chi vive intorno a noi, di chi ha bisogno di essere aiutato, di chi ha bisogno di essere accompagnato. E allora capiremo il vero senso delle parole che Gesù ci ha detto questa sera nel Vangelo.
Preghiera: perché dove non c’è Dio non c’è luce. Nel nostro mondo la luce si sta spegnendo, perché abbiamo cacciato fuori Dio.
Digiuno: perché dobbiamo smettere di cercare cose che non servono, che ci ingombrano. Aiutiamoci ed educhiamo all’essenziale.
Elemosina, che significa soprattutto condivisione: non permettiamo che chi vive con noi o intorno a noi sia solo, sia abbandonato, sia vittima della propria sfiducia perché segnato da tante tragedie. Andiamogli vicino, andiamo a trovarlo, teniamogli la mano, preghiamo insieme per lui, o semplicemente facciamo silenzio.
Quanto c’è bisogno di queste cose elementari, da cui nasce poi tutta quanta la vita nuova! Come diceva Gesù a Nicodemo: “Se non capisci quando ti parlo della Terra, come capirai quando ti parlerò del Cielo?” (cfr. Gv 3,12).
Sia lodato Gesù Cristo.

Omelia effettivamente pronunciata nel Mercoledì delle Ceneri,
Cattedrale di Reggio Emilia, 1 marzo 2017

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