Nella Veglia di Pasqua don Paolo Sottopietra ci invita a rivolgere il cuore e la mente al sacrificio di Gesù, per trovare la letizia che desideriamo.

La liturgia del Triduo ci ha accompagnato a far memoria del sacrificio di Cristo che ci ha redenti. Siamo stati spettatori degli eventi dell’ultima settimana della vita di Cristo e siamo stati anche co-attori, perché la liturgia ci inserisce nello spazio spirituale della memoria facendoci entrare in uno spazio fisico. Gli eventi più alti dei vangeli ci sono stati narrati di nuovo e li abbiamo rivissuti: l’ultima cena in cui Gesù si è chinato sui piedi affaticati degli apostoli per lavarli, la cattura e i processi, la flagellazione, la condanna, la via crucis, l’esecuzione da parte dei militari romani, e poi la deposizione e la sepoltura, la veglia degli apostoli e delle donne durante il sabato santo. Siamo stati anche co-attori di questi eventi. Abbiamo denudato i nostri piedi perché Cristo li lavasse, abbiamo camminato dietro la sua croce, abbiamo sollevato il nostro sguardo a Gesù innalzato su di essa, ci siamo inginocchiati davanti al suo sepolcro.
È bello ritrovarsi lieti, in questa notte, dopo aver ripercorso questo cammino di passione. È anche strano, cioè paradossale. Come può la memoria di una vicenda di ingiustizia, di condanna e di morte causare in noi letizia? Di che cosa è fatta la letizia cristiana? Voglio sottolineare due aspetti che compongono questo sentimento di fondo che è proprio dell’esperienza della Chiesa: la consapevolezza della serietà del nostro male e l’attaccamento a ciò che è santo. In realtà questi due aspetti formano insieme un tutt’uno.

Del sentimento di letizia che la liturgia alimenta in noi fa parte innanzitutto la consapevolezza della serietà del nostro male.
Nel 2005, durante l’ultima Via crucis predicata per Giovanni Paolo II, una settimana prima della sua morte, Ratzinger diceva che la passione di Gesù «ci avverte del pericolo in cui noi stessi siamo. Ci mostra la serietà del peccato e la serietà del giudizio». Il rischio di cui parla Ratzinger è quello di una superficialità che appiattisce tutto. «Nonostante tutte le nostre parole di sgomento di fronte al male e alle sofferenze degli innocenti, non siamo forse troppo inclini a banalizzare il mistero del male? Dell’immagine di Dio e di Gesù, alla fine, non ammettiamo forse soltanto l’aspetto dolce e amorevole, mentre abbiamo tranquillamente cancellato l’aspetto del giudizio? Come potrà Dio fare un dramma della nostra debolezza? – pensiamo. Siamo pur sempre solo degli uomini! Ma guardando alle sofferenze del Figlio vediamo tutta la serietà del peccato, vediamo come debba essere espiato fino alla fine per poter essere superato. Il male non può continuare a essere banalizzato di fronte all’immagine del Signore che soffre» (Joseph Ratzinger, Meditazioni e preghiere alla Via Crucis al Colosseo (ottava stazione), venerdì santo 25 marzo 2005).
Ecco il punto a cui dobbiamo prestare attenzione: di fronte a Cristo che soffre tutta la gravità del nostro male diventa per noi qualcosa di reale. È infatti solo quando ci poniamo di fronte all’amato che soffre a causa nostra che prendiamo coscienza del nostro tradimento. Come Pietro che piange solo nel momento in cui incontra lo sguardo di Cristo e si ricorda di chi è Cristo per lui. Solo chi ama l’altro, soffre delle sofferenze di cui è causa per lui. Insieme a Pietro forse anche noi in questi giorni abbiamo scoperto di nuovo il fatto che lo amiamo, che amiamo Cristo. La coscienza del nostro male sgorga infatti dal nostro amore per Cristo, ne è una dimensione. In realtà, però, questo nostro amore per lui è suscitato in noi proprio da Cristo, che ci ha amato per primo e che si è donato per noi fino alla morte in croce. Il nostro amore ci appare allora come una risposta alla sua iniziativa d’amore che ci precede.
Ecco dunque ciò che è accaduto nella liturgia di questi giorni: la contemplazione del sacrificio di Cristo ci ha rimessi davanti al fatto più fondamentale di tutti, così semplice e così indispensabile, il fatto che siamo amati. La consapevolezza della serietà del nostro male è nello stesso tempo e prima di ogni cosa consapevolezza della serietà dell’amore di Cristo per noi. Ecco perché ci ritroviamo lieti. Perché siamo amati. E a tal punto! Cosa inspiegabile per il mondo: che dalla memoria della sofferenza possa nascere la pace.

Un secondo aspetto di cui si nutre la letizia cristiana è l’attaccamento a ciò che è sacro. Vorrei togliere per un momento questa parola dall’ambito religioso, che ce la può far apparire scontata. La prendo dal linguaggio dei rapporti, in un senso più quotidiano forse, ma altrettanto serio: una parola che indica ciò che c’è di più intimo tra una persona e un’altra, di più personale e prezioso. Qualcosa che non si può trattare con leggerezza o esporre a sguardi o commenti irrispettosi.
Quando ci rimettiamo davanti alla vita di Gesù e in particolare alla sua passione, se vediamo in esse un unico atto d’amore per noi, ci rendiamo conto che l’obbedienza di Cristo e le sue sofferenze sono infatti espressione di quanto di più intimo e personale è avvenuto tra Lui e noi. Siamo stati amati fino a questo punto. Ha dato la sua vita per noi. Può esserci qualcosa di più prezioso e inviolabile per me di questo sacrificio d’amore, può esserci qualcosa di più sacro di questo fatto che definisce il mio rapporto con Dio? Ha sofferto ed è morto per ridarmi la vita. In che vuoto vivrei, dunque, se mi dimenticassi di questo? Che tragica superficialità, che insensibilità imperdonabile sarebbe la mia smemoratezza?
I primi cristiani, forse perché erano più vicini nel tempo agli eventi di cui abbiamo fatto memoria, avevano talmente viva questa evidenza che identificavano la dimenticanza con la dannazione, sulla terra e nell’eterno. Guardiamo agli autori del Nuovo Testamento: c’è per loro un’eventualità da scongiurare in tutti i modi, quella di voltare le spalle al sacrificio di Cristo come se non fosse accaduto nulla. Mi ha di nuovo colpito quest’anno un brano della lettera agli Ebrei che il breviario ci propone per la meditazione del lunedì santo: […] se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuto la conoscenza della verità – si legge –, non rimane più alcun sacrificio per i peccati, ma soltanto una terribile attesa del giudizio (Eb 10, 26-27). Il peccato che non sarà perdonato è quello dell’infedeltà radicale di chi dimentica (e quindi rinnega), dopo averla conosciuta, la grazia del sacrificio di Cristo.
Fa tremare, questo testo, se lo leggiamo consapevoli della deriva del cristianesimo nel nostro continente europeo. L’apostasia di cui parla la lettera agli Ebrei è sotto i nostri occhi: svuotamento tragico della vita, personale e di interi popoli, che viene dal banalizzare la portata di questi eventi. Infatti la lettera rivolge con questo grido di allarme a chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano – profano è il contrario di sacro – quel sangue dell’alleanza dal quale è stato un giorno santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia (Eb 10, 29). Costoro, si legge in un altro passo della stessa lettera, per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia (Eb 6, 4-6).
È come se l’autore ci dicesse: Non accada mai, vi scongiuriamo, che dimentichiate! Non considerate profano ciò che invece è la cosa più sacra che esiste! Questa urgenza, espressa in modo così severo, è dunque ancora una volta il segno di una consapevolezza del tutto positiva. Sembrano parole gridate ai suoi compagni da un uomo salvato per miracolo dal precipitare in un burrone: State indietro! Io ho visto l’abisso. C’è un senso di spavento in questo grido. È infatti con spavento che prendiamo consapevolezza che Dio è morto per noi! Spavento di fronte all’abisso della nostra possibile distrazione. Ciò che è accaduto una volta per tutte tra Dio e noi è qualcosa di serio, di drammatico, di profondo. Come potrei dimenticarmene? È veramente un’alleanza segnata nel sangue. È un per sempre. È, appunto, ciò che abbiamo di più caro, di più sacro.
Se pensiamo a questo, dopo il primo attimo di confusione per il nostro male e per l’enormità del dramma di cui siamo parte, ecco dunque che può sgorgare in noi la gioia della gratitudine. Viene il desiderio di gettarci ai suoi piedi e di dirgli: Io ti appartengo per sempre, Cristo mio. Tu hai dato la tua vita per me. Siamo stati riscattati per sempre, siamo stati strappati agli inferi e siamo tenuti da una mano forte, alla quale nessuno potrà mai più sottrarci. Cristo è arrivato infatti al sacrificio supremo proprio per liberarci dalla paura, per metterci al sicuro nella pace. Questa memoria ci riempie di gratitudine, di senso di consolazione e di certezza, di desiderio di ridonarci, di vivere per lui ogni attimo che ci è concesso. Se sei morto per me, io voglio vivere per te che sei morto e risuscitato per me (cfr. 2Cor 5,15).
Ed ecco che ritroviamo di nuovo la radice della letizia che è cresciuta tra noi in questi giorni. Non abbiamo forse fatto l’esperienza che la nostra comunione si rinnova e riprende luce, quando ci rimettiamo insieme davanti a Cristo e, uscendo, dalla distrazione in cui solitamente viviamo, riprendiamo coscienza di chi lui è per noi? Questa è la vita cristiana. Vivere questa memoria.

 

Omelia per la Veglia di Pasqua, Roma (Cappella della casa di formazione), 4 aprile 2015

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