Proponiamo degli appunti da due incontri con mons. Camisasca in occasione del trentesimo anniversario di fondazione della Fraternità san Carlo (Roma, 12 settembre 2015 – Torino 19 settembre 2015).

La mia esperienza trentennale nella Fraternità san Carlo trova i punti fondamentali della sua traiettoria in alcuni grandi insegnamenti su Dio e sul nostro rapporto con Lui.

 

Dio è Padre

La sintesi di questo lungo periodo sta nella scoperta che Dio è padre. Essa non è stata affatto immediata e ha avuto bisogno di tanti anni per compiersi appieno. All’origine della mia vita non c’è il caso, ma c’è una volontà libera e creativa che mi ha voluto. È una rivelazione che ogni giorno mette in moto la persona. Sarei potuto non esistere, eppure ci sono. C’è Qualcuno che mi ha voluto, c’è Qualcuno che mi attende.
La vita ha dunque un senso e un peso. Sempre. Anche nei momenti in cui tutto si fa confuso, complicato e pesante, la memoria della ragionevolezza e della bellezza di tante esperienze vissute, donate da un Padre buono, rende possibile il cammino verso il futuro. Quando si è in difficoltà sembra che tutto sia stato difficoltà, mentre invece quando si è nella luce si vede solo la luce. Ma Dio alterna questi momenti, Dio alterna le fatiche e le gioie, così come alterna la notte e il giorno, perché non abbiamo a diventare dimentichi di Lui per i troppi doni ricevuti, e quindi superficiali o superbi, oppure disperati per troppi problemi e per troppe fatiche. Personalmente, non ho mai smesso di pregare e di “infastidire” Dio, supplicandolo affinché mi aiutasse a portare avanti ciò che Lui mi aveva affidato. Ho pregato tanto, per ricordare a Dio di essere fedele al Suo patto (cfr. Sal 105). Non perché Dio Padre se ne dimentichi, ma perché io potessi disporre la mia anima a entrare in una fase nuova, più grande, della fede. Quella fase in cui, in ragione di ciò che si è visto e vissuto, è possibile accettare anche la penultima parola che è la croce. L’ultima parola, infatti, è la resurrezione. L’ultima e la penultima parola della vita sono però sempre indissolubilmente unite. Questa è la paternità di Dio: che corregge per esaltare, che corregge per potare. Il Signore corregge colui che ama (Eb 12,6).
Se Dio è padre, la vita è continuità anche nella discontinuità, negli abbandoni, nelle distanze, nelle fatiche. È questa un’esperienza a cui mi ha aperto don Giussani. Ed è anche la parola più profonda che i papi stanno pronunciando negli ultimi tempi, dalla Dives in misericordia di Giovanni Paolo II, alla Deus caritas est di Benedetto XVI e alla Misericordiae vultus di papa Francesco. Dio come misericordia è l’annuncio ultimo della Chiesa, ed è, forse, anche la parola necessaria in una mutazione così rapida e impressionante di civiltà. Quando tutto si disfa, è importante sapere che c’è una roccia che non viene meno.

 

Dio ha inviato suo Figlio

In questi trent’anni ho ricevuto un altro grande insegnamento, che in verità si apprende nella sua profondità attraverso molto tempo: Dio ha mandato suo Figlio (1Gv 3,8). La conoscenza di Cristo è stata uno dei grandi regali che don Giussani ha fatto alla mia vita. Mi attraeva quando lo sentivo parlare di Gesù. Lo rendeva presente attraverso il commento dei vangeli, ma anche parlando di qualsiasi altro argomento. Tutto in lui parlava di Gesù.
La conoscenza di Cristo è un percorso infinito. Si può affermare con facilità che Dio sia infinito, ma che lo sia Gesù di Nazaret, cioè un uomo di carne e ossa, che il mio rapporto con lui possa essere oggi qualcosa di infinito, inesauribile, che ogni giorno riveli nuovi volti, nuove luci, non si può comprendere senza farne esperienza. È stata l’esperienza potente di questi trent’anni, che ha portato numerose conseguenze nella mia vita. Mi ha portato a un nuovo modo di leggere la Scrittura, a riconoscere il peso enorme della parola di Dio nella mia vita, ma anche della parola degli altri, della realtà. E mi accorgo di essere solo all’inizio, di essere uno che balbetta parlando dell’umanità sconfinata di Gesù, della Sua umanità che si è curvata sull’uomo e sulla donna, di quell’umanità che era il terminale ultimo di una decisione del Padre. Il Padre ha mandato il Figlio e il Figlio ha tanto amato il mondo da dare se stesso.
Mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20). Questa è l’umanità di Gesù. Come ha scritto Carrón nella sua lettera di auguri per i trent’anni della Fraternità san Carlo, don Giussani spesso ci ricordava le parole di san Paolo: se uno è morto per tutti, allora tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi (2Cor 5,14-15). L’umanità di Gesù è presente, viva, sempre nuova.
Seguendo Cristo la nostra vita a poco a poco trova la sua unità. Una delle esperienze drammatiche che registro, parlando con le persone che incontro, è la mancanza di unità. La maggior parte di loro mi dice: “La mia vita è a pezzi, non riesco a metterla insieme, non trovo nessi tra ieri e oggi, tra mio marito e i miei figli, i miei genitori e il lavoro, quello che ho perduto e quello che ho trovato”. La risposta a tutto ciò è Gesù. Con lui la vita a poco a poco si ricompone, a poco a poco prende la sua direzione.
Torno di nuovo alla verità fondamentale che ho accennato all’inizio: Dio è padre. C’è un senso in ciò che Lui ci chiede ogni giorno. Un senso che non sempre riusciamo ad afferrare e che non riusciremo ad afferrare del tutto in questa vita. Anche un senso per ciò che ci sembra male e negativo. Quando eravamo al liceo Giussani ci faceva leggere una poesia di Ada Negri ove trovavamo queste parole: «La certezza che tutto fu bene, anche il mio male» (cfr. A. Negri, Atto d’amore, in Mia giovinezza. Poesie, BUR, Milano 1995, 70).
Gesù sapeva trasmettere l’unità della vita nella profondità con cui guardava le persone e il Padre. Guardando il Padre comunicava questa unità anche in una sola parola: Ti sono perdonati i tuoi peccati, vai e non peccare più (cfr. Gv 8,11). Gesù non ha mai diviso la giustizia dalla misericordia. Ma l’ultimo accento era sempre la misericordia.
La persona si sentiva accolta da lui, profondamente guardata e al contempo perdonata e rilanciata nella vita. Nulla era escluso dall’orizzonte dello sguardo di Cristo. In Gesù non c’era divisione tra verità e carità, tra affetti e ragioni. Egli guardava le persone nella loro interezza. Il suo sguardo le introduceva nel rapporto con il Padre che illuminava le loro esistenze e gli avvenimenti della loro vita.
L’unità della vita è il grande dono che Gesù fa a coloro che lo seguono. Questo è il senso dell’espressione di Pietro: Da chi andremo? Tu solo hai parole che spiegano la vita (Gv 6,69). La frase, letteralmente, dice: «parole di vita eterna», ma sapientemente Giussani traduceva: «parole che spiegano la vita», parole che danno unità alla vita, che mettono assieme ciò che mi è accaduto ieri e ciò che mi accade oggi, parole che mi danno forza per il domani.

 

Collaboratori dello Spirito Santo

 Spesso nei quasi trent’anni in cui ho guidato la Fraternità san Carlo mi sono chiesto con quale diritto prendessi decisioni per le persone che mi erano affidate, con che diritto inviassi un giovane in missione ai confini del mondo. Sentivo tutto il peso delle decisioni e delle vite affidate alla mia persona, come oggi sento il peso di tutte le decisioni che devo prendere nella mia diocesi. Mi rispondevo che le decisioni erano guidate dallo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio che ha voluto questa Fraternità perché i ragazzi che ad essa si affidavano potessero correre in tutto il mondo ad annunciare ciò che avevano visto e udito, ciò che aveva trapassato la loro vita, la loro carne, le loro orecchie.
È l’esperienza dell’essere missionari, dell’andare, come puro strumento di un Altro: Il cuore del re è un canale d’acqua in mano al Signore (Pro 21,2). Strumento di un Altro che ci ha amati, che attraverso lo Spirito ci manda nel mondo perché pronunciamo il Suo nome e perché facciamo conoscere la Sua carità infinita. Lo Spirito manda noi per creare un unico popolo, il grande raduno degli uomini intorno a Gesù, che sta aspettando di poter tornare per manifestarsi come il Signore di questo popolo, come il re eterno che consegnerà tutto al Padre. La missione è infatti profondamente connessa con il ritorno di Gesù. Essa è la richiesta che Gesù fa allo Spirito per accelerare e anticipare il suo ritorno.

 

Dio ci ha amati per primo (cfr. 1Gv 4,19). È una verità che mi dona tanta pace e mi rende coraggioso nell’affrontare la vita, nell’affrontare le responsabilità che Dio mi affida. Se dovessi aspettare di essere io il primo, quante volte sarei venuto meno! Ne sono molto più consapevole oggi che trent’anni fa, quando è nata la Fraternità san Carlo. Ho raggiunto questa consapevolezza a settant’anni, ma ho sempre avuto dentro di me l’orma di questa verità: avevo ricevuto un dono che dovevo trasmettere. Il dono della vita e della fede ricevute dai miei genitori, ma anche quel dono che era maturato nell’incontro con don Giussani e che aveva reso la mia vita entusiasmante. Ho sempre avvertito l’imperativo a trasmettere quel dono: se non lo avessi trasmesso, in qualche modo non lo avrei compreso del tutto, sarei rimasto sulla soglia della comprensione di questa esperienza.
In questo senso la Fraternità san Carlo non è nata da me, ma dalla passione missionaria che attraverso di me ha coinvolto nel tempo tanti altri uomini. Io sono stato semplicemente lo strumento, assieme ad altri, del suo sorgere e, negli anni, del suo crescere. Essa non sarebbe niente di tutto quello che è, non sarebbe neanche nata, se ci fossi stato solo io. Essa è sorta perché ciò che sbocciava nel mio cuore ha incontrato lo stesso struggimento per l’annuncio di Cristo in tanti altri fratelli e ha ricevuto l’appoggio e il sostegno decisivo di don Giussani.

 

Dio è il pilastro della missione

 Il grande dibattito sulla missione, sul diritto che noi abbiamo di fronte alle altre religioni, non si può affrontare in termini di diritti o di doveri. È una questione di carità. È Gesù che ci chiama per poter parlare e raggiungere altri uomini. Che essi Lo accolgano, che percorrano la loro strada dietro a Lui o meno, fa parte del mistero di Dio e della libertà degli uomini. Quello che ci riguarda direttamente è la sete di Gesù, la sete infinita che gli fa dire alla samaritana: dammi da bere (Gv 4,7), la sete infinita che Gesù ha del rapporto con l’umanità di ciascuno di noi. Ogni persona è un infinito. In ognuno di noi si riflette l’infinitudine di Dio, come il cielo nell’oceano. In ogni persona si deve adorare il Mistero di Dio che c’è in lei. Questo significa, concretamente, che il primo rapporto con l’altro è un lungo ascolto. Con i seminaristi, che man mano entravano in seminario, e poi con i sacerdoti mi sono sempre posto molto in ascolto prima di parlare, perché entrare nel mistero dell’altro implica tanto tempo. Per aiutarlo a scoprire il proprio posto e il proprio volto nel mondo, occorre imparare ad amare la realizzazione dell’altro, la sua libertà, la sua gioia, amare rispettandolo, anche quando questo costa il no, l’incomprensione e la fatica dell’altro.
Quando le persone vengono ad incontrarci cercano qualcosa, cercano attraverso di noi. E noi non solo abbiamo il diritto, ma anche il dovere di offrire ciò che abbiamo. Per offrirlo, però, in modo non dogmatico, non astratto, dobbiamo ascoltare ed entrare nella dimensione profonda del bisogno di chi abbiamo di fronte. Uno può aver bisogno di un pezzo di pane, uno è nel lago della disperazione perché è morto suo figlio, un altro non ha la casa, uno è semplicemente disorientato e non sa dove sbattere la testa, un altro ancora vuole semplicemente piangere o ridere. In ogni caso io devo capire la dimensione, la forma e la profondità del suo bisogno. Cristo stesso mi suggerirà le parole: lo Spirito vi suggerirà (cfr. Gv 14,26). E questo riempie di fiducia. Cristo parla attraverso di noi, raggiunge gli altri attraverso di noi: guai se noi non avessimo questa fiducia. Ho imparato che non dobbiamo inventarci chissà che cosa. Dobbiamo accompagnare le persone aiutandole a seguire Cristo. Far loro sperimentare che stando con Lui si vive in modo più umano. Che nessuno come lui può riempire il vuoto dell’uomo e può svelare le vere dimensioni della vita, anche della malattia e della morte, anch’esse parte dell’esistenza. Quando si vive con questa semplicità si raggiungono i cuori delle persone.
L’immenso mistero dell’altro, poi, ci spinge a non richiuderlo mai in un giudizio definitivo, a non farlo sentire definito nel suo errore, a tenere sempre aperta la porta. Occorre far percepire all’altro la possibilità del perdono, di poter ricominciare sempre. Nello stesso tempo per poter accogliere veramente qualcuno occorre avere il coraggio di una proposta. Dio attraverso Suo Figlio, il Verbo fatto carne, ci fa attori di una proposta attraverso cui raggiungere l’altro. Il contenuto della proposta non va studiato innanzitutto in un libro, non va cercato in un manuale, ma nell’esperienza del dono che abbiamo ricevuto.

 

Il dono dei fratelli

Se Dio è Padre, noi siamo fratelli e, dunque, abbiamo bisogno di una casa. Questa casa è la nostra madre, che ci genera continuamente. È la Chiesa e, in essa, il Movimento e la Fraternità.
Vivere una «fraternità» ha significato per me, soprattutto negli anni più recenti, scoprire il sacramento del fratello. Il fratello è sacramento di Dio. Tu puoi sfuggire finché vuoi a Dio, ma non gli sfuggi più quando riconosci la presenza virtuosa, piena di grazia, del fratello che Dio ti ha posto a fianco. È vero per tutti: la moglie o il marito possono diventare fratelli l’uno per l’altra; i figli, il compagno di lavoro, gli amici nel movimento in cui siamo o nella comunità parrocchiale in cui viviamo sono i nostri fratelli. Dio non ci lascia soli, non ci lascia senza i segni sacramentali della sua presenza. “Segni sacramentali” significa segni efficaci, presenze umane che ci fanno compagnia nella strada verso Dio, che aiutano la nostra conversione e la nostra maturazione umana. Non sarei cambiato così tanto nella mia vita, se non avessi avuto accanto a me dei fratelli. A poco a poco coloro che avevo accolto come figli in seminario sono diventati miei maestri, persone a cui guardare, da cui imparare in uno scambio reciproco di doni.
Chiunque abbia dei fratelli sa che affrontare la vita insieme può creare delle difficoltà. Spesso ci si scontra con i limiti propri e dell’altro. Diventa allora decisivo perdonare e lasciarsi perdonare. Nella nostra società esiste un immenso numero di barriere create dall’assenza di perdono. Spesso le nostre stesse comunità sono divise. E all’interno di esse, come nelle famiglie e nei paesi, ci sono dei baratri. Dobbiamo domandare a Dio di renderci capaci di perdono e di accoglienza. Lui solo infatti può cambiare il nostro cuore.
La Fraternità san Carlo non è fatta di persone migliori delle altre, né di persone perfette: è costituita da peccatori, che vengono aiutati, attraverso la vita in comune, attraverso la comunione e l’amicizia che in essa si vivono, a trovare una strada per poter cambiare, per poter guardare con positività anche al proprio male e ricominciare da capo. Questa è la misericordia: «Alzati, camminiamo insieme».

Nell’immagine, un particolare della Trinità rappresentata da p. Marko Rupnik nella cappella della Casa di formazione di Roma (Foto Ciol). 

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