La vita della Chiesa e l’esperienza del Movimento di Cl in America Latina al centro dell’intervista a don Julián de la Morena, missionario a San Paolo del Brasile, pubblicata su «Tracce» di aprile

«La verità dell’America Latina è che Cristo c’è». Di schianto, è la prima cosa che don Julián de la Morena dice sul «Nuovo Mondo», così lo chiama, mentre si prepara a passare la Settimana Santa nel carcere femminile di Belo Horizonte. Spagnolo, vive in Sud America dal 2002. È missionario della Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo e da sei anni guida le comunità di Comunione e Liberazione sparse in tutto il Continente.
Il centro dei gesuiti dove si è svolta l’Assemblea responsabili del movimento, l’Espaço Anhanguera a San Paolo del Brasile, è uno dei posti in cui si radunava il Partito dei lavoratori dell’ex presidente brasiliano Lula, che passo a passo «ha lasciato Cristo per la lotta sociale». La coincidenza lo colpisce. «È la stessa alternativa, sempre, per la Chiesa e per ciascuno di noi».

Che cosa pensa guardando, oggi, l’America Latina?
Ci sono problemi molto grandi. C’è il narcotraffico, c’è la violenza, la crisi. Ma quello che vedo di più sono dei fatti che mostrano come Cristo continua ad essere presente. Come ha detto di recente il papa emerito Benedetto XVI: «Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza».

Quali?
La cosa più importante è che il Papa è molto presente in Sudamerica. Lo è come pastore universale. E sta iniziando, sta offrendo una pacificazione del Continente. Meglio, lui è il cuore di una «conversione pastorale» della Chiesa, in America Latina ma non solo. Questa è la parola fondamentale: conversione pastorale.

Cosa significa?
È una conversione molto concreta e che provoca resistenze da parte di una nostra certa mentalità tradizionalista. Anche nella stessa Chiesa, tra i cattolici. Francesco non vuole identificare la proposta politica “più nemica o più amica”, elimina gli schemi e le categorie. Lui cerca l’essenziale della fede, con un desiderio forte di incontrare tutti, di creare un mondo nuovo, di pace. Apre dialoghi con uomini lontani, ideologicamente, dalla Chiesa. Prendiamo l’esempio dei sistemi economici: lui non si identifica nella guerra tra liberalisti e populisti. La Chiesa è un’altra cosa. Non è nata per cambiare i Governi. Allora, quello che vedo in Francesco è che sta puntando il nostro sguardo sul fatto che la Chiesa è nata perché Cristo sia di tutti. Cristo è di tutti.

In che senso «Cristo è di tutti»? E cosa ci sta chiedendo il Papa?
Cristo ha parlato a tutti. Ed è morto per tutti. Questo significa che c’è un seme nell’altro, un seme che noi dobbiamo imparare e di cui abbiamo bisogno. Che cos’ha l’altro di buono per me? Il fatto che vedi in lui che Cristo lo cerca. Chiunque sia, qualunque cosa abbia fatto. Perché dovrei restare colpito e lasciarmi cambiare da uno che sta in carcere? Perché vedo un uomo cercato da Cristo. La redenzione è questa. Quello che ci è chiesto è di non “chiudere” l’incarnazione, cioè Cristo che cerca l’altro. E questo può favorirlo solo una Chiesa in uscita, che comporta un cambiamento. La forza della “prima” Chiesa, della Chiesa degli inizi è stata non rimanere a Gerusalemme. Avere chiaro che la propria missione era per tutto il mondo. Quegli uomini, quegli apostoli, che amavano il Tempio di Salomone, potevano dire: rimaniamo a difendere Gerusalemme. Invece hanno detto: qui sono solo pietre. Nel primo secolo erano in Spagna. E di lì in India… La difesa è debole, perché chiude l’incarnazione. Questa è la proposta del Papa. E anche del movimento.

Può fare degli esempi?
L’alternativa a cui siamo di fronte l’ho capita bene in due fatti che mi sono successi negli ultimi giorni. Ero sull’aereo tra Sudamerica ed Italia. Un’hostess, che ha reincontrato la fede da poco, durante una pausa del suo lavoro mi ha detto: «Posso raccontarti il percorso di fede che sto facendo?». Siamo stati a parlare ed è stato il più bel viaggio che ho fatto in tutti questi anni. Mentre quasi tutti in aereo dormivano, ad undicimila metri sopra l’Oceano Atlantico, a 60 gradi sotto zero, su un mezzo insicuro, quella voce, amica, ha avuto la forza di svegliarmi, dicendomi la cosa più grande del mondo, perché tutta definita dalla Misericordia di Gesù. Questa è la Chiesa: una bella donna, fragile, non perfetta, come tutti, ma che accompagna gli uomini da un posto all’altro, offrendo un bicchiere d’acqua a chi lo chiede, e la cui vota porta una testimonianza, un punto fermo per il mondo. Per l’uomo di oggi, che ha bisogno della misericordia, ma che senza un incontro vivo dorme. Come avrei dormito anch’io, senza di lei.

E il secondo fatto?
Ero ad un cocktail in Argentina, con varie personalità ed autorità. Ci stavamo conoscendo l’un l’altro. E c’era un politico, religioso e molto osservante, che mi ha colpito perché è stato distratto tutto il tempo: era così preoccupato di rispettare i precetti del suo credo, che non è riuscito a parlare con gli altri ospiti. Il problema non è lui, ma mi ha richiamato al fatto che io posso voler essere fedele a delle regole e non incontrare niente e nessuno. E non testimoniare nulla. I nostri valori se non sono la conseguenza di un incontro ci rendono chiusi, se non ridicoli. Perché la prima testimone della Risurrezione di Gesù è una prostituta? Non perché Gesù ha detto: si può fare tutto, va bene tutto. Ma perché tutto il valore di quella donna era di essere amata dal Mistero. Sono solo due esempi, ma in cui ho visto l’alternativa per la Chiesa, per ciascuno di noi.

E cos’ha capito di più?
Il mondo ferito siamo noi. Non sono gli “altri”. Noi, i nostri amici, le nostre famiglie, i nostri preti. Non c’è nessuno che non sia ferito. Per questo in Messico Francesco ha fatto testimoniare famiglie travagliate. È la testimonianza del Figliol prodigo. Ma noi rischiamo di essere i fratelli maggiori. Per questo ci viene paura se il Papa apre a tutti. Per questo, Julián Carrón insiste tanto – come nell’Assemblea che abbiamo vissuto in Brasile – sul fatto che dobbiamo imparare di nuovo cos’è il cristianesimo. La verità non l’apprendi con una formula precisa, ma la impari quando la individui in una circostanza, quando sai vederla in quello che accade. E l’unico posto in cui s’impara la verità in tutto il suo valore è la misericordia. Non è una cosa che applichi, ma che arriva, che Dio ti dà. Se non attendi di imparare quello che già sapevi, non sperimenti la verità. Ed è evidente che questo deve accadere tutti i giorni.

Come si reimpara tutti i giorni?
Mi rendo conto che noi possiamo arrivare a fine giornata e dire: «Oggi è andata bene. È andata bene perché non ho avuto bisogno». Come se dicessimo: «Oggi Gesù puoi stare tranquillo con me, lavora per gli altri». Ma quel giorno in cui io non ho bisogno della misericordia, non ho bisogno di Te, Cristo. Abbiamo un patrimonio in banca per noi, la misericordia di Dio, e pensiamo di non averne bisogno. Non abbiamo ancora capito questa parola. La realtà che il mondo ci offre, in tutto, ci aiuta proprio in questo: ad andare fino in fondo al mistero che Cristo è. Come ci ha insegnato Giussani: dopo che abbiamo tutto chiaro, Cristo è di più. È sempre di più.

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