Quartiere periferico della grande città: in caritativa per toccare con mano la legge profonda della vita, condividere l’essere degli altri.

La caritativa alle Spallette, una zona periferica di Roma, è iniziata con un giro in macchina con don Jonah, al tempo rettore del seminario. Ha accompagnato me, Stefano e Francesco per le vie tortuose e un po’ desolate del quartiere, sorto negli ultimi decenni dall’edilizia abusiva. Non c’è una scuola, una chiesa, un supermercato, non c’è un centro né una piazza dove la gente si possa incontrare. Nella luce calda del sole di settembre, non si vedeva un’anima viva in quel sali-scendi di strade invase dalle erbacce: ognuno era rinchiuso nel suo appartamento. «Ecco – ci ha detto Jonah – la parrocchia più vicina non riesce a raggiungere le migliaia di persone che vivono in questo quartiere. Voi tre per quest’anno sarete qui l’unica presenza cristiana».
Un sorriso e una fetta di torta
Da dove cominciare? Dopo alcune ricerche, veniamo a conoscere una suora che una volta viveva nel quartiere per occuparsi di un progetto di accompagnamento di ragazze madri. Ce le presenta. Appena entriamo nel monolocale dove Rose vive con il figlio di sette anni, veniamo investiti dal suo sorriso e dall’ospitalità che si è portata dal Burkina Faso. Al piano di sopra c’è Laura, che è venuta dalla Romania con i suoi quattro figli. Dopo alcune settimane, tra chiacchiere e caffè, diventiamo amici non solo di queste donne e dei loro figli, ma anche di altre famiglie che incontriamo per le scale o per la strada. Alcuni anziani ci invitano a casa loro ormai ogni sabato ad assaggiare le torte che preparano, semplicemente per passare un po’ di tempo insieme.
La suora, nel frattempo, ci offre di utilizzare il loro vecchio quartier-generale, un appartamentino nel cuore del centro abitato. Qui iniziamo a studiare con i bambini che via via conosciamo. Sono quattro o cinque, ma quando finalmente finiamo i compiti, scendiamo per strada a giocare… e altri loro coetanei escono curiosi con i genitori.

 

Il vecchio e il bambino
Matteo, dieci anni, un po’ litigioso, è figlio di una donna disoccupata e di un padre lontano, in carcere. I carabinieri da poco gli hanno portato via anche il fratello. Uno dei primi giorni, dopo un pomeriggio di studio (poco) e gioco (tanto), ci chiede: «Dove state andando?». «A casa…» «Dove abitate? Con chi?» E allora gli spieghiamo com’è fatta casa nostra, che vita facciamo in seminario. «Quando tornate?» «Sabato prossimo!» «E io, fino a sabato prossimo, cosa faccio?» Matteo ha ragione. Stiamo insieme, studiamo, giochiamo, strilliamo in giro per il quartiere, facciamo merenda, ci affezioniamo… ma dove porta tutto questo? C’è per lui un bene che rimanga durante tutta la settimana?
Piero ha una settantina d’anni e, quando sente il peso dell’età, lo afferra la nostalgia, i rimpianti per il passato, un gran senso di solitudine: «Ma per chi ho faticato tutta la vita?». In qualunque momento, in ogni stagione, sappiamo dove trovarlo: nel suo giardino, che col tempo ha trasformato in un orto rigoglioso e fiorente. Un pomeriggio siamo andati a trovarlo portando con noi Matteo, che proprio non voleva saperne di lasciarci. Sandra, la moglie di Piero, come al solito ci ha offerto un’abbondante merenda. Ci prepara sempre qualcosa, perché dice che in questi mesi siamo diventati «come figli suoi». Matteo, timoroso (non era abituato ad essere trattato così bene), era a disagio nel bere il suo bicchiere di latte, nell’accettare un altro pezzo di torta… Sandra però lo ha invitato a tornare, a fare merenda da loro qualche volta. Il giorno dopo hanno sentito la voce di quel bambino che li chiamava da fuori il cancello.
Sono passati dei mesi, e adesso non solo Matteo ha un posto dove fare merenda durante la settimana, ma non c’è cosa che ami di più che assistere Piero mentre pianta i carciofi, sistema i pomodori, strappa le erbacce… dice che da grande vuole fare il contadino! Non possiamo sapere cosa ne sarà di Matteo, ma siamo certi che l’amicizia tra il vecchio e il bambino è il segno di un miracolo che continuamente accade sotto i nostri occhi: è talmente vero che, come dice don Giussani, la legge della vita è condividere l’essere degli altri, mettere in comunione noi stessi, che l’offerta delle nostre poche ore del sabato pomeriggio inizia ad avere un’eco anche nella vita di chi incontriamo, come un seme che silenziosamente si sviluppa piano.
Gridando «gooool!» o «fermi, arriva una macchina!», con quei bambini e i loro genitori scopriamo insieme che non siamo condannati alla solitudine, ma attratti in una comunione. Quella variopinta compagnia che inizia a radunarsi per strada o nelle case è ai nostri occhi la speranza che sboccia lì, è la presenza attuale e reale di Cristo.

Nella foto, un momento di giochi con i bambini, nel quartiere Spallette alla periferia di Roma.

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