La storia di don Santo, cappellano Covid al S. Orsola: un’intervista su Avvenire Bologna 7.

Nella fase di emergenza sanitaria uno dei problemi più grandi è stata la solitudine dei malati. Molti coloro che non hanno potuto avere vicini i familiari e neanche l’assistenza religiosa. Don Santo Merlini, cappellano al Sant’Orsola, è uno dei sacerdoti che hanno la possibilità di entrare nel reparto Covid. «Il mio servizio – dice – consiste nell’assistenza religiosa ai malati, portare i sacramenti, pregare, fare compagnia, dire loro qual è la speranza cui possono e devono aggrapparsi. Come assistente religioso mi occupavo di altri reparti, Pediatria e Ginecologia. Con questa pandemia ho capito che era chiamato ad altro, lì dentro».

All’inizio soprattutto, non deve essere stato facile entrare in quella realtà.

C’era una grande paura personale che ho dovuto superare. Una paura che è anche giusto avere, perché ci si deve per forza difendere. Non potevo certo entrare nel reparto Covid ed ammalarmi subito. Anche le persone che mi circondavano avevano paura e a volte, per difendermi, non volevano farmi entrare. Quando poi sono entrato e ho visto tanti altri che si mettevano a rischio per fare il loro lavoro, mi sono detto che anch’io, come loro, ero chiamato a rischiare.

Tra lei e i pazienti, bardato com’era, sarà stato più che altro un gioco di sguardi.

Cerco di rendermi sempre riconoscibile, quando posso mi “disegno” una croce sul camice. Una volta sono entrato in una stanza con il mio camice e la mia croce fatta di scotch. C’era un paziente abbastanza giovane che tremava nel letto perché aveva i brividi per la febbre. Mi sono presentato e gli ho detto: sono venuto a trovarti, a dire una preghiera. E lui si è messo a piangere e mi ha detto che era commosso perché vedeva un volto amico. Ma come poteva, mi sono chiesto, vedere il volto con la bardatura che avevo addosso? In quel momento mi è stato evidente che ero il segno di un altro e questa forse è stata la consolazione più bella del mio sacerdozio.

Come è stato annunciare la speranza a queste persone?

Anzitutto è stata annunciata a me la speranza. Nel senso che ho trovato un gran desiderio di Dio nelle persone. E ho capito che quel desiderio è di ogni uomo e quindi anche il mio. Nella maggior parte dei casi i pazienti erano contenti di vedermi, volevano pregare. E in quei momenti ho visto che la speranza è Dio: la vita terna per chi sta morendo, la croce per chi sta soffrendo e la sua compagnia soprattutto nei sacramenti. Nel sacramento dell’Eucaristia che ho portato quando potevo.

Lei è più o meno in quarantena. Cerca di vivere un po’ isolato anche rispetto alla sua fraternità sacerdotale ma c’è comunque quella comunione della Chiesa di pregare gli uni per gli altri.

Devo dire che in ospedale vi sono diversi momenti di comunione con il personale. Soprattutto una volta al giorno ci incontriamo e diciamo una preghiera veloce insieme. Per cui in realtà non sono certamente da solo lì dentro a svolgere il mio lavoro anche come presenza della Chiesa.

 

(pubblicato su «Avvenire Bologna 7», 24 maggio 2020, p.6)

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