Una testimonianza dopo il terremoto che ha colpito Città del Messico nel settembre 2017.

Il primo giorno dopo il terremoto è stato di completa paralisi: i soccorsi disorganizzati, le grandi arterie stradali bloccate, la mancanza di comunicazione e di notizie. Per ore, tante famiglie non hanno potuto mettersi in contatto con i loro cari, mentre iniziavano a circolare informazioni confuse su crolli, decessi e persone intrappolate nelle macerie. Noi cinque preti siamo usciti subito per offrire un aiuto all’università Tech di Monterrey e al Colegio Rébsamen, la scuola privata vicina alla parrocchia dove sono morte 24 persone. Non avevamo mai visto una mobilitazione popolare così grande: nessuno è rimasto indifferente di fronte a questo drammatico avvenimento. Tutti volevano essere utili e aiutare.
La settimana successiva ci ha visti impegnati in forme diverse e impreviste. Abbiamo capito che non era necessario solo l’aiuto materiale che tutti si prestavano a dare, ma che dovevamo cercare la ragione di quello che era successo per rifondare la speranza. La presenza di don Martino De Carli, da poco arrivato dal Cile dove aveva vissuto più volte l’esperienza del terremoto, è stata fondamentale per andare al di là delle reazioni e dei forti sentimenti del momento. Don David ha visitato i detenuti del carcere “Reclusorio sur”, dove si reca ogni venerdì per confessare e celebrare la messa; erano passati tre giorni dal terremoto e molti di loro non sapevano ancora nulla delle famiglie. Don Gianni ha accolto i genitori di José Eduardo, che ha perso la vita nel crollo del Colegio Rébsamen. Come parroco, ha offerto loro di seppellire il bambino nel piccolo cimitero della parrocchia e ha celebrato il funerale. Più tardi, la mamma di José ha raccontato a don Roberto Zocco che suo figlio, una settimana prima, le aveva chiesto che cosa poteva offrire a Dio. Avevano guardato insieme il film Marcellino pane e vino; la mamma gli aveva insegnato a pregare il rosario. Dentro il grande dramma, emerge timidamente una luce, un filo che unisce tutti gli avvenimenti e tutte le vite, lasciando intravedere il volto buono di Dio che ci chiama a riunirci a lui.
Io sono andato con alcuni amici del movimento di Cl e colleghi dell’università a portare beni di prima necessità nei villaggi dello stato di Morelos, dove si è registrato l’epicentro del terremoto. Nel villaggio di Hueyapan, alla prima scossa, tutti erano usciti dalle case. Un centinaio di famiglie hanno subito il crollo delle abitazioni, ma per fortuna non ci sono stati morti. Per distribuire gli aiuti, ci dividiamo in gruppetti e, guidati dai catechisti del paese, iniziamo a dirigerci verso le case. Vengono con noi anche alcuni bambini del posto. Saliamo per i sentieri del bosco, in mano le scatole con i generi di prima necessità: molte case non sono collegate alla strada e ci si arriva solo a piedi. Ci accolgono con gioia e gratitudine: il sostegno è piccolo, quasi ridicolo, ma il gesto riempie i cuori. Mentre torniamo alle macchine, Sara, una bambina che ha fatto il giro con noi, ci mostra la parte di casa sua che è crollata: era una stanza adibita a negozietto. Poi ci chiede di aspettare un attimo, entra in casa e torna fuori con alcune confezioni di caramelle, che regala a ognuno di noi. Il negozio è caduto ma le caramelle si sono salvate, e ora sono per noi!
Domenica pomeriggio, incontro in parrocchia una quindicina di ragazzi delle scuole superiori. Una mamma, accompagnando il figlio, Joshua, fino alla porta, mi sussurra: “Aiutatelo, per favore, ha tante domande strane, non so da dove gli escano”. La lezione, il silenzio, il pranzo e alla fine l’assemblea: il clima è sereno però ci sono tante questioni irrisolte, interrogativi che bruciano. “Che cosa c’è dopo la morte?”. “Perché io sono ancora vivo mentre nel terremoto sono morti dei bambini?”. “Come posso essere certo che le persone che amo sono al sicuro dopo la morte?”. “Dio ci ama ancora? Come possiamo esserne certi?”. Non ci sono solo le domande di Joshua ad animare l’assemblea ma anche le scoperte di tanti: “Ho capito che voglio fare qualcosa per gli altri” dice Andrea “e che quando lo faccio, non mi importa di ciò che mi sta attorno né di ciò che mi aspetta. Adesso mi preoccupa il mio futuro, l’incertezza e la fragilità della vita. Mi preoccupa il futuro del mio Paese e della mia gente: spero di fare qualcosa di grande con la mia vita”.
Forse a fare la scoperta più importante è stata Maria José, una ragazza del movimento di Cl che ha lasciato casa sua nello Yucatan per venire a lavorare a Città del Messico. Con il terremoto, l’appartamento dove vive è stato dichiarato inagibile e non ha più dove dormire. Hugo e Nuria, una giovane coppia, l’hanno ospitata, insieme ai quattro figli e a Azael e Yuritsi, anche loro rimasti senza casa. “Ho sentito dire da voi, in parrocchia, che la casa è quel posto dove uno può godere dell’amore dell’altro ed essere libero. In questi giorni, più che vittima del terremoto mi sono sentita figlia di Hugo, Nuria, Azael e Yuritsi. Ciò che più mi aiuta a uscire dalla crisi è obbedire a questa amicizia, che è un dono di Cristo”.

 

(Nella foto, una via di Città del Messico – foto Paul Sableman – flickr.com)

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