Lezione al ritiro di Avvento nella casa di formazione della Fraternità san Carlo a Roma.

Introduzione
«Suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene»1. La preghiera di colletta con cui la Chiesa ci fa iniziare l’Avvento è una delle preghiere più antiche ed è tratta dal Sacramentario Gelasiano. Essa ci porta la coscienza della fede con cui tutto il popolo di Dio ha guardato e oggi guarda al tempo di Avvento. La preghiera non dice “suscita la volontà di andare incontro a Cristo che è venuto o a Cristo che verrà”. Dice “a Cristo che viene”, venienti, occurrenti. L’invito a guardare in avanti arriva dopo, quando la preghiera aggiunge: «affinché Egli ci chiami nella gloria accanto a sé per possedere il Regno dei cieli»2. Si tratta di un’eco precisa di ciò che l’Apocalisse dice più volte: Colui che è, che era e che viene (Ap 1, 4; 1, 8; 4, 8).
Siamo dunque invitati a guardare in avanti, a guardare a Cristo che viene e che sta arrivando. Questa dimensione fondamentale si poggia sulla sua venuta storica, preannunziata dai profeti e realizzata come documentano i vangeli nella nascita di Betlemme. Il fondamento storico dà a questa nostra attesa, che riguarda il presente e il futuro, una sua veridicità. Toglie ogni mitologia, ogni sentimentalismo spiritualistico. Ci immette nella posizione del cuore fondamentale di questo tempo e rappresenta l’immagine di tutto il tempo dell’uomo. L’Avvento non è solo una parte del nostro tempo ma ne è una dimensione permanente. L’attesa costituisce l’umano nella sua dimensione più profonda e più vera. Non è un caso che tutta la rivelazione scritta si concluderà con queste parole dell’Apocalisse: Lo spirito e la sposa dicono: “Vieni!” (Ap 22, 17).
I brani dei libri profetici che la Chiesa ci proporrà nei prossimi giorni, non raccontano solamente ciò che sarebbe accaduto a Nazareth e a Betlemme. Certamente i profeti sono luci nella notte destinati ad essere surclassati dal sorgere del sole, come dice san Pietro nella sua lettera (cfr. 2Pt 1, 19), ma essi illuminano ancora oggi tutti gli aspetti di notte presenti nella nostra vita. Essi non hanno preannunciato soltanto la nascita di Gesù dalla carne di Maria, ma preannunciano la nascita di Gesù nel suo continuo venire nel mondo, nel suo venire in questo istante, che è la sua risposta alla nostra vigilanza di questo istante.
Le dimensioni del presente e del futuro sono più importanti del passato. Il passato è solo il fondamento storico, necessario ma non sufficiente, del presente e del futuro. Non celebriamo un fatto del passato, ma viviamo nel presente il suo venire ora e anche l’attesa del suo venire definitivo.

Noi che di notte vegliammo
Don Giussani, in un dialogo con gli universitari nel 1985, commenta l’inno Nel primo chiarore del giorno3 e dice: «Noi non ci alziamo certo alle due di notte come le monache di Vitorchiano che l’hanno composto e per le quali quelle parole sono letteralmente vere: “E noi che di notte vegliammo”»4. Il vegliare è ciò a cui l’Avvento vuole introdurci. Si tratta di domandare, di attendere e di riconoscere. Senza la vigilanza è impossibile domandare perché non c’è percezione del bisogno. Senza la vigilanza si vive alla superficie dell’essere, nella scontatezza. Perciò se non maturiamo la coscienza del nostro bisogno non ci sarà mai vera domanda. Quando la domanda non c’è, non c’è neppure attesa e quindi non c’è riconoscimento. Non si può riconoscere colui che non si attende. «Timeo Jesum transeuntem»5 diceva sant’Agostino. Temo che Gesù passi ed io non me ne accorga perché in quel momento non lo stavo attendendo. Quante volte Dio passa nella nostra vita e noi non ci accorgiamo, perché non lo attendiamo. Non è che Dio passa come al tempo di Mosè sul monte Sinai, in mezzo a tempeste, fuochi e lampi, ingrossando la voce…Dio ci passa accanto in mille modi che rimarranno sempre impercettibili se non l’attendiamo. La vigilanza è la questione centrale all’interno dell’educazione dell’Avvento.
Diceva Giussani: «Vegliare nella notte è vegliare nell’ottusità […] che scopriamo anche sul nostro volto»6. Vegliare dunque vuol dire guardare nell’opacità in cui tutti guardano e attendere che si manifesti Colui che nessuno attende. «Uno coglie le cose a tastoni nella notte, diceva san Paolo. Così tutta la gente vagola, vaga per il mondo, come gente che cammina a tastoni o a tentoni. Finché – e questo è il paragone di san Pietro – improvvisamente ecco che nasce il sole»7.
E poi continua: «Riflettiamo qualche volta su questi messaggi che quotidianamente la natura ci dà»8. Non commenta, lascia nel non detto. È molto profondo questo richiamo: il sole sorge tutte le mattine e noi cosa impariamo da questo fatto? Tutte le mattine Dio dà la possibilità alle cose di riapparire, dà l’esperienza della luce. È la metafora di un’altra ben più profonda esperienza che Dio vuole ridarci ogni mattina: l’esperienza di uno sguardo per noi e per tutti gli uomini capace di vedere nella notte, nell’ottusità, nell’oscurità. «Riflettiamo qualche volta su questi messaggi che quotidianamente la natura ci dà, perché se le cose fossero soltanto quello che vediamo saremmo dei disperati»9. Se noi rimaniamo alla superficie della vita diventiamo cinici o disperati.
In un altro libro Giussani commenta sempre questo inno e dice: «La vigilanza è la posizione umana necessaria per essere uomini, cioè creature in cammino verso il proprio destino. Perciò sorge l’invocazione “Dio vieni a salvarmi”»10. Pensate quante volte al giorno diciamo “Dio vieni a salvarmi” iniziando le Lodi, i Vespri, Ora media e Compieta… ma non ci passa neanche dall’anticamera del cervello che questa sia un’invocazione, l’invocazione di chi dice “Vieni Signore Gesù”. «Fammi essere me stesso, fammi vero, unito a tutti, fammi abbracciare tutte le cose […] L’attesa è il motivo principale e più profondo di tutta la Bibbia»11. Quante volte abbiamo detto il Padre Nostro senza fare nessuna connessione tra il “Venga il tuo regno” e il “Vieni Signore Gesù”!

Attenti alla fede del mondo
«Sia vero di noi questo: “Noi che di notte vegliammo”, nella notte del mondo, nell’ottusità di tutti, in quella sonnolenza generale degli occhi, dello sguardo, cioè della coscienza della realtà, “attenti alla fede del mondo”! È un’analogia bellissima. In fondo riprende san Paolo, l’ottavo capitolo della Lettera ai Romani, quando dice che “tutta la natura attende lo svelarsi dei figli di Dio”: tutta la natura attende che l’uomo la guardi in modo diverso»12.
Siamo chiamati a guardare il mondo e le cose in modo vero, a vivere in modo vero, affinché attraverso di noi tutti gli uomini possano, se Dio vuole, guardare e riconoscere la verità del mondo. La verità che viene, che sta accadendo ora e che si compie lentamente e definitivamente. All’ultima venuta Egli metterà il sigillo della definitività a questa verità, finalmente palese agli occhi di tutti. Tutti lo vedranno, dice l’Apocalisse (cfr. Ap 22, 4).
«“Attenti alla fede del mondo”: tutta la storia è in attesa del compimento, del disegno che nel suo seno si svolge, anzi, che ne è l’essenza»13. La vigilanza copre tutto l’arco della nostra vita e della nostra storia personale. Fin dall’inizio la vigilanza ci permette di entrare nella profezia, di capire cosa Dio ha voluto prometterci. Profezia non significa soltanto quel che i profeti dicono, ma è una parola che indica anche la nostra infanzia, la nostra giovinezza, gli incontri che Dio ci ha fatto fare. Dio ha nascosto nella nostra giovinezza la sua promessa.
Nella vigilanza assumiamo un altro sguardo, diventiamo capaci di guardare il mondo con gli occhi della fede. La vigilanza ci permette di non fermarci alla superficie, ma di entrare nelle cose, di guardare con gli occhi di Cristo le cose che tutti guardano. Leggere il giornale, guardare la televisione, sentire l’amico che parla, studiare con lo sguardo di Cristo, “attenti alla fede del mondo”.
Questa vigilanza e questo sguardo di fede sono per Giussani la mendicanza. Il mendicante è l’uomo non più schiavo delle leggi del mondo, ma l’uomo libero, l’uomo purificato14.

«La vigilanza ci protende al ritorno di Cristo. Nel Miguel Mañara, quando l’abate fa prevedere a Miguel lo sviluppo della sua coscienza, dice che il meglio è nella vecchiaia perché la piena maturità rende normale la vigilanza, così che quello che si è pensato o intravisto a momenti nella giovinezza diventa la condizione continua del pensare e del guardare»15. Sapeste come è vero! Anche voi se rimarrete fedeli farete esperienza di questo. Come è vera la poesia di Ada Negri, Mia giovinezza, dove si dice che l’autentica giovinezza è nella maturità16. Soltanto nella maturità quello che nella giovinezza è stato intravisto, sperimentato frammentariamente, diventa condizione continua. In qualunque età occorre essere vigilanti, «perché dobbiamo restare uomini, perché rimaniamo creature di Dio, perché dobbiamo restare responsabili»17.

Protesi al ritorno di Cristo
Cos’è il ritorno di Cristo? «Il ritorno di Cristo è innanzitutto proprio il Suo ritorno, ma quello è il compimento di qualcosa che, istante per istante, […] sta avvenendo»18. La liturgia ha scelto di non usare questa espressione “ritorno di Cristo” per sottolineare come nella storia ci sia una serie infinita e continua di venute di Cristo, di cui solo l’ultima sarà il sigillo e il compimento.
«Viviamo la tensione al suo ritorno ultimo, il desiderio della fine, non perché il mondo finisca, ma perché finalmente sia se stesso […]. Ogni istante del tempo ha significato come ritorno di Cristo. Quel giorno sarà il giorno della gloria, ma ogni istante è l’istante della gloria e la gloria di Cristo nell’istante è la trasfigurazione che avviene in quello che facciamo»19.
Ed ecco che incontriamo quella che è l’immagine più bella contenuta in queste pagine di Giussani: «Per capire questo “Protesi al ritorno di Cristo”, per favore, immaginate quando c’è un vento impetuoso che attira le cose, che piega gli alberi, che attira le foglie, che porta la povere della strada in una direzione, un vento potente! Ecco, nel cuore di ogni uomo consapevole, veramente consapevole di ciò che è la vita e il mondo, veramente consapevole del segno che è il tempo, che sono il tempo e lo spazio, deve come instaurarsi questa attrattiva verso il momento in cui la ragione della propria vita, della vita di tutti e dell’esistenza del cosmo, scintillerà, si illuminerà in modo evidente per tutti, perché il Suo ritorno è ciò che ogni cosa attende. “Noi che di notte vegliammo, / attenti alla fede del mondo” – perciò interpreti del vero palpito del reale, che, nell’osservazione della nostra natura, della nostra personale natura, nella chiarezza della autocoscienza, diventa limpido e si identifica con chiarezza con quelle esigenze che costituiscono il nostro cuore: esigenze di verità, di bellezza, di giustizia, di amore e di felicità – “protesi al ritorno di Cristo”. […] Questa fuga potente, questo slancio potente verso il destino, verso il traguardo, verso il giorno finale, illa dies, questa protensione, questa fuga potente in avanti, da una parte ci fa guardare le cose come uno che se ne distacca, osservandone la minutezza e la leggerezza, la fragilità e in ultima analisi l’inanità, la vanità, ma dall’altra parte, nello stesso gesto, le afferra e le trascina con sé. […] Non dovete rimproverarmi di dire sempre queste cose: non ce ne sono altre così, sono come l’Everest, non c’è altro da raggiungere, non c’è parola più alta, cioè parola più profonda, parola più reale. Non perdiamo e non ci lasciamo alle spalle neanche un “granino” di quella polvere che il grande vento suscita: è polvere, ma la trasciniamo con noi perché diventi parte della luminosità dell’universo, dell’universo definitivo. Come ho fatto altre volte, vi ricordo un pensiero di Kierkegaard, nel Diario, dove dice che presso gli antichi, […] per andare nei campi elisi l’anima dell’uomo doveva bere l’acqua del fiume Lete (che in greco significa dimenticanza): per poter entrare nella felicità, occorreva la dimenticanza, bisognava dimenticare tutto il passato. Ma questo è un inferno, perché abbandonare una cosa che hai visto, abbandonare una cosa che hai accarezzato, un volto che hai accarezzato, abbandonare una cosa che hai afferrato – una qualsiasi – è un marchio, sarebbe un marchio, un timbro di morte che ti angustierebbe anche in mezzo al godimento più pieno: Quoniam medio de fonte leporum / surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat, diceva il materialista Lucrezio; anche nel folto del tuo godimento scaturisce qualcosa di amaro che ti ferisce, che ti angustia, che ti stringe, che ti soffoca, anche in mezzo all’esuberanza delle cose. Perciò perdere qualunque cosa, anche un capello, sarebbe uno stigma di morte che non potrebbe far raggiungere la felicità. Invece per il cristianesimo, per il cristiano, è il contrario, hanno un valore eterno anche gli aspetti più reconditi e le cose più piccole e più banali della vita. […] “Protesi al ritorno di Cristo” […] Da una parte siamo come gente che passa attraverso le cose, vedendone subito la vanità»20.
Cosa significa “guardare le cose come uno che se ne distacca”? Che non siamo più dominati dalle cose, non siamo più schiavi delle cose. Questo è il giudizio: non essere più dominati dalle cose. Il giudizio è scoprire che le cose non sono il nostro dio, ma che sono al servizio nostro per andare a Dio. Esse ci servono solo in quanto ci conducono al Destino. Tutto ci serve in quanto ci conduce al Destino. È questo giudizio che ci fa guardare le cose con il giusto distacco.
Continua Giussani: «Così giudicate, le cose è come se ritornassero in un rigoglio di verità, di splendore, di permanenza»21. Cioè non si disfano, come dice la poesia di Ofelia Mazzoni: «Ciò che avevo afferrato bramosa, /nella mano stretta si sfece, / come a sera la rosa sotto la volta dell’eternità»22. È una poesia che dice di un’esperienza nostra continua: quanto più possediamo le cose, le stringiamo a noi, tanto più queste si disfano nelle nostre mani. La distanza di cui è fatta la verginità è invece il primo frutto potente del nostro essere “protesi al ritorno di Cristo”. La distanza non è la negazione dei rapporti e delle attese, delle speranze e delle promesse, ma la condizione della loro permanenza. «È come se ritornassero in un rigoglio di verità, di splendore, di permanenza»23.
Dice una preghiera del post communio della prima domenica di Avvento: «La partecipazione a questo sacramento, che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita, ci sostenga, Signore, nel nostro cammino e ci guidi ai beni eterni»24. Nel latino questa preghiera era molto più chiara: «Prosint nobis, quaesumus, Domine, frequentata mysteria [questi misteri a cui partecipiamo giovino alla nostra vita], quibus nos, inter praetereuntia ambulantes [a noi che camminiamo in mezzo a cose vane, che passano], iam nunc instituis amare caelestia et inhaerere mansuris [ci insegni ad amare le cose che sono eterne e ad aderire a quelle che restano]» 25.quad 1 segantini_02_0

La concretezza della verginità
Concretamente in cosa consiste questo distacco? Come è possibile vivere nello stesso attimo il distaccarsi e l’afferrare? Questo che è impossibile all’uomo è possibile a Dio, cioè al suo Spirito. Lo Spirito di Cristo realizza nella nostra vita la stessa esperienza del Cristo risorto, anticipa nella nostra esperienza materiale quello che la materialità della nostra corporeità renderebbe impossibile.
Per esempio: quando ho incominciato a studiare all’università mi sentivo molto attratto dalla filosofia. Nello stesso tempo in quegli anni mi era stato chiesto di far altro: occuparmi della comunità di GS a Milano i primi due anni e dell’Azione Cattolica gli ultimi due. Erano responsabilità impegnative, in termini di tempo. Io avvertivo profondamente la contraddittorietà di tutte queste cose che mi erano chieste. “Come è possibile – pensavo – che uno mi chieda tutte queste cose insieme, cose che sembrano in contraddizione fra loro?”. In questo modo invece ho imparato veramente cosa fosse la verginità. Ho imparato che potevo dedicarmi alla filosofia quel tanto che mi era concesso da altre possibilità. La filosofia non poteva diventare il mio idolo. Ho imparato il distacco necessario per obbedire a Dio che mi chiedeva in quel momento, nella totalità della mia vita. Dio mi ha fatto così capire che la filosofia era importante, ma non era tutto.
L’amore alle cose e l’amore a Cristo coincidono quando si amano le cose secondo quella misura che ci fa andare a lui. Cristo, nel distacco, afferra e trascina con sé. Cristo ci educa ad un’intensità diversa nei rapporti, riferendo tutto a lui, fino ad arrivare alla liberazione di poter dire: “Quello che posso lo faccio, quello che non posso fallo Tu”.

Le strade della verginità
Questo distacco non è altro che entrare nel senso che Dio ha della vita, entrare nel modo con cui Dio guarda le cose. Questa è la liturgia: la storia vista e vissuta da Dio come attore principale che porta dentro la sua azione tutti coloro che accettano di entrarvi. La liturgia è il luogo in cui emerge il giudizio di Dio sulla storia universale e particolare, personale e cosmica, totale e dell’istante. Entrare nel distacco non significa volontaristicamente assumere un’altra posizione di fronte alle cose. Significa entrare in un altro punto di vista e a poco a poco ritrovarsi diversi, quasi senza accorgersene. Non si tratta di amare meno, ma di amare meglio e di più.
La meditazione della Scrittura è fondamentale in questo cammino. Non innanzitutto la lettura individualistica della Scrittura, quella che ognuno fa nella sua cameretta. Mi riferisco alla lettura che ci fa fare la Chiesa tutti i giorni nella liturgia, la lettura che facciamo assieme, di cui quella personale è soltanto preparazione o applicazione.
Un ulteriore aiuto ad entrare in questo punto di vista diverso, in questo punto affettivo diverso è il giudizio dell’autorità sui fatti singoli della mia vita.
Concludo tornando a Giussani: «Volevo semplicemente comunicarvi queste cose che sento quando dico le Lodi. Scusate, ma la lotta in questo mondo è tra la verità e la menzogna, tra la realtà “segno” e la realtà che pretende di avere una consistenza in sé»26. La realtà “segno” è la realtà vista nel distacco, è la realtà vista nello sguardo di Dio. La realtà invece che pretende di avere una consistenza in sé è quella in cui io dico: “Sei mio, ti posseggo, sono io il tuo Dio”. In quel momento le cose diventano idoli, menzogna, vanità. Quella vanità di cui giustamente parlano i libri sapienziali. Imparare la vanità delle cose non è entrare in una posizione nichilista. Non è questo il significato del vanitas vanitatum del Qoelet (Qo 1, 2). Se noi ci leghiamo alla vanità delle cose diventiamo a nostra volta vani. Passare attraverso le cose percependone la vanità è entrare in un altro punto di vista, il punto di vista con cui Dio guarda la storia e con cui ogni cosa viene assicurata per sempre.

Note al testo
1 Colletta della prima domenica di Avvento in Messale Romano, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1983, 5.
2 Ibidem.
3 «Nel primo chiarore del giorno» in Il libro delle ore, Jaca Book, Milano 2006, 71.
4 L. Giussani, Qui ed ora (1984 – 1985), BUR, Milano 2009, 342.
5 Agostino, Sermo 88, 14, 13.
6 L. Giussani, Qui ed ora…, op.cit., 342.
7 Ibidem.
8 Ibidem.
9 Ibidem.
10 L. Giussani, Tutta la terra desidera il Tuo volto, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000, 37.
11 Ivi, 38.
12 L. Giussani, Qui ed ora..., op. cit., 342 – 343.
13 Ivi, 343.
14 Cfr. L. Giussani, Tutta la terra…, op. cit., 36.
15 Ivi, 37.
16 Cfr. A. Negri, «Mia giovinezza», in Mia giovinezza, BUR, Milano 1995, 78.
17 L. Giussani, Tutta la terra…, op. cit., 37.
18 Ibidem.
19 Ibidem.
20 L. Giussani, Qui ed ora…, op. cit., 345.
21 Ivi, 345 – 346.
22 O. Mazzoni, «Il bene perduto», in Noi peccatori: liriche, Zanichelli, Bologna 1930, 78.
23 L. Giussani, Qui ed ora…, op.cit., 346.
24 Preghiera dopo la comunione della prima domenica di Avvento in Messale Romano, op. cit., 5.
25 Oratio post communionem in Missale Romanum, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1975, 129. 26 L. Giussani, Qui ed ora…, op. cit., 346.

Nell’immagine, Giovanni Segantini, «Mezzogiorno sulle Alpi» (1891).

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