Fissare lo sguardo su Gesù è l’unica strada per capire il mondo e noi stessi: l’omelia di mons. Camisasca nella Domenica delle Palme.

Cari fratelli e sorelle,

nel recente passato, la Chiesa era giustamente preoccupata che le vicende di Gesù e, in particolare, la sua passione, morte e resurrezione, non fossero viste dagli uomini in una contemplazione che le staccava dalla vita. Alcune volte la comunità cristiana e i singoli credenti vivevano una separazione tra la fede e la vita. Credere si riduceva a un rapporto intimo e personale con Dio, che non riusciva a illuminare, però, le ore quotidiane dell’esistenza.
Questa lezione è stata, a mio parere, abbastanza compresa. Non c’è nessuno oggi che non si chieda: “Cosa significano questi eventi di Cristo per me, per noi, per un mondo assediato dalle guerre, dalle violenze? Cosa significano per i poveri, per i malati, per le nostre solitudini?”. Il rischio che corriamo ai nostri giorni è quello opposto a ciò che denunciavo all’inizio: si è eliminata la separazione tra fede e vita, riducendo la fede alla vita di tutti i giorni. Se mi interesso degli altri, se mi do da fare per il bene mio e quello delle persone che mi circondano, se sono preoccupato per le sorti del mondo, sembro aver già compreso tutto di Cristo, della sua passione e della salvezza che ci ha donato.
Questa riduzione del cristianesimo all’attualità sociale porta a una perdita di profondità nel nostro sguardo su Gesù e sulla Chiesa. Soltanto guardando a lui possiamo capire il mondo e noi stessi.
È ciò che desidero per me e per voi durante questa Settimana santa: fissare lo sguardo su Gesù, immedesimarci con il suo cuore, con i suoi sentimenti, con le sue parole, con il suo sacrificio.
Meditiamo il vangelo che abbiamo ascoltato nei sette giorni della Settimana santa: leggiamone ogni giorno una parte, possibilmente con gli altri membri della nostra famiglia o della nostra comunità. Immergiamoci in quei momenti, in quella luce e in quelle tenebre, senza paura di sostare nel silenzio. Sarà Gesù a illuminarci sul significato contemporaneo della sua passione.
In questo momento, dunque, dopo una proclamazione così lunga del vangelo, mi limito ad alcune linee di riflessione che possano accompagnarvi durante questa settimana.
Gesù è mostrato innanzitutto come innocente. A differenza di noi, di Giuda come di Pietro, di Giuseppe di Arimatea come dei ladroni, della donna di Betania come di Maria di Magdala… lui è innocente. Come ha detto chiaramente Gesù: Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo (Mc 10,18). In questo modo egli dichiara di essere Dio. Dio è l’attore della storia, un attore che opera continuamente, dalla creazione fino all’ultimo giorno. Egli opera per noi, in nostro favore, anche se con un supremo rispetto della nostra libertà.
La morte e resurrezione di suo Figlio è il cuore e il vertice della sua iniziativa di salvezza per noi. Nulla nella vita, né il bene né il male, né la fede né l’incredulità, può essere compreso se non è illuminato da questo evento. Ciò è un grande dono per noi, ma anche un’immensa responsabilità. L’opera di Dio è instancabile e non è certo assente dal nostro tempo. Le guerre, le violenze, le morti non devono oscurare il nostro sguardo: Dio è all’opera in un’infinità di persone, in un’infinità di famiglie, soprattutto nella fede dei suoi poveri, nella carità di chi si affida a lui, nella speranza di chi crede.
Il male del mondo voluto dall’uomo non oscura la bellezza di Dio e di suo figlio. Quando sono stato recentemente ad Auschwitz, un insegnante, forse un po’ provocatoriamente, ha chiesto, durante un’assemblea pubblica: “Dov’era Dio ad Auschwitz?”. Una domanda molto pertinente che abbiamo già ascoltato tante volte nei decenni passati. Alla luce dell’innocenza di Gesù e di questi giorni di passione, comprendiamo che Dio ad Auschwitz era presente in molti modi. Innanzitutto nel suo popolo martoriato, vilipeso e ucciso. Ma egli era presente anche attraverso le persone luminose di Massimiliano Kolbe, di Edith Stein e di tutti coloro che, come loro, hanno offerto la vita per la salvezza del mondo, affermando con la morte che esiste una vita più grande di quella presente.
Come vedete, spostare lo sguardo su Gesù non ci allontana dall’oggi, ma ci permette di entrarvi con maggiore profondità.
Una seconda riflessione riguarda l’esperienza del male. L’innocente è stato torturato, calunniato, percosso, caricato della croce e infine ucciso barbaramente. Di fronte alle esperienze del male si può arrivare alle conclusioni più strane, tanto il male è un’esperienza incomprensibile per la nostra mente. La sua presenza, però, è un dato di fatto e perciò non possiamo sottrarci alle domande su di esso. Alla luce di questi giorni di passione, illuminati dalle parole di Gesù e dal suo contegno regale di fronte al male subito, possiamo dire: il male è voluto dall’uomo, trova la sua origine nel peccato che lo acceca, nella rivolta contro Dio e la sua legge, nel misconoscimento della nostra creaturalità e del nostro bisogno di Dio. Non è il male che rende incomprensibile Dio, è Dio che porta su di sé il nostro male e che ci può aiutare dunque e accompagnare nell’esperienza del dolore.
Guardando il Crocifisso, comprendiamo di non essere soli e che tutto, anche ciò a cui non riusciamo a dare un significato, può essere portato davanti all’altare di Dio per il bene di tutti.
La Settimana santa non dà spiegazioni, propone piuttosto un’esperienza, quella del Dio fatto uomo, dell’innocente ucciso per noi, caricatosi delle nostre colpe e dei nostri peccati. Egli in questo modo apre la nostra vita all’unica speranza che conta, all’unica certezza decisiva che cambia i destini della storia: il nostro male è perdonato e ci è aperta la strada a una vita che non finisce.
Queste due ragioni di grande speranza accompagnino il nostro sguardo nella contemplazione di Gesù durante questi giorni di passione e di luce.

Amen.

Omelia nella domenica delle Palme – Cattedrale di Reggio Emilia, 25 marzo 2018

 

(Nell’immagine, «Crocifissione», pala d’altare di anonimo tedesco, ca. 1480)

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