Di fronte alle sfide e ai problemi della società di oggi, non ultima la prepotenza dell’ideologia, testimoniare l’incontro che ha cambiato la nostra vita è la strada verso il bene.

«In Spagna? Che ci fa un missionario nella cattolica Spagna?». Questo, più o meno, mi sono sentito dire da qualche amico italiano, parlando del luogo in cui sono in missione. È una percezione molto acerba dell’identità del cristianesimo: non c’è paese o condizione sociale che possa bloccare l’annuncio di Cristo, che è sempre nuovo, sempre più profondo. D’altro canto, in Spagna sussistono certe manifestazioni di fede legate alla tradizione, ma quasi senza alcuna incidenza nella vita quotidiana, a causa di un rapido processo di laicizzazione la cui imponenza si tocca sempre più con mano.
La parrocchia che ci è affidata conta trentamila abitanti. Di tutti i bambini della prima comunione, forse cinque o sei all’inizio del catechismo sapevano fare il segno della croce. La maggioranza non ha mai sentito parlare di Dio; non sa che cosa sia una chiesa. In tali circostanze la testimonianza assume contorni inaspettati e spesso il nostro compito non è di una nuova evangelizzazione, ma direttamente di un primo annuncio. La generazione dai trent’anni in giù ha persino superato l’antipatia che le persone di mezz’età hanno per i preti: semplicemente, non sanno chi sia un sacerdote o che cosa faccia.
Pochi mesi fa, nel pieno del dibattito sulla riforma della legge dell’aborto, nei pressi del nostro quartiere è stata chiusa una fabbrica di una multinazionale. In quei giorni, come già altre volte, sono apparse scritte offensive sul muro della nostra parrocchia contro i preti e la fede. Gli operai licenziati dalla fabbrica hanno organizzato manifestazioni di protesta. Puntualmente, quando si rendevano conto che stavano sfilando davanti alla nostra parrocchia, il corteo si fermava e cominciava a gridare slogan vecchi e nuovi, più o meno ingiuriosi, che mischiavano i preti, il crocifisso e il diritto al lavoro. La tensione era alta.
Durante la prima di queste manifestazioni ero in parrocchia con alcuni ragazzi e siamo usciti attirati dal clamore. In prima fila c’era gente che assistiamo in Caritas o i fratelli maggiori di quegli stessi ragazzi che erano lì al mio fianco. Ho detto loro: «Vedete? Nella vita ci sono due alternative: o l’ideologia, che ti rende cieco e triste, o lo stupore di fronte al bene. Che voi siate qui è un bene. Che alcune di quelle persone che stanno gridando ricevano da noi aiuto economico e alimentare è un bene, anche se hanno voluto dimenticarsene. Eppure, se anche una sola di quelle persone si rendesse conto di ciò che stiamo facendo e delle ragioni per cui lo facciamo, forse non griderebbe così. Il nostro compito è di vivere l’incontro che abbiamo fatto: è l’unica testimonianza possibile, che non dipende dalla nostra bravura». Una ragazza che era accanto a me, prima piena di vergogna, ha raggiunto poi il corteo e ha proposto al fratello: «Perché domani non vieni dentro a vedere i volontari che tutte le settimane aiutano le persone a sistemare il loro curriculum e li mettono in contatto con le offerte di lavoro?».
Vivere la fede oggi è una sfida affascinante e piena di gioie, in cui nulla è scontato e tutto diventa occasione di incontro, come la gratuità dell’accoglienza o il misterioso fascino della verginità. Sono realtà quasi del tutto sconosciute e che non possono lasciare indifferenti, perché ribaltano il mondo.

(Nella foto, don Tommaso con alcuni ragazzi della parrocchia di san Juan Bautista).

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