L’abbraccio di Cristo ci raggiunge attraverso il popolo di cui facciamo parte: la testimonianza di suor Valeska, originaria di Santiago del Cile.

Alcuni fatti accaduti quest’anno mi hanno riportato all’esperienza che sta segnando la mia vita: la gratitudine per avere incontrato Cristo attraverso un popolo che ha abbracciato ed educato la mia persona. Oggi si traduce nell’esperienza della casa dove questo abbraccio e questa educazione continuano. Tornando in Cile durante i giorni caldi di novembre, nel silenzio delle strade di Puente Alto e di San Bernardo che raggiungono le nostre parrocchie e i nostri preti, ho ritrovato la gratitudine per il popolo che mi ha vista crescere e ho visto il cammino che ancora fanno i miei amici, un cammino che li sta portando a diventare uomini adulti. Allo stesso tempo, ho scoperto una povertà umana desolante, sia tra i ricchi sia tra i poveri.
Un professore cileno parlava dei ragazzi nei cortei paragonandoli a Joker, il protagonista del film di Phillips in cerca di giustizia per il male sofferto. Ma affermava che in questa ricerca di una giustizia realizzata con le loro mani, essi stessi diventavano violenti, non avendo visto nelle loro vite altro che questo male. Vivono un vuoto, una solitudine immensa che nessuno ha guardato sul serio. Non conoscono Cristo. Un amico diceva: “Sono orfani figli di orfani”. È una descrizione perfetta della società cilena, padri e figli. Guardando in faccia questi figli orfani, ti verrebbe da accarezzarli, da abbracciarli. Sono arrabbiati solo perché impauriti: Cani perduti senza collare, per dirla con Cesbron.
Nella mia terra, ho riscoperto che solo il rapporto con Cristo dà all’uomo dignità umana. Solo lui permette alla persona di amare, di cercare la giustizia, di essere creativa. Noi l’abbiamo incontrato nel silenzio di un incontro inaudito e atteso, nel cammino percorso assieme, dentro ad una pazienza e ad una misericordia infinite. Per pura grazia. Nei giorni scorsi, mentre camminavo per le strade dove i ragazzi appiccavano il fuoco alla città, mi chiedevo: “Come raggiungerli fin dentro al cuore, così come è accaduto a me?”. Perché solo questo è sufficiente, nient’altro basta. Solo incontrando Cristo, uno può diventare creativo, cercare le strade per vivere bene, per realizzare una società più giusta. In questo senso, la giustizia attesa nasce da una gratitudine, da una sovrabbondanza, da un lavoro, non dalla distruzione.
Tutte le sere, il mio ultimo pensiero prima di addormentarmi è: “Salviamoli tutti, Gesù!”. Tutti quei cani perduti che non appartengono a nessuno: non mi basta più chiedere soltanto per i miei due fratelli. Si tratta di un’ardente pazienza: so che la rivoluzione, il fuoco, non servono. La pazienza della preghiera e l’offerta quotidiana salvano, come i preti hanno fatto con me e con i miei amici, perché si tratta di un operare che nasce dalla gratitudine. Questo mi porta ancora di più all’urgenza di dare tutta la vita, a desiderare di amare nella misura del senza misura, dello spreco, come direbbe qualcuno. Proprio come sono stata e sono amata io.

 

(Suor Valeska Cabanas, delle Missionarie di San Carlo, è originaria di Puente Alto, il quartiere di Santiago del Cile in cui è presente la Fraternità san Carlo. Nell’immagine: la Cordigliera delle Ande che si vede dalle vie del quartiere.)

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