Nella parrocchia torinese di Santa Giulia, l’esperienza di amicizia e fraternità che vivono i sacerdoti diventa una proposta per tutti.

È una delle zone più belle di Torino, Vanchiglia, un quartiere popolare con un cuore che batte in piazza Santa Giulia. Le vecchie botteghe artigiane hanno lasciato il posto alle bancarelle che, nei sabati di maggio, si mettono in mostra in file ordinate. Un borgo strategico, circondato com’è dal lungo Po, dalla Mole Antonelliana, dall’università. Poco più in là, i centri sociali marcano il territorio con gli slogan sui palazzi occupati. Più che della rivoluzione, però, questa è la zona della movida, delle serate chiassose, dell’allegria alcolica, anche dello spaccio. E a fine del giugno scorso, le proteste si sono trasformate in una guerriglia vera che ha lasciato sulla strada rovine e feriti. Ma a maggio è un quartiere diverso che ci accoglie, più simile al sogno di Giulia di Barolo (1786-1864), la marchesa ricchissima e saggia a cui si devono la chiesa di Santa Giulia, il grande oratorio, la canonica, che oggi è la casa dove vivono i sacerdoti della San Carlo. Impressiona, rileggendo le lettere della nobildonna, scoprire che l’autrice della prima riforma carceraria avrebbe desiderato «una comunità di preti» per evangelizzare il borgo. Da tre anni, grazie alla chiamata dell’arcivescovo, il sogno è diventato realtà.
È sempre stata una bella parrocchia, Santa Giulia, anche all’epoca di Bernardino Rainero, detto don Berna, uno dei primi preti di Torino ad incontrare Comunione e liberazione, e poi di don Primo Soldi, che ha proseguito la tradizione. Ma adesso i preti sono quattro: don Gianluca Attanasio, parroco; don Paolo Pietroluongo, don Stefano Lavelli, don Cristiano Ludovici. “E sono sempre felici” dice Enza, mentre si allaccia il grembiule per preparare la cena della festa finale: tortelli, porchetta e patatine fritte. È la ragione principale di un’attrazione per cui, nonostante il lavoro e i figli, si è messa a sgobbare con altri 50 volontari per questo evento dal titolo un po’ retro, “Maggio in oratorio”: un mese intero di incontri, tornei, musica e una processione alla Madonna seguita da 200 persone. Carla arriva da un altro quartiere. Si occupa della segreteria e del catechismo. Chi glielo fa fare? “Sono un punto di riferimento nel quartiere, diciamo una casa, un luogo dove uno trova l’amicizia, il sostegno, l’aiuto. La loro presenza testimonia l’incontro con Cristo”. Hanno belle facce, queste mamme, Enza, Carla, Daniela, Adriana, Paola, Patrizia, Stefania, Ilaria e le altre. I mariti aiutano per il torneo e la birra, i ragazzi fanno i camerieri. L’epilogo è il concerto de Los cantineros, il gruppo musicale capitanato da don Stefano, con la collaborazione di musicisti veri e del seminarista Pietro al sax. L’altra faccia della movida, una notte che non si conclude con le prime luci dell’alba.
Non c’è bisogno di snocciolare numeri, basta entrare. La casa è sempre piena di gente: ragazzini delle medie nel cortile, universitari nel parcheggio, tra le rose e i gerani, giovani lavoratori in cucina. E poi, un gruppetto di mamme indaffarate e bambini da tutte le parti. Quanto alla felicità, è vero, don Stefano Lavelli ha gli occhi che ridono: “La fecondità nasce dal fatto che c’è un terreno fertile, arato da chi è venuto prima. Non dipende da noi, è una grazia”. E comunque, lui, lo chef di Piacenza che ama la musica, non ha perduto niente e ha ritrovato tutto. C’è di che essere contenti. “È come se Cristo mi dicesse: non butto via nulla di quello che sei, però usalo bene”. Un ordine diverso: se n’è accorta anche Caterina, che lavora all’Iper dove, per settimane, don Stefano ha comprato patatine surgelate, 100 kg alla volta. “Arrivavo e lei strillava: «Eccolo, il prete più simpatico della Chiesa cattolica!». Mi ha chiesto se poteva venire in chiesa: «Sono buddista perché mi dà pace – ha detto -. Però Gesù lo stimo». A volte incontri le persone senza fare niente ma ti accorgi che attraverso te passa qualcosa”.
Paolo Pietroluongo è originario di Cassino, segue i ragazzi delle superiori e i piccoli del catechismo. A modo suo: canti, teatro, tanti personaggi della storia più bella del mondo in cui identificarsi. “La festa è il nostro marchio di fabbrica, il nostro modo di riconoscere che c’è un padre che vuole il tuo bene. Ho sempre avuto la percezione che la storia è in mano a Dio, quella universale e la mia personale”. Paolo si è lasciato afferrare da Cristo dopo un’adolescenza passata in discoteca e una laurea alla Bocconi. Inevitabile, tra i compiti, l’economato. La missione? “Mons. Camisasca ci ha sempre detto: seguine uno, implicati veramente con lui e vedrai che questo arriverà ad altri dieci”. E i conti? “Cristo è più grande dei conti: don Bosco scriveva le uscite, le entrate, e poi provvidenza”. Don Cristiano è il più giovane: ha scoperto che, se una cosa è vera, c’è sempre un modo per comunicarla in modo che l’altro capisca. “Al corso fidanzati, si parlava dell’esperienza della preghiera in modo così concreto che un ragazzo ateo, presente insieme alla fidanzata cattolica, ha detto: «A me manca un momento di riflessione». La preghiera non è (solo) questo, però dice all’uomo qualcosa di così vero che anche lui l’aveva percepito”. E poi c’è Attanasio, il parroco, che racconta le ragioni della scelta di una casa aperta agli altri. “È possibile segnarsi e pranzare con noi. In questo modo, le persone vedono come viviamo. Tanta parte dell’educazione dei ragazzi passa dal mangiare insieme”. Conferma Pietro, che studia Fisica all’università e Composizione al conservatorio. “Condividere la vita con una cena, un incontro dove ti soffermi sulle scelte che fai, è di grandissima utilità. Quando entri qua, dici: c’è armonia umana”.
È capace di analisi impietose, don Attanasio: racconta di giovani angosciati dall’assenza di regole, di un tempo senza padri. Ma all’orizzonte, “abbiamo la grazia di vedere un mondo che comincia”. Il futuro della Chiesa in Europa, dice citando Ratzinger, “sono le piccole comunità dove è possibile fare un’esperienza concreta di amicizia e fraternità”. Una proposta di vita comune aperta a tutti, “che parte dal carisma che abbiamo incontrato con la nostra sensibilità, che è quella del movimento”. È anche l’invito di papa Francesco: “Da lui ho imparato questa apertura. È un grande insegnamento che coglie una cosa vera: in questa situazione anti-ideologica, la gente non è colpita dai discorsi ma dal sentirsi amata, abbracciata. Questa idea della Chiesa come ospedale da campo all’inizio mi sembrò una esagerazione: ma vedo i ragazzi che hanno attacchi di panico, famiglie sfasciate alle spalle. Non è l’eccezione ma la norma, l’ospedale da campo. Poi, certo, bisogna costruire una comunità…”. C’è qualcosa di nuovo a Torino, patria dei grandi santi sociali. O magari d’antico. Il demonio ha paura della gente allegra, diceva don Bosco. È ancora vero in questo oratorio, così come, due secoli dopo, il desiderio di san Cottolengo, «che il mese di maggio continui per dodici mesi all’anno».

(Nell’immagine, una veduta di Torino – foto Michiluzzu – flickr.com)

Leggi anche

Tutti gli articoli