In vista di ottobre, mese missionario straordinario, proponiamo la testimonianza di don Donato Contuzzi, missionario a Taiwan.

“Ascoltate la parola del Signore, popoli, annunziatela alle isole più lontane” (Ger 31,10).

Ogni volta che la liturgia propone questa frase penso a quanto essa sia descrittiva della mia vita. In essa infatti ci sono le parole chiave di quello che ogni giorno mi è dato da vivere: l’ascolto del Signore, e l’annuncio ad un popolo su una lontana isola, Taiwan.

Il contesto missionario

La Repubblica di Cina, conosciuta ai più come Formosa o Taiwan, è un’isola tropicale situata a sud-est della Cina, poco più grande della Sicilia, con montagne alte fino a 4 mila metri e con circa 23 milioni di abitanti. Terra di lingua e cultura cinese, la storia politica di Taiwan è alquanto complessa, al punto da rendere quello dell’isola di Formosa (questo l’antico nome portoghese) uno dei casi più complessi nell’odierna politica internazionale. Nella sua costituzione conserva il vecchio nome di Repubblica di Cina (R.O.C.), nata dalle ceneri del millenario impero disgregatosi nel 1912. Al termine della guerra civile cinese (1945-1949), combattuta tra le truppe comuniste di Mao Ze Dong e quelle nazionaliste del generalissimo Chiang Kai Shek, quest’ultimo, ormai sconfitto, si rifugiò sull’isola di Formosa, stabilendo a Taipei la nuova capitale della Repubblica di Cina in attesa di poter riconquistare il controllo sulla totalità dei territori caduti in mano ai comunisti. Dall’altra parte, il governo di Pechino non ha mai smesso di rivendicare i propri diritti su questa “isola ribelle”, facendo dello slogan “liberiamo Taiwan” uno dei mantra della propria retorica politica.
La Cina si è trovata così, da oltre sessant’anni, divisa in due: una parte, la più grande, governata dal partito comunista e l’altra, Taiwan, appunto, retta dal partito nazionalista (Kuo Ming Dang). Con la morte di Chiang Kai Shek, Taiwan si è sempre più aperta alla democrazia fino a trasformarsi in una repubblica democratica presidenziale, con elezioni a suffragio universale. Oggi Taiwan gode, di fatto, di una totale autonomia dalla madrepatria cinese, avendo un proprio governo, una propria costituzione, una bandiera, una moneta, un esercito, anche se solo 23 Paesi le riconoscono la dignitàdi uno stato indipendente: per il resto del mondo (dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Comunità Europea ai più vicini Stati asiatici), Taiwan rimane una delle tante regioni appartenenti alla Cina.
La lingua nazionale è il cinese mandarino, ovvero il dialetto che a Pechino parlavano i funzionari dell’impero (i “mandarini”) e che è diventato la lingua ufficiale per tutta la Cina (chiamata appunto “putonghua”: lingua comune). È una lingua tonale molto complessa: per dare un’idea, ogni ideogramma, che di fatto è, in molti casi, un piccolo disegno che ne esprime il senso o l’idea, corrisponde come suono più o meno ad una nostra sillaba. Esistono però cinque accenti o modi di leggerlo, ad ognuno dei quali è legato un significato diverso. I caratteri, poi, messi insieme formano altre parole o idee… Ma in Cina, di dialetti ce ne sono moltissimi e si differenziano dal modo di pronunciare la stessa lingua scritta. Tra gli altri, il più famoso è il cantonese, parlato a HongKongeMacao,nelsuddellaCina.AncheTaiwanhaun propriodialetto,quelloparlatonel Fujan, regione situata proprio di fronte all’isola, da cui provenivano i primi cinesi venuti qui durante la dinastia Ming: è il cosiddetto taiwanese. Oltre al mandarino e al taiwanese, nell’isola si parlano il dialetto Hakka (un altro dialetto cinese) e le lingue proprie delle dodici tribù aborigene presenti prima che arrivassero le popolazioni dalla Cina.
La mentalità taiwanese e cinese è influenzata, da ormai oltre duemila anni, dal pensiero e dall’insegnamento di Confucio e dei suoi discepoli. Il Confucianesimo, più che una religione, è un’etica volta a mantenere l’ordine nella vita personale, famigliare e della società tutta.
Detto questo, la società odierna è anche figlia della mentalità secolarizzata occidentale che insegue sempre di più ideali di edonismo e benessere: l’aborto è pratica diffusissima e utilizzata in modo sistematico come forma di controllo delle nascite. In tal modo, la crescita demografica è ferma e la popolazione va sempre più verso un progressivo invecchiamento.
Il quadro è ben descritto da san Giovanni Paolo II nella Redemptoris Missio quando afferma che «Il nostro tempo è drammatico e insieme affascinante. Mentre da un lato gli uomini sembrano rincorrere la prosperità materiale e immergersi sempre più nel materialismo consumistico, dall’altro si manifestano l’angosciosa ricerca di significato, il bisogno di interiorità, il desiderio di apprendere nuove forme e modi di concentrazione e di preghiera. Non solo nelle culture impregnate di religiosità ma anche nelle società secolarizzate è ricercata la dimensione spirituale della vita come antidoto alla disumanizzazione» (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, Lettera enciclica, 38, 7 dicembre 1990).
Proprio per questo, anche la religione è un aspetto molto presente nella società taiwanese: le tradizioni più diffuse sono il taoismo e il buddismo. Il taoismo è originario della Cina. Si riconosce come fondatore Lao Zi (“vecchio maestro”), spesso descritto in contrapposizione a Confucio: mentre quest’ultimo era filosofo moralista e politico che si occupava di questioni pratiche ed educative, Lao Zi era un animo più meditativo, dallo spirito simile ai nostri filosofi stoici. Oggi la religione comunemente detta taoista prende la forma di una tradizione popolare che si esprime in un insieme di riti e cerimonie da svolgere per ottenere il favore delle tante divinità di cui è composta, allo scopo di ottenere fortuna, salute, benessere. Agli dei si può chiedere di tutto: soldi, una bella sposa, un marito ricco, figli maschi che diano continuità alla famiglia, ecc.
Il buddismo, anch’esso presente a Taiwan, è invece una religione che nasce fuori dalla Cina, ossia in India, considerata “occidente” per il popolo della Terra di Mezzo (famoso è il romanzo cinese d’ambientazione buddista che si intitola, appunto, Viaggio in occidente ovvero viaggio verso l’India): nei secoli si è sviluppata in Cina, assumendo un ruolo decisivo nella sua storia e nella sua cultura.

La presenza cattolica

La Chiesa cattolica è presente ufficialmente sull’isola da poco più di 150 anni anche se i primi missionari sbarcarono sulla bella isola, chiamata per questo Formosa, già nel XVI secolo. Siamo una piccola minoranza: i cattolici sono poco più dell’1% della popolazione, mentre i cristiani in totale arrivano circa al 4%.
Si tratta quindi di una Chiesa relativamente giovane della quale si possono trovare sia una certa inesperienza che una freschezza d’animo e una vitalità non priva di entusiasmo. Le radici del cristianesimo in terra taiwanese si vanno via via radicando sempre più in profondità grazie al seme portato qui dal soffio dello Spirito attraverso i tanti missionari che si sono succeduti negli anni e coloro che oggi continuano ad alimentare la pianticella che la grazia di Dio ha fatto crescere (Cfr. 1 Cor 3,6).
Di questa ricca tradizione missionaria fa parte la nostra Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo, nata il 14 settembre 1985 da don Massimo Camisasca all’interno del Movimento di Comunione e Liberazione fondato da don Luigi Giussani.
Camisasca, insieme a un piccolo gruppo di amici sacerdoti, desiderava infatti rispondere al mandato che, nel settembre 1984, Giovanni Paolo II aveva consegnato a Comunione e liberazione, in occasione dell’udienza per il trentennale della nascita del Movimento: «Andate in tutto il mondo» aveva detto il Papa «a portare la verità, la bellezza e la pace che si incontrano in Cristo Redentore».
Questo è quindi per noi il cuore e la sintesi dell’essere qui, portare Cristo in quanto mandati, cioè portati da Lui.
La Fraternità S.Carlo ha 26 case sparse in quattro continenti e formate ognuna da almeno tre sacerdoti. Perno della nostra missione è infatti la vita comune nella quale sperimentiamo per primi la bellezza, la verità e la pace che solo Cristo può donare.
Siamo fratelli in forza del nostro battesimo e della vita cristiana incontrata attraverso il carisma di don Giussani. Siamo sacerdoti per volontà di Dio che ci ha chiamati a servirlo secondo questa forma di vita eccezionale. Siamo infine missionari cioè mandati a condividere con ogni uomo tali grazie gratuitamente ricevute (cfr. Mt 10,8).
Attualmente la nostra casa di Taipei è formata da quattro membri: don Paolo Costa arrivato qui 17 anni fa, don Emanuele Angiola qui da 7 anni, don Antonio Acevedo qui da 3 anni ed infine io sbarcato a Taiwan 6 anni fa.
La nostra missione si svolge in tre ambiti principali: le parrocchie, l’università, la cura della comunità di CL.
I vescovi negli anni ci hanno affidato due parrocchie molto vicine che serviamo come parroci e viceparroci. Sono realtà piccole rispetto a quelle italiane, ma molto vive e familiari.
Tre di noi insegnano inoltre lingua e cultura italiana presso l’università cattolica FuJen. Come in tutto il paese, anche in università la stragrande maggioranza degli studenti e dei professori non è cattolica e spesso non conosce affatto Cristo. Esserci è una grande occasione per vivere con loro il primo annuncio della salvezza che Gesù porta nelle nostre vite.
Il terzo ambito è quello della comunità del Movimento, nata più di 20 anni fa dalla famiglia Giuliano mandata qui da don Giussani. I ciellini taiwanesi sono molto variegati sia per età che per background: ci sono studenti universitari ma anche adulti più maturi, così come cattolici, protestanti, buddisti, taoisti o atei. Tutti accomunati da un’amicizia che, anche se alcuni non possono ancora dirlo coscientemente, ha in Cristo la sua origine profonda.

Sulle spalle di giganti

Come missionari siamo “nani sulle spalle di giganti”, inseriti in una storia che ci precede e della quale gustiamo i frutti. Ma siamo anche all’opera perché essa continui coinvolgendo i cuori di coloro che Dio chiama a seguirlo. Eccone forse l’esempio più grande.
Il 6 novembre del 1980 un gruppo di circa 20 persone decide di fare una passeggiata in montagna presso la cima di Wu Feng Qi alta circa 1000m slm. Cinque di loro decidono di accelerare il passo per poter rientrare a Taipei in giornata dato che il giorno seguente devono lavorare. Dopo aver chiesto indicazioni alla guida si avventurano da soli ma dopo poco smarriscono la strada. Intanto il tempo passa e il cielo si scurisce fino a diventar buio. Mentre sono nel panico uno di loro si volta verso sinistra e vede una scalinata di circa 50 gradini da cui discende una figura femminile vestita di bianco. In quel momento la paura si dissolve per lasciar posto a una grande pace. La signora li accompagna fino a raggiungere il sentiero visibile e poi scompare.
I 5 taiwanesi, tutti buddisti, non hanno assolutamente idea di chi possa essere la signora e qualche giorno dopo ritornano sul luogo per cercare la scalinata o altri segni ma non trovano nulla. Solo in seguito la riconosceranno vedendo una statua della Madonna in una delle chiese cattoliche. Decidono infine di porre una piccola statua nel luogo dell’apparizione e porre una piccola targa come segno di gratitudine verso Maria. Solo alcuni di loro si convertiranno al cristianesimo.
In seguito questo evento sarà riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa locale ed in quel luogo verrà eretto un santuario in una splendida cornice naturale tipicamente orientale in cui non possono mancare verdi cime, attraversate da un’alta cascata, con vista sull’oceano.
Questa è una delle rarissime apparizioni mariane a persone non cristiane. Maria, simbolo della Chiesa, indica a 5 buddisti la strada per tornare al porto sicuro della propria casa salvando loro, di fatto, la vita. Ecco un’immagine molto chiara di cosa è la missione della Chiesa.

Un luogo che ci custodisce e ci rilancia

In realtà, più che di missione della Chiesa, io parlerei di Chiesa della missione. Vivendo infatti in una realtà così “ignorante” di Cristo è quasi impossibile concepire la missione come qualcosa di estrinseco, come un dovere da attuare. È molto più naturale concepirla quale essa è veramente: un’identitàdavivere.Ognimattinauscendodicasaedentrandonelmercatotradizionale, dentro il quale è immersa la piccola chiesa parrocchiale che ci è affidata, sono costretto a ricordarmi chi sono, anzi di Chi sono, e, quindi, perché sono qui.
Essere cristiani è essere missionari in quanto appartenenti al corpo di Cristo. «Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda» (Paolo VI, L’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, Esortazione apostolica, 14, 8 dicembre 1975). Don Giussani scriveva: «Gesù Cristo è stato mandato per riassumere tutto in sé e perciò siamo ormai sicuri di essere tutti una cosa sola…ma nella storia questa verità non è ancora totalmente realizzata. Per questo ognuno che partecipi alla comunione della Chiesa partecipa anche della missione di Cristo».
Essere missionari è innanzitutto una questione di appartenenza oggettiva a Cristo attraverso la Chiesa. Alimentare quotidianamente questa autocoscienza è la cosa che sento più radicale nel compito missionario che mi è chiesto. I forti venti dalla società pagana in cui viviamo esigono che le radici della nostra fede siano ben piantate in profondità, altrimenti anche il più bel frutto missionario non può durare neltempo.
Parlando dell’educazione dei giovani alla missione, don Giussani diceva che occorre innanzitutto educare i giovani ad un interesse vivo per l’esperienza cristiana in tutte le sue dimensioni e in tutta la sua intensità.
Questo è ciò che ricevo nel Movimento e nella Fraternità san Carlo ed è ciò che alimenta la mia coscienza di essere parte della missione di Gesù a Taiwan. Da tale consapevolezza non può che nascere una gratitudine per questa preferenza di Dio nei miei confronti. È come un bicchiere che la Grazia continua a riempire. Prima o poi essa traboccherà anche all’esterno bagnando le cose o le persone che sono più vicine.
Ricordo benissimo il giorno in cui sono arrivato. Era il 22 agosto del 2012, giorno del mio compleanno. Appena scendo dall’aereo pieno di trepidazione ma anche di timore ed entro nella zona di attesa dell’aeroporto, un mio confratello spunta da un angolo e mi infila una collana di fiori di benvenuto abbracciandomi pieno di gioia. In quel momento ho pensato: «Ecco, sono qui per condividere questa gioia con coloro che incontrerò».
È da una esperienza di pienezza che nasce l’urgenza della missione. «La forza missionaria della Chiesa è innanzitutto nella potenza della sua unità e del fascino che ne fa sentire all’intorno. Il suo slancio a testimoniare fino ai confini del mondo, viene molto più dall’interno che da una necessità o da un appelloesteriore» Paolo VI (L’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, 14).
A tal proposito è impressionante vedere come coloro che ricevono il battesimo da adulti siano pieni di questo fuoco missionario perché pieni di gioia e gratitudine. Si vede cioè la cattolicità della Chiesa nel suo senso più dinamico. Essa non è altro che il dilatarsi di una comunione già presente e viva.

Gli alimenti della comunione

Di cosa si nutre questa comunione?
Innanzitutto di preghiera e silenzio. Don Giussani ha da subito educato i giovani che iniziavano a seguirlo ad una vita di preghiera come atteggiamento dialogo costante.
In casa dedichiamo più di due ore al giorno alla preghiera e alla meditazione, all’adorazione eucaristica e alla recita delle ore. Esse avvengono in forma comunitaria. Mi capita spesso durante l’adorazione di pensare che quel momento è di fatto il simbolo più alto del nostro essere qui: insieme davanti a Cristo che ci chiama.
Meditare poi la Scrittura, le vite dei santi o libri di spiritualità è il modo più semplice per alimentare il dialogo personale con Dio nel grande fiume della storia della Chiesa.
«Nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,23). L’appartenenza a Cristo è dunque esperienza di compimento. Egli però appaga il nostro desiderio senza estinguerlo, perché solo in questo modo può saziarlo infinitamente. Per questo l’appartenenza a Lui non ci chiude, bensì ci apre a tutto e a tutti.[…] È l’avventura che può vivere solo chi appartiene a qualcuno. Solo chi sa di essere amato non ha paura di desiderare, di rischiare, di andare lontano, di vedere. Egli è certo che ogni incontro, ogni circostanza, ogni volto son occasioni per riscoprire, gustare, amare maggiormente quel legame profondo che lo costituisce» (M.Camisasca, Passione per l’uomo, San Paolo 2005, p.7).
Gesù stesso ha vissuto questa dinamica nel rapporto col Padre. Egli, il mandato, era continuamente in dialogo con il mandante attraverso tutto ciò che accadeva. Tale dialogo normalmente prendeva la forma delle circostanze quotidiane di incontro con la gente, ma esigeva anche dei momenti di preghiera silenziosa sul monte lontano da tutti.

Un secondo alimento della comunione è la condivisione di tempo e spazio. Essere mandati insieme per noi non è una scelta strategica. Anzi, potrebbe essere addirittura visto come uno spreco di forze tutte concentrate in un unico luogo. La vita comune, fatta anche di fatiche, è invece luogo di gioia e conversione personale. Non siamo insieme innanzitutto per collaborare, ma per donarci l’uno all’altro attraverso anche la collaborazione.
Se un primo aspetto dell’identità missionaria del cristiano è concepirsi parte del corpo di Cristo e quindi della Sua missione nel mondo, un secondo aspetto è quello di concepirsi mandate insieme. Non sono più io ma è un noi che alimenta la mia passione missionaria. Essa infatti se è viva si attua già tra di noi in casa.
«La missione inizia da subito, nel posto in ci si è, con le persone con cui si è chiamati a vivere. Come potremo comunicare la nostra fede a uomini di altra nazione e cultura se non la condividiamo fin da ora con chi ci è vicino? Come potremo riconoscere il bisogno della gente che incontreremo in altri luoghi, se non impariamo a conoscere quello di chi ci vive accanto?». Gesù non ha mai lasciato la sua terra. Ha vissuto la passione infinita per la vita di ogni uomo nella storia vivendo pochi anni e in pochi chilometri quadrati, curando innanzitutto il rapporto con poche persone, gli apostoli, ma allo scopo di raggiungere tutti.
Per questo cerchiamo di curare la vita tra di noi dedicando tempo alla condivisione di giudizi, dei pasti ed anche del tempo libero. “Strappiamo” del tempo alla missione fuori casa proprio per riandarne all’origine, un po’ come una costante potatura che permette alla pianta di crescere meglio ed affondare le radici più in profondità.
La missione quindi è per noi un aprire le porte della nostra casa per invitare coloro che incontriamo sul nostro cammino a far parte di questa comunione donata da Dio.

La missione come avvenimento di conversione

Ma cosa succede aprendo tale porta? chi incontriamo all’esterno?
Come ho cercato di delineare sopra, gli ambienti in cui siamo mandati sono abbastanza diversi tra di loro. In generale però possiamo dire che la missione a Taiwan è una missione di primo annuncio, fatto a persone che non conoscono Cristo o lo conoscono molto poco.
Su cosa puntare allora? da dove cominciare?
Queste sono domande che ci accompagnano ogni giorno e alle quali non si finisce mai di rispondere.
La Chiesa è, infatti, il corpo vivo di Cristo, che continua ad incontrare gli uomini e a lasciarsi provocare da ciascuno di loro, anche dai più lontani, come testimonia l’incontro con la donna cananea descritto nel Vangelo (Cfr. Mt 15,21-28).
Don Giussani una volta ebbe a dire: «Tradizione e discorso, tradizione e cultura cristiana, tradizione e teologia, se volete, tradizione e dottrina cristiana, creano delle forme. Il cristianesimo è ben altro, anche se, è chiaro, il cristianesimo comprende tutto questo che abbiamo detto… La cristianità sono forme articolate, ma il cristianesimo è un avvenimento…»
La parola avvenimento è il cuore della concezione del cristianesimo di don Giussani e per questo del nostro metodo missionario. Egli continuava: «Quale è stato quell’avvenimento, di che tipo fu quell’avvenimento? Non credettero perché Cristo parlava dicendo quelle cose, non credettero perché Cristo fece quei miracoli, non credettero perché Cristo citava I profeti, non credettero perchè Cristo risuscitava I morti. Quanta gente, la stragrasnde maggioranza, lo sentì parlare così, gli sentì dire questeb parole, lo vide fare quei miracoli, e l’avvenimento non accadde per loro. Credettero per una presenza carica di proposta… era quella persona, che parlava così, che faceva così, ma era lei, quella persona, che diceva e faceva; …era quella presenza carica di proposta, colma di significato, con una novità irriducibile».
Ciò che dà pace e libertà nella nostra vita in missione è innanzitutto la certezza di essere portati da Cristo, di essere cioè semplici strumenti di un avvenimento, un incontro, una scintilla che Lui e solo Lui può far accadere nel cuore delle persone che incontriamo. Il fulcro non è quindi una strategia ma una confidenza, un abbandono allo Spirito di Dio, che compie sempre ciò che ha iniziato (Cfr. Fil 1). «Si può dire che lo Spirito Santo è l’agente principale dell’evangelizzazione: è Lui che spinge ad annunziare il Vangelo e che nell’intimo delle coscienze fa accogliere e comprendere la parola della salvezza» (Paolo VI, L’evangelizzazione nel mondo contemporaneo, p. 75).
Questo è anche ciò che ci permettere di vivere con pazienza. Occorre attendere l’altro anche diversi anni, senza pretendere nulla e senza stancarsi mai, finché la sua libertà e i tempi di Dio sìincontrano. Alcuni nostri studenti hanno chiesto il battesimo dopo 10 anni dal primo incontro, altri che ci conoscono da più tempo non lo hanno ancora ricevuto. Milosz nel bellissimo Miguel Manara fa dire ad uno dei suoi personaggi che l’amore e la precipitazione non vanno d’accordo… È dalla pazienza che si misura l’amore.
Questo non ci esonera dalla responsabilità di ponderare la nostra azione missionaria, gli ambiti in cui investire, i metodi e le strade da percorrere, anzi accresce l’urgenza. «L’annuncio è la presenza di una persona coinvolta con pienezza in un significato del mondo, in un significato della vita… Per questo la parola «annuncio» ha una sola altra parola che immediatamente richiama, ed è la parola «conversione».
La missione quindi è il modo attraverso cui Dio mi chiama a convertirmi a Lui, coinvolgendo in questo movimento coloro che mi dona di incontrare. Così «la passione per gli uomini non è che un’altra faccia della passione per noi stessi».

La missione come passione per il singolo

Tale passione per gli uomini a cui siamo mandati genera un desiderio di esser loro il più vicino possibile secondo l’accezione di S.Paolo «farci tutto a tutti»(cfr.1 Cor 9,22). A questo proposito il fatto di essere arrivato a Taiwan il giorno del mio compleanno è simbolico. Il missionario è infatti chiamato a rinascere nel luogo in cui è mandato, cercando di entrare nella lingua, nei modi e nei costumi locali con curiosità ma anche con criticità.
Recentemente ho avuto occasione di dialogare con un missionario svizzero quasi novantenne che vive qui a Taiwan da 55 anni. Alla domanda su che cosa consigliasse ad un missionario arrivato qui da poco ha subito risposto: «bisogna innanzitutto avere l’umiltà di mettersi in ascolto di tutti e tutto». È molto importante dunque la serietà nello studio della lingua e l’apertura a voler comprendere i tanti aspetti culturali così diversi dai nostri.
La prima impressione, arrivando, qui è di essere davvero in un altro mondo. Le scritte sono in realtà dei piccoli disegni stilizzati, incomprensibili per uno straniero, i cibi e gli odori sono totalmente diversi dai nostri, non ci sono posate ma bacchette, i bambini non sono portati in braccio ma sulla schiena, i ritmi di lavoro sono molto più frenetici, i costumi e le feste tradizionali non hanno nulla a che fare con le nostre, ecc.
Per i meno aperti la reazione potrebbe essere di chiusura rispetto alla fatica di reimparare tutto da zero cambiando le proprie abitudini ed inclinazioni. Cosa permette di mantenere questa apertura curiosa e di abbracciare la fatica del cambiamento?
Ricordo i primi mesi in cui ogni giorno frequentavo le lezioni di cinese. Ciò che più mi stimolava e mi stimola tutt’ora nello studio è il desiderio di incontrare le persone e poter dialogare con loro.
Mi capita a volte dopo le omelie o gli incontri di essere un po’ abbattuto per non essere riuscito ad esprimere al meglio ciò che volevo dire o aver sbagliato a leggere alcuni caratteri. In quei momenti puntualmente arriva qualcuno che mi fa i complimenti per il mio cinese o mi ringrazia per le cose che ho detto. Probabilmente è solo un modo per incoraggiarmi ma in ogni caso l’impegno profuso è per loro un segno importante di amore a questa terra e quindi alle loro vite.
Entrare in esse con discrezione e curiosità è quindi imprescindibile. È molto importante passare del tempo con le persone, dialogare con loro e ascoltare le loro domande. I momenti in cui si prega insieme nelle case dei parrocchiani per esempio, sono molto significativi in questo senso, così come il semplice tempo libero passato insieme.
Oltre a questo, occorre dedicare tempo allo studio della storia e cultura locale. La comprensione del “passato” aiuta molto nella lettura del presente e nella comprensione delle persone, di modi di fare o di esprimersi che altrimenti resterebbero per noi stranieri indecifrabili. Nella nostra settimana, ad esempio, dedichiamo del tempo all’approfondimento personale e comunitario di alcuni temi storico-culturali leggendo testi o invitando persone più esperte per delle lezioni. Questo lavoro inoltre ci permette di formare e approfondire progressivamente un giudizio su questa realtà che potrebbe essere utile a coloro che verranno dopo di noi.
Se l’annuncio di Cristo è la nostra persona coinvolta nel rapporto con Lui, tale coinvolgimento si esprime innanzitutto in una passione per ogni volto che abbiamo davanti. La passione per Cristo e quella per gli uomini si alimentano a vicenda e sono in fondo inscindibili. La passione per l’uomo è infatti il sentimento di Cristo, il modo con cui Egli si rapporta con ciascun uomo e di cui noi siamo oggetto e soggetto nello stesso tempo.
Ecco un punto decisivo nel metodo cristiano e quindi missionario: il cristianesimo si comunica da persona a persona, questo è il metodo che Dio stesso ha scelto e vissuto per rivelarsi pienamente a tutti gli uomini della storia6. Questo è particolarmente vero in terre come questa. Non si può pensare di convertire intere folle di persone: occorre, al contrario, essere disposti a darsi totalmente al volto che in quel momento Dio ti mette davanti. «C’è forse una forma diversa di esporre il Vangelo, che trasmettere ad altri la propria esperienza di fede?» Viene in mente la risposta di santa Teresa di Calcutta quando le chiedevano cosa si potesse fare per tutti i poveri del mondo. Lei rispose più o meno così: «Io posso servire solo una persona per volta e quello per me è Cristo in quel momento» e aggiungeva: «è un mare enorme ma cominciamo io e te a fare ciò che possiamo, a dare il nostro tempo senza pensare a come fare a raggiungere tutti».
Come frutto di tale impegno «potrebbe benissimo non esserci nessun risultato cosiddetto «concreto» – per noi l’unico atteggiamento “concreto” è l’attenzione alla persona, la considerazione della persona, cioè l’amore» (L.Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida (il Senso della Caritativa), Rizzoli 2018, p. 244). Di esso sono stato oggetto innanzitutto io in prima persona.
Pochi giorni dopo il mio arrivo i miei confratelli devono partire tutti per l’Italia, così mi affidano la casa, le parrocchie e vanno via. Mentre sono sulla strada di rientro dall’aeroporto realizzo che le successive 2 settimane non sarebbero state facili dato che non conoscevo affatto il posto e tantomeno il cinese. Tutto preoccupato arrivo a casa e comincio a pensare a come fare. Dopo pochi minuti sento suonare alla porta, “ecco ci siamo” penso. Quando apro la porta mi ritrovo un amico conosciuto pochi giorni prima che, gesticolando e indicando le bacchette con cui si mangia (questo l’avrei scoperto dopo) mi invita a cena fuori. Passiamo una splendida serata comunicando sostanzialmente a gesti. Mentre rientro a casa penso: «c’è una passione per l’altro che supera addirittura le barriere della lingua e riesce a comunicare direttamente da cuore a cuore la verità, la bellezza e la pace che si incontrano in Cristo Redentore».
Ho parlato anche di criticità perché in una cultura come questa è molto frequente imbattersi in situazioni che sono contro Dio e quindi contro l’uomo. Per esempio una delle piaghe più gravi è quella dell’aborto. Nonostante Taiwan sia una società libera da qualsiasi regime, il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo e la pratica dell’aborto è molto diffusa. Anche le conseguenze dolorose di questa atrocità sono molto evidenti nella fragilità delle famiglie e delle donne. Non dire una parola chiara su un fatto così importante come su altre “schiavitù” presenti sarebbe evidentemente una grave mancanza di carità. Cristo è la verità e la carità fatte carne.

La missione come condivisione di sé

L’ambito per noi privilegiato dove accade il primo annuncio cristiano è quello dell’università in cui insegniamo. Ogni giorno siamo a contatto con studenti e professori la cui maggioranza, al pari del resto della società, ha forse sentito nominare Cristo ma non ha mai avuto la possibilità di conoscerLo.
La passione per ognuno di loro è certamente un dono di Dio da chiedere ogni giorno, per esempio nel tragitto in motorino che mi porta all’università. La serietà in ciò che insegno, l’attenzione ad ogni studente cercando di imparare i loro nomi o chiacchierando nella pausa, sono il primo modo di appassionarmi aloro.
Agli studenti, inoltre, offriamo un incontro settimanale in cui condividiamo la nostra vita mettendo a tema alcune questioni importanti come l’amicizia, il dolore, lo studio, la famiglia, ecc. L’incontro ha il nome di Scuola di comunità o raggio, secondo la denominazione che don Giussani gli ha dato sin dagli inizi del movimento. È un incontro guidato da uno o due di noi che inizia con dei canti scelti in relazione al tema ai quali segue il dialogo partendo da alcune domande o da un film visto insieme.
Ognuno liberamente racconta ciò che gli sta a cuore e come affronta la propria vita. Dai racconti dei ragazzi traspaiono spesso drammi personali e familiari molto grandi, ma anche la gioia di aver trovato un luogo in cui poterli condividere ed essere ascoltati. Al termine dell’incontro facciamo una breve sintesi proponendo, in maniera più o meno esplicita, un giudizio su quel tema che si rifà alla visione della vita che abbiamo imparato nella Chiesa.
Ogni volta che chiediamo agli studenti perché decidano di spendere due o tre ore della loro settimana per partecipare al nostro incontro e alla cena seguente, alcuni ci dicono che in questo gruppo si trovano bene e provano una gioia diversa da quella sperimentata con altri amici, altri dicono che sono contenti di affrontare temi che di solito tutti evitano perché troppo “seri”, altri ancora vengono perché sono attratti dalla bellezza dei canti: sono ragioni che affermano che assieme a noi sperimentano qualcosa di diverso, un’esperienza che fanno ancora fatica a descrivere con precisione. Alcuni tra di loro poi chiedono esplicitamente di conoscere meglio “questo Gesù” di cui parliamo, così li invitiamo al catechismo per adulti, un cammino che ha la sua conclusione naturale (sebbene non scontata) nel battesimo, ricevuto durante la notte di Pasqua.
Nel lavoro con gli studenti ci rendiamo conto di quanto Cristo riveli l’uomo a sé stesso, come diceva Mario Vittorino «quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo». Tale scoperta avviene dentro l’esperienza di ognuno, aiutandosi ad andarne a fondo attraverso un uso aperto e vero della ragione. Spesso infatti noi aiutiamo semplicemente i ragazzi a giudicare quello che vivono, a non guardarsi superficialmente ma con serietà chiedendosi il perché delle cose che accadono. Don Giussani nella sua prima ora di lezione al liceo Berchet di Milano disse ai suoi studenti: «Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò» (L.Giussani, Il rischio educativo, Rizzoli 2005, p. 20). Noi oggi come lui allora, desideriamo «risvegliare nei giovani il criterio di giudizio, le esigenze di verità, di giustizia, di felicità che costituiscono il loro cuore…così che possano cogliere la corrispondenza del fatto cristiano alle loro domande fondamentali». Quando ci confidano il senso di insoddisfazione che si portano addosso nonostante il benessere in cui vivono e si sentono dire che questo è segno di una umanità viva, rimangono stupiti: «tutti mi hanno sempre detto di non pensarci troppo e di non farmi troppe domande e invece voi vivete la stessa cosa e dite che si tratta di un’esperienza profondamente umana!». Educare a non trascurare se stessi e a guadagnare una visione positiva di sé è uno dei punti più belli e nuovi da condividere con loro.
Partecipano ai nostri incontri studenti provenienti da diverse facoltà ma la maggior parte di loro frequenta i corsi del dipartimento di lingua e cultura italiana, presso il quale tre di noi insegnano: questo può generare, in alcuni di loro, un po’ di imbarazzo, soprattutto se non sono particolarmente brillanti nello studio. Quando, però, questi ragazzi si accorgono che la nostra amicizia va oltre la loro “prestazione accademica”, ne rimangono colpiti. Spesso infatti i ragazzi, in famiglia e, più in generale, nella società, si sentono giudicati in base ai loro risultati, in termini di voti o soldi guadagnati, ed è facile credere che il loro valore trovi in questi criteri la propria consistenza. Incontrare qualcuno che li guardi valorizzandoli per la loro semplice presenza e non per quanto possano dare o per le loro prestazioni, è, ai loro occhi, una piccola rivoluzione.
«Nella concezione della vita che Cristo proclama, è nella immagine che Egli dà della vera statura dell’uomo, è nello sguardo realistico che Egli porta sull’esistente umano, è qui dove il cuore che cerca il suo destino ne percepisce la verità dentro la voce di Cristo che parla… Gesù dimostra nella sua esistenza una passione per il singolo, un impeto per la felicità dell’individuo che ci porta a considerare il valore della persona come qualcosa d’incommensurabile, irriducibile. Il problema dell’esistenza del mondo è la felicità del singolo uomo».

La missione come scuola di carità

Per imparare questo sguardo sull’uomo, proponiamo ai nostri ragazzi un gesto settimanale che chiamiamo “caritativa”. Li invitiamo a casa nostra, prepariamo insieme il pranzo e, dopo aver letto un piccolo testo di don Giussani che spiega le ragioni del gesto, (Il Senso della Caritativa) andiamo in un ospizio della zona per far compagnia agli anziani, facendo con loro qualche canto e chiacchierando con loro. È un gesto molto semplice ma davvero efficace per comunicare questo sguardo di Cristo sull’uomo. Non si tratta infatti di dare agli altri ciò che abbiamo (tempo, capacità, ecc.) o risolvere i loro problemi, ma innanzitutto educarsi a vivere e guardare come Cristo.
«La legge suprema, cioè, del nostro essere è condividere l’essere degli altri, è mettere in comune se stessi. Solo Gesù Cristo ci dice tutto questo, perché Egli sa cos’ è ogni cosa, che cos’ è Dio da cui nasciamo, che cos’è l’Essere. Tutta la parola «carità» riesco a spiegarmela quando penso che il Figlio di Dio, amandoci, non ci ha mandato le sue ricchezze come avrebbe potuto fare, rivoluzionando la nostra situazione, ma si è fatto misero come noi, ha «condiviso» la nostra nullità. Noi andiamo in “caritativa” per imparare a vivere come Cristo».
La strada della carità è da sempre stata una delle vie più efficaci di evangelizzazione. Essa infatti consente, attraverso tanti gesti e poche parole, di comunicare e partecipare del nuovo modo di vivere che Cristo porta. Qui a Taiwan l’idea di donare del tempo agli altri è molto presente nella società. Tante persone si recano in ospedali o altri luoghi per aiutare il prossimo. Ciò che gli studenti scoprono nella caritativa è che questo non è un gesto rapsodico legato al proprio sentimento di generosità, bensì un modo nuovo di concepire la vita, l’altro e quindi se stessi. Abbiamo visto quanto sia importante «fare con loro», coinvolgendosi con ciò che proponiamo loro e vivendolo come un’occasione in cui possiamo imparare, innanzitutto noi, il valore della carità.

La missione come servizio dell’opera di un Altro.

Anche nelle parrocchie che serviamo non è raro annunciare Cristo a persone che lo incontrano per la prima volta. La via ordinaria è conoscere il cristianesimo attraverso l’invito di un familiare o di un amico ma capita abbastanza spesso che delle persone bussino alla nostra porta o vengano in chiesa chiedendo di conoscere Dio senza che nessuno le abbia invitate. È lo Spirito che agisce liberamente e chiama chi vuole. Quando accadono eventi del genere capisco che il mio compito è accompagnare con carità e discrezione l’opera di un Altro nel Suo misterioso rapporto con ogni uomo.
Un’altra via che porta all’incontro con la Chiesa cattolica è la scomparsa di un caro o un dramma vissuto in famiglia. Nella cultura cinese, come sappiamo, il culto e il rispetto verso i defunti riveste una grande importanza. Tanti attuali parrocchiani hanno incontrato la Chiesa partecipando al funerale di un nonno o un parente cattolico. La cura della liturgia e del canto, proposti e vissuti nella loro essenziale oggettività, è una strada molto semplice ed efficace di comunicazione del mistero di Dio. Tante persone, partecipando per la prima volta alla Santa Messa, affermano di fare esperienza di una grande pace nel cuore: anche questo ci testimonia come lo Spirito agisca sempre nel cuore di ognuno.
Il catecumenato per gli adulti dura circa un anno. In esso è importante rifare con i catecumeni il cammino di riscoperta delle grandi verità di fede: tante volte le loro domande mi obbligano ad andare più a fondo di ciò che credevo di sapere, così il cammino diventa davvero comune e comunitario. Anche se c’è qualcuno che guida ed altri che seguono perché più giovani “nella fede”, quello che viviamo è un andare insieme incontro a Cristo «che era, che è e che viene» (Ap 1,4).
Che un cinese (o un taiwanese) si converta non è affatto scontato: bisogna spesso vincere i tanti ostacoli posti dalle tradizioni e superstizioni popolari, non ultima, l’opposizione dei genitori e dei nonni che temono che un figlio cristiano possa non prendersi più cura di loro, né in vita né, soprattutto, quando nell’oltretomba avranno bisogno di nutrirsi dei cibi offerti dai loro discendenti. La notte di Pasqua, durante al S. Messa, i catecumeni adulti ricevono i sacramenti di iniziazione Cristiana: questo è un momento di grande gioia, frutto gratuito di ciò che Dio opera anche attraverso le nostre povere persone.
Il battesimo è sì un punto di arrivo ma anche e soprattutto l’inizio di un cammino che non risparmierà difficoltà o rinunce. L’essere una minoranza genera delle fatiche negli ambienti di lavoro o in casa che ciascuno di loro deve portare. Pur essendo in una società libera e democratica, la mentalità comune esercita una forte pressione sui cristiani, come d’altronde accade in occidente.
Spesso i ragazzi cattolici si trovano ad essere presi in giro o attaccati dai loro compagni di classe su temi sociali o etici, e non sempre sono in grado di fornire le ragioni di quello in cui credono. Per questo rischiano di lasciare da parte la propria fede per uniformarsi agli altri.
È importante offrire loro un luogo in cui possano sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una comunità viva. Essere una minoranza fa nascere, in ciascuno, l’esigenza di identificarsi con un luogo umano visibile, dal quale attingere forza e consapevolezza. L’individualismo sempre più diffuso è l’antitesi a questo nuovo modo di vivere, in cui l’io cresce in forza di un’appartenenza ad un “noi”. Sono tante, ad esempio, le testimonianze di parrocchiani che destano stupore tra i loro colleghi proprio perché sentono indispensabile andare in parrocchia per partecipare a dei momenti della comunità invece che andar fuori a divertirsi come facevano un tempo.
Il vero dio di Taiwan è il denaro, ed in forza di questo si tende a sacrificare tutta la vita. Questo vuol dire lavorare a ritmi elevatissimi e relegare la famiglia o il riposo all’ultimo posto. Anche la Messa domenicale a volte è sacrificata per il lavoro.
Per questo in parrocchia la maggior parte del lavoro missionario è accompagnare le persone ad approfondire ciò che è accaduto il giorno del loro battesimo, favorendo il fiorire di quel seme nella vita di tutti i giorni. È molto importante continuare a seguire i neobattezzati, ripetere continuamente le ragioni di ciò in cui crediamo fino alle implicazioni pratiche e offrire dei gesti in cui riscoprirle.
Un aspetto importante di tale accompagnamento è favorire il dilatarsi degli orizzonti della propria vita e della propria fede. In questo senso si sono rivelati decisivi per molte persone i pellegrinaggi che abbiamo fatto in Italia per diverse occasioni durante gli ultimi dieci anni. Molti al ritorno hanno chiesto il battesimo mentre altri hanno riscoperto la fede come non l’avevano mai vissuta.
Vedere di persona luoghi tanto lontani quanto significativi e sentirsene parte è un’esperienza unica. È la scoperta della universalità della Chiesa che per alcuni è provocata dall’incontro col Successore di Pietro o attraverso l’ascolto, in una chiesa europea, di un canto già ascoltato a Taiwan, per altri ancora viene suscitata dalla visita dei luoghi in cui ha vissuto un grande santo della storia della Chiesa o dall’incontro con comunità di uomini e donne che testimoniano, oggi, la bellezza di appartenere a Gesù in un Paese per loro affascinante e lontano.
Questi viaggi sono, inoltre, l’occasione per scoprire un aspetto fondamentale della fede, quasi assente nella loro terra: la cultura. Constatare come la fede possa diventare cultura fino al punto di plasmare la società è un evento molto importante per ogni cristiano, ma soprattutto per coloro vivono in Paesi in cui la vita sociale e politica è determinata da altri criteri e valori.
“Non immaginavo che la Chiesa cattolica fosse così grande e così viva!” ha esclamato un parrocchiano al ritorno da un viaggio in Italia che ci aveva portati a Roma, a Firenze, ad Assisi ed infine al Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini. Don Giussani ci ha sempre educati alla dimensione culturale della fede come giudizio critico e sistematico della realtà. La fede genera cultura perché genera uno sguardo originale sull’esistenza che non rimane chiuso nella persona ma diventa parole, poesia, letteratura, modo di abitare, modo di pensare la città.
L’educazione all’universalità della Chiesa passa anche attraverso la condivisione della sua storia o quella della vita dei santi, così come la continua proposta dei contenuti di base del catechismo o della dottrina sociale della Chiesa. La fede infatti si inserisce in una mentalità che ha una storia millenaria profondamente radicata in ogni uomo e nell’educare le persone non bisogna mai darne per scontato nessun aspetto.
Per questo ogni settimana proponiamo una catechesi di approfondimento continuo della fede attraverso la verifica nella propria esperienza. Come per gli studenti, iniziamo sempre con uno o due canti per poi leggere un testo su cui dialogare liberamente. È impressionante vedere come nel tempo cresce una consapevolezza della propria identità cattolica che incide nella vita di tutti i giorni. L’esempio più eclatante è forse quello del perdono. In questa cultura esso è davvero una “merce rara”. Sappiamo infatti che culturalmente una forma di vendetta consiste addirittura nel suicidio. Grazie a Dio non capita raramente di ascoltare frasi del tipo «dato che sono cattolico desidero fare come Gesù e perdonare» questa o quella persona, «cosa che anni fa non avrei mai pensato».
La Scuola di comunità è un momento di verifica continua della fede che permette a chi vi partecipa di rendersi conto del cambiamento che Cristo sta operando nella sua vita. Essa è anche un momento catechetico in cui, a partire dalle sfide quotidiane, nascono tante domande sulla fede.
Essendo un momento molto semplice e quasi familiare, vi partecipano anche persone non cattoliche, protestanti o addirittura di altre religioni invitate da colleghi o amici. Attraverso il metodo della testimonianza ogni persona può imparare dall’esperienza altrui e offrire la propria, ed anche noi come sacerdoti e guide dell’incontro offriamo ciò che viviamo e impariamo da ognuno.
Vedere ministri sacri che vivono innanzitutto impegnati con la propria umanità è un altro aspetto della proposta cristiana cosa che colpisce molto le persone che incontriamo: nelle tradizioni buddista e taoista, infatti, il sacerdote è visto come una persona distaccata dal mondo e dalla vita della gente comune, come se la vicinanza al divino li rendesse qualitativamente diversi dagli altri. Cristo, invece, compie l’umanità di ciascuno eliminando l’estraneità tra gli uomini, accorciando la distanza tra loro e affermando la loro uguale dignità.
«Per andare in missione non si tratta di insistere in primo luogo sul fatto che in un determinato ambientecisonodeibisogni(ignoranza,miseria,ecc.);sitrattadifarsiinteramente partecipi della comunità cristiana di quel luogo, e perciò condividerne aspirazioni e necessità. In questo caso, se cioè si apparirà davvero in comunione, incorporati visibilmente nella
comunità locale, allora l’essere umanamente degli stranieri non farà che risaltare meglio l’universalità del cristianesimo e la forza della carità, la quale crea un vincolo di totale unità fra persone che mentalità diverse e sentimenti nazionalistici terrebbero ordinariamente divise e lontane».

La missione come amicizia più umana

La prima opera che ha voluto scrivere in cinese il grande missionario Matteo Ricci è stato un trattato sull’amicizia. Non a caso egli ha voluto entrare in questo nuovo mondo attraverso la questa porta: essa è, infatti, la via più semplice e umana attraverso cui conquistare i cuori a Cristo. Come si potrebbe sintetizzare il cristianesimo se non come l’amicizia di Cristo, con Cristo ed in Cristo? «Non siamo più servi, ma amici» (Cfr. Gv15,15). Tale amicizia rende ogni uomo più se stesso, più capace di amare ed essere amato, di perdonare ed essere perdonato, di lavorare, di donarsi, di servire. In una parola, lo rende libero.
In una società benestante come quella di Taiwan, ciò che manca non sono i beni materiali ma una umanità trasfigurata dalla presenza di Dio, cioè cosciente della sua origine e del suo destino, del fatto che il desiderio infinito di verità, bontà, giustizia e bellezza presente nel suo cuore ha una risposta. E che tale risposta è già sperimentabile su questa terra in una inspiegabile comunione.
«Aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. In Lui, soltanto in Lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù del potere del peccato e della morte. Cristo è veramente la nostra pace e l’amore di Cristo ci spinge dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e del suo amore per noi».
Occorreranno secoli affinché questa comunione raggiunga la maggior parte di queste persone fino a plasmare la società liberandola dalle tante schiavitù che vi abitano.
La passione del missionario novantenne sopra citato sono le piante, gli alberi, i fiori. Portandoci in giro per la città in cui vive ogni tanto ci indicava qualche albero dicendoci con un pizzico di orgoglio «anche questo l’ho piantato io». Infine ci ha portati nel suo giardino più bello e cui ha dedicato tanto tempo. «Questo è l’albero di cui sono più fiero» ha detto indicando un bellissimo e altissimo cedro. E poi ha aggiunto: «io pianto con gioia, Dio fa crescere ma i frutti non so chi li gusterà in future».
Questo è in fondo il senso del nostro essere qui. Seminare il presente con i semi della gioia e della gratitudine affidando a Dio tutto il resto nella certezza che «tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il Cielo ne sia lodato!) non è la nostra».

 

 

testo pubblicato su: http://www.october2019.va/it/mondo/voci-dal-mondo/taiwan-the-witness-of-donato-contuzzi.html

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