Le vacanze con i ragazzi della parrocchia sono l’occasione per educarli al gusto della comunione, attraverso il lavoro, il gioco e la preghiera

Qualche tempo fa, con la nostra parrocchia di Torino, abbiamo portato un gruppo di sessanta ragazzi delle scuole medie in vacanza in montagna. Abbiamo sempre avuto in mente almeno due preoccupazioni: che si sentissero protagonisti, partecipi di ciò che veniva loro proposto; che facessero esperienza del rapporto con Dio. La nostra settimana assieme, quindi, è ruotata attorno a questi due poli. Normalmente, non andiamo in un albergo con camerieri o cuochi ma cerchiamo case in autogestione: ad ogni ragazzo è affidato un compito particolare. C’è il servizio d’ordine, chi si occupa della messa, chi apparecchia e sparecchia, il gruppo cucina e infine quello più rumoroso, addetto al lavaggio delle pentole. A capo di ogni gruppo, c’è un adulto, per evitare disastri. La responsabilità affidata ai ragazzi è però reale, non fittizia. E loro sono contenti di prendersi cura di un pezzo di realtà. A volte sono distratti, ed è normale che avvengano piccoli inconvenienti. Ma d’altronde, non fa così anche Dio con noi? Ci affida un pezzo di realtà che noi, a volte, trattiamo male. Anche i ragazzi devono imparare. E lo fanno con gioia perché si sentono valorizzati: iniziano a capire che diventare grandi può essere una bella avventura se c’è un adulto che te la fa scoprire. Anche i genitori restano spesso stupiti: ”Ma come fate a fargli lavare le pentole, lui che non porta via neanche il piatto da tavola?”. Non lo so, ma qui lo fanno con grande passione.
L’altra grande esperienza è la preghiera. A tutti i ragazzi proponiamo, oltre alla messa e alle lodi, un momento di silenzio nel tardo pomeriggio, prima di cena. Quest’anno abbiamo capito una cosa in più. Al termine di una passeggiata in un bosco, abbiamo trovato una piccola statua della Madonna e un crocefisso – come ce ne sono tanti per i viottoli della montagna -, e allora abbiamo scelto questo luogo per il silenzio. Ho chiesto ai ragazzi di scrivere sul quaderno ciò che li aveva colpiti della giornata. Ma dopo alcuni minuti ho capito che a quel gesto mancava qualcosa. Allora ho detto: “Facciamo silenzio e ripetiamo a Gesù e alla Madonna ciò che abbiamo scritto. A loro interessano i nostri pensieri, le nostre paure, i nostri desideri. Portiamoli davanti a loro, ripetendoli nel cuore. Non abbiate vergogna!”. Anche dentro di me è nato il desiderio di mettermi in ginocchio e di fare ciò che stavo chiedendo ai ragazzi. Molti di loro hanno seguito il mio esempio. Le foglie, il terriccio, i rami spezzati erano fastidiosi ma nessuno si è mosso. Tutti, con gli occhi chiusi e le mani giunte, hanno offerto i segreti del loro cuore a Maria e a suo Figlio.
In questa occasione, ho capito due cose: abbiamo bisogno di gesti semplici e concreti per vivere la preghiera, come il mettersi in ginocchio o dire parole sincere, non ricercate. A volte, noi grandi rendiamo difficile ciò che è facile, come parlare con il nostro Padre celeste. Dobbiamo cercare strade percorribili, che ci aiutino a vivere ciò che il nostro cuore desidera. E poi ho capito che non si può semplicemente dire: “Mi raccomando, pregate!”. Occorre farlo insieme a loro. I ragazzi devono vedere un adulto che prega. Ecco perché, anche ai padri di famiglia, tante volte consiglio di mettersi in ginocchio durante la consacrazione nella messa domenicale. Ed è come dire: “Figlio mio, riconosci assieme a me chi ci dona ciò di cui abbiamo bisogno”.

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