Al centro dell’omelia di mons. Camisasca per la solennità di san Carlo Borromeo, il coraggio, la passione e l’obbedienza del santo.

Cari fratelli e sorelle
cari amici,

le vite dei santi, se accostate con attenzione sincera, con devozione e con una conoscenza della storia che hanno attraversato, offrono sempre nuovi spunti di riflessione validi per la nostra esistenza.
Questa sera, ricordando san Caro Borromeo come facciamo ogni anno, vorrei offrire alla nostra meditazione alcuni aspetti della sua personalità che possono essere utili come insegnamento per tutti noi.
Carlo Borromeo, nominato dal Papa arcivescovo di Milano, non rimase a Roma lontano dalla sua Chiesa, come invece avrebbero fatto altri vescovi che, fino alle ingiunzioni del Concilio di Trento, e anche tempo dopo, non abbandonavano la propria residenza romana o i propri castelli né le proprie incombenze civili per recarsi nella Diocesi affidata. San Carlo sentì che era essenziale obbedire al compito che Dio gli aveva assegnato, anche se ne intravvedeva il peso e forse anche la quantità di dolore e prove che gli avrebbe procurato. A ventisette anni raggiunse il capoluogo lombardo, dove per venti anni si spese senza nessun risparmio per il suo popolo. Che cosa ci insegna san Carlo? Che la santità non consiste nel fare cose grandiose e strane, ma nel compiere bene, con passione, con gioia e sacrificio ciò che ci è chiesto da Dio nell’ordine della vita che abbiamo abbracciato.
Molti a Roma invitavano san Carlo a restare nella città eterna. Lì, presso lo zio Papa, presso la corte cardinalizia che ben conosceva – essendo stato precedentemente segretario di Stato -, presso gli amici con cui aveva creato un circolo culturale di meditazione e di studio, avrebbe meglio governato gli interessi della propria famiglia. A nulla valsero quelle lusinghe. Anche se tornò a Roma alcune volte, per venti anni fu infaticabilmente il vescovo di Milano, il metropolita della vasta realtà di Chiese che dipendevano dal suo governo primaziale, il Principe della Chiesa interpellato da tante autorità religiose e laiche, affinché li aiutasse nei loro problemi. Da san Carlo ciascuno di noi deve imparare che la cosa più grande che possiamo compiere è fare bene ciò che ci è chiesto, come dirà Paolo VI nel suo Pensiero alla morte: «Fare presto. Fare tutto. Fare bene».
Un secondo insegnamento ci viene da una lettura attenta della vita del nostro santo. Egli fu un uomo coraggioso. Aveva un senso acutissimo della verità, dei diritti della Chiesa, della necessità di sradicare ogni pianta negativa che avrebbe potuto soffocare il grano del campo di Dio. San Filippo Neri si chiedeva se egli fosse un uomo di ferro, da dove gli venisse tanto coraggio. Certamente, quand’anche la forza del suo temperamento fosse qualcosa di innato in lui, essa era sostenuta dalla preghiera, dal digiuno, dalla contemplazione del crocifisso, dall’adorazione eucaristica. Non temette di mettere a repentaglio la propria vita quando si trattava di difendere il bene della comunità a lui affidata. Ricevette una fucilata da un frate, appartenente all’Istituto religioso degli Umiliati che Carlo aveva voluto riformare. La pallottola gli sarebbe rimasta nella carne fino alla morte. Nel nostro tempo, così profondamente segnato da tanta paura, tanta indecisione e tanta confusione, tutti siamo chiamati a riscoprire il dono del coraggio, che è un dono dello Spirito santo. La fortezza cristiana non è innanzitutto una caratteristica temperamentale. È invece una partecipazione alla luce di Dio. È lui che ci chiede di testimoniarlo – come dice nel vangelo prima della sua morte (cfr. Mc 13,9) – davanti ai tribunali e alle sinagoghe, cioè nei luoghi di vita degli uomini e delle comunità. La nostra testimonianza non può fondarsi su altro che sulla sua grazia. Se siamo forti nelle avversità, lo dobbiamo a lui, al Signore, che chiede alla nostra debolezza di essere un canale della sua luce per gli uomini e le donne che incontriamo. Vale per ciascuno di noi ciò che ha detto a san Paolo: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza (2Cor 11,9). Certamente questo non ha voluto dire per Carlo Borromeo un affidarsi a Dio senza nessuna collaborazione da parte sua. La preghiera e il digiuno hanno temperato il suo animo e il suo corpo nelle avversità.
Da ultimo, vorrei ricordare che egli fu proprio il pastore buono, che dà la vita per i suoi (cfr. Gv 10,11s). Le occasioni drammatiche in cui si svolse il suo lungo pontificato, soprattutto la peste che da lui prese il nome di peste di san Carlo, lo vide correre verso gli appestati, organizzare tutto l’occorrente per soccorrere i malati, spingere con fervore i parroci a esprimere a un livello eroico la loro assistenza alle comunità, distribuire tutto quanto poteva dei suoi beni per i poveri e coloro che avevano perso tutto nella malattia, fare della sua casa un luogo di accoglienza per quelli che arrivavano bisognosi di cibo. Anche se il suo temperamento e alcune decisioni prese durante il suo ministero possono farcelo ricordare come un uomo duro e difficile, egli rimane per tutti noi un esempio di dedizione e di cura per i suoi figli.
Accettazione della propria vocazione, passione e fortezza, amore per il popolo, queste tre caratteristiche della vita di san Carlo Borromeo ci guidino verso un’esaltante e fiduciosa rinascita dalla paura che distingue questo nostro tempo. Siamo chiamati a non lamentarci per il presente, ma a costruire il futuro, una pagina nuova nel libro della storia della Chiesa e del mondo che solo noi possiamo scrivere.

Così sia.

Omelia per la messa in occasione del 71° genetliaco di mons. Massimo Camisasca, nella Solennità di san Carlo Borromeo

 

(Nell’immagine, Andrea Lanzani, «Trionfo di san Carlo», 1697)

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