Il racconto della vocazione di don Stefano Lavelli, in missione a Torino.

Sono nato a Piacenza. Mio padre si chiama Renato e mia madre Franca. Da loro ho ricevuto la vita e quell’amore solido che nasce dalla fedeltà alla propria vocazione, anche nei momenti difficili. E poi il gusto per il lavoro, la passione per il buon cibo e il buon vino da condividere con gli amici, l’ironia e la leggerezza di chi spera. Mi mancava però qualcosa, che ho trovato solo tra Salsomaggiore e Fidenza, quando incontrai delle persone speciali. Avevo 16 anni e volevo diventare un grande chef.

Alla scuola alberghiera
Come tanti dei miei coetanei avevo perso la fede. Non andavo più a messa da anni. Per me Gesù era solo un bel personaggio storico e la Chiesa un’istituzione lontana dai miei interessi. Frequentavo il terzo anno della scuola alberghiera di Salsomaggiore Terme. Nella mia classe avevo stretto un rapporto significativo con Andrea, ma l’amicizia con lui fiorì in modo inaspettato quando cambiò l’insegnante d’italiano e arrivò Margherita. Dall’incontro con Margherita, dall’amicizia con Andrea e poi con alcuni ragazzi di Fidenza, cominciò a vibrare in me una corda che non avevo mai sentito prima e che da quel momento non ha più smesso di suonare. In modo semplice, durante le lezioni o giocando al bar, cenando a casa di Margherita o fumando un sigaro con Carlo, guardando un film o studiando assieme, avevo trovato delle persone con i miei stessi interessi, ma con una profondità ed un gusto per le cose della vita molto più grande del mio. Avevano qualcosa che a me mancava: la fede in Cristo. Con loro mi sono sentito accolto, a casa.
Pian piano, anche per me Dio divenne qualcuno di familiare. Un giorno decisi di confessarmi in Duomo a Piacenza. Erano anni che non mi confessavo e senza dir nulla a nessuno decisi di confidare a Cristo tutto me stesso, anche il mio male. Non ricordavo tutt’intera neanche un’Ave Maria, ma sapevo che attraverso le parole e i gesti del prete io ero davanti a Dio (qualcosa del catechismo mi era ancora rimasto…). Mi sono infilato nel primo confessionale libero. Il prete mi disse: «Quanto tempo è che non ti confessi?». Non lo ricordavo e avevo vergogna. Fui sincero. Mi aspettavo un rimprovero. Uscirono dalla bocca di quell’uomo anziano dagli occhi chiari e pacifici, parole dolci e profumate: «Pensa quanto ti vuol bene il Signore! Non solo non ti ha mai abbandonato in questi anni, ma ha vigilato su di te e ti è venuto a cercare, aspettando di poterti riabbracciare». Mi aspettavo uno schiaffo e arrivò una carezza. C’era qualcuno che mi aspettava, anzi si era scomodato per me! Ed era Dio. Scoppiai in pianto. Il Signore aveva scelto di far passare la potenza e la tenerezza della sua misericordia attraverso Margherita, Andrea, quei ragazzi di Fidenza ed ora attraverso quell’uomo. Ho percepito in modo chiaro la carnalità e la divinità del cristianesimo, della Chiesa e l’importanza del sacerdozio. «Chi hai incontrato?», aggiunse quel prete anziano dagli occhi chiari. Gli parlai degli amici che avevo incontrato e di Giussani che avevo cominciato a conoscere attraverso di loro. «Hai incontrato la roccia della Chiesa! Non abbandonarli più, stai con loro! Dai, ringrazia Dio per quello che ti è successo e ripeti dopo di me: Mio Dio, mi pento e mi dolgo…» «Mio Dio…» Finalmente potevo dire anch’io che Dio era qualcosa di mio, non era più uno sconosciuto, ma un amico vicino, un padre.

Non qualcosa, ma tutto
Dopo l’alberghiera decisi d’iscrivermi all’università: Beni Culturali a Parma. Un bel salto. Ho sempre amato l’arte, il bello, e ho voluto rischiare su una cosa che amavo. Durante gli anni universitari si approfondì la familiarità e la stima per Cristo e il Movimento. Nel tempo maturò in me la disponibilità a donare a Dio non qualcosa delle mie giornate, ma tutto. Anche in questo non ero solo. Un’altra decina di miei amici decise in quegli anni di dare tutto a Cristo in modo radicale, nella verginità.
Un giorno Cispo, un carissimo amico che frequentava l’università a Parma, disse che sarebbe entrato in seminario per diventare sacerdote missionario. Dopo qualche mese lo andai a trovare a Roma e conobbi così alcuni seminaristi e sacerdoti della Fraternità san Carlo. Vedendo loro, per la prima volta pensai al sacerdozio come un’ipotesi affascinante e possibile per me. Mi dissi: «E se Dio chiedesse anche a me di donargli la vita in questo modo? Qui?».
Domenica 20 agosto dell’anno 2000, durante la messa del Giubileo, Giovanni Paolo II disse: «Se qualcuno di voi, cari ragazzi e ragazze, avverte in sé la chiamata del Signore a donarsi totalmente a Lui per amarlo con cuore indiviso, non si lasci frenare dal dubbio o dalla paura. Dica con coraggio il proprio “sì” senza riserve, fidandosi di Lui che è fedele in ogni promessa. Non ha Egli forse assicurato, a chi ha lasciato tutto per Lui, il centuplo quaggiù e poi la vita eterna?». Eravamo in milioni, ma quelle parole hanno trafitto il mio cuore.
Parlai di queste cose e di molte altre con don Matteo, che con pazienza e discrezione paterna mi ha accompagnato a stare davanti a ciò che mi stava succedendo, finché con gioia ho potuto dire anch’io, come il profeta Geremia: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre».
stefano lavelli

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