Mons. Camisasca inaugura l’anno pastorale nella festa per la Natività di Maria. Proponiamo il testo della sua omelia.

Carissimi fratelli nel presbiterato e nel diaconato,

carissimi religiosi, religiose e consacrati,

care autorità,

cari fratelli e sorelle,

è un dono particolare per la nostra Chiesa poter riprendere il cammino sotto lo sguardo e l’intercessione di Maria. Ogni anno ce lo ridiciamo: non vorrei perciò che questa osservazione diventasse una formula di rito o una semplice espressione di pietà religiosa. Essa, invece, ha un fondamento reale nella storia di Dio con l’uomo. Maria è colei che ha accettato fin dalla più tenera età di concepire se stessa come serva di Dio (cfr. Lc 1, 38.48). Questa era la fonte della sua gioia e la comprensione di se stessa di fronte al mondo.

Un anno pastorale non significa innanzitutto un tempo cronologico e neppure una scatola di iniziative. Esso, invece, ha per noi il valore di una ripresa profonda, energica e felice della ragione per cui siamo assieme: Dio ci ha scelto attraverso il battesimo e ci ha confermati con i sacramenti della Chiesa per mandarci in tutte le occasioni della vita, annunciatori e testimoni di Cristo, redentore dell’uomo e della storia.
Il riferimento a Maria trova qui, dunque, la sua spiegazione più profonda: come Maria, siamo chiamati a generare Cristo per gli uomini del mondo. Con questo mi rendo conto di aver già detto tutto.
In questi decenni passati, in molte Chiese e in molti discorsi, la pastorale si è progressivamente ridotta ad un insieme di tecniche comunicative, relazionali e gestionali. La scuola teologica – che alla fine della II guerra mondiale ha generato questa visione della vita della Chiesa, in analogia alle imprese che funzionano bene, che gestiscono molti soldi, riducendo così le vocazioni a dei compiti prestabiliti e temporanei – mostra ora tutta la propria inadeguatezza.

In questi anni abbiamo cercato, soprattutto con i giovani e le famiglie, ma anche con voi, preti e diaconi (penso per esempio alle mie tre lettere pastorali sul diaconato permanente, sulla vocazione laicale e sulla liturgia, tutte e tre imperniate sul tema dell’elezione e della vocazione) di ritrovare il respiro ampio dell’iniziativa di Dio verso l’uomo. Egli ha voluto la creazione dell’universo, e in esso dell’uomo e della donna, per un misterioso disegno di cui non conosciamo l’origine, ma che possiamo vedere nei suoi frutti: la creazione di un popolo nuovo, inizio di una ricapitolazione di tutte le cose, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15, 28; Col 3, 11).

Il secolarismo dei nostri tempi ci ha a poco a poco disabituati, anche noi consacrati, a questo sguardo profondo e gioioso. Vediamo solo la superficie degli eventi e non sappiamo leggere in profondità ciò che accade. In questa direzione sono andati tutti i miei interventi nel tempo della pandemia e, soprattutto, del lockdown: sia le omelie domenicali trasmesse dalla televisione, sia le mie interviste sui giornali, sia le mie riflessioni pubblicate in varie situazioni. Poiché il virus sembra non allentare la sua stretta, o comunque non abbandonare definitivamente le nostre case, non deve venir meno l’urgenza di un giudizio che accompagni i nostri fedeli. Da dove viene il male? Che cosa ha a che fare Dio con il male? Qual è il bene che Dio vuol trarre dal male?

In questo contesto, desidero ricordare l’enorme sforzo fatto dalla nostra Diocesi per coniugare l’ottemperanza alle giuste richieste di igiene e distanziamento con il servizio alla fede, anche e soprattutto attraverso la celebrazione dei sacramenti, in particolare dell’Eucarestia. Come ho ricordato nell’omelia della Messa del Sacro Cuore di Gesù (che vi inviterei umilmente a rileggere) la dimensione fisica, materiale e comunitaria della realtà ecclesiale non può essere mai dimenticata o sminuita, pena la perdita della logica sacramentale che governa la Chiesa. Non possiamo essere tranquilli: un buon numero di persone non sono tornate alla Messa domenicale dopo la riapertura delle celebrazioni in presenza. Né possiamo accontentarci di preghiere domestiche, sostitutive della celebrazione eucaristica. Non voglio con ciò sminuire, né dimenticare il bene di tante iniziative nate dalla creatività cristiana durante il tempo del lockdown, ma, come ho detto nell’intervista ad Avvenire alla fine di luglio[1], il cristianesimo è per sua natura comunitario. Non dobbiamo mai stancarci di radunare il nostro popolo nell’esperienza comunitaria della fede: sulla terra, senza fisicità non ci può essere gioia; anche nel cielo i nostri corpi saranno trasfigurati ma non eliminati. Vi invito perciò a superare ogni ingiusta paura e a stimolare i vostri fedeli alla partecipazione fisica alla Messa domenicale.

L’anno scorso, proprio in occasione di questa festa, avevo lanciato un invito, anzi, una sollecitazione a tutta la nostra Chiesa affinché le chiese senza più prete potessero essere ancora luogo di incontro e di preghiera attraverso la guida e la cura di laici o religiosi preparati a tale scopo. Alcuni giornali hanno visto in ciò una rivoluzione. In realtà non si trattava altro che di applicare semplicemente le norme del Codice di diritto canonico, valorizzando la vocazione profetica, sacerdotale e regale di ogni battezzato. Tutte cose riprese, un anno successivo al mio intervento, anche dal nuovo documento sulla Conversione pastorale della comunità parrocchiale a cura della Congregazione per il Clero. «La storica istituzione parrocchiale – è l’invito sintetico di questo documento – non rimanga prigioniera dell’immobilismo o di una preoccupante ripetitività pastorale ma, invece, metta in atto quel “dinamismo in uscita” che, attraverso la collaborazione tra comunità parrocchiali diverse e una rinsaldata comunione tra chierici e laici, la renda effettivamente orientata alla missione evangelizzatrice, compito dell’intero Popolo di Dio»[2].
Perché un laico non può guidare la preghiera? Perché non può commentare la Parola di Dio (al di fuori dell’omelia)? Perché non può diventare attore di una convocazione della comunità, di una cura dei problemi delle persone, non in sostituzione del prete, ma in riferimento a un parroco talvolta lontano e molto oberato? Ho affidato al Consiglio presbiterale l’attuazione di questo mio auspicio. Ringraziando don Stefano Borghi per la sua preziosa collaborazione come mio delegato per il Consiglio presbiterale, sono certo che presto vedremo la conclusione del suo lavoro su questo tema.
Allo stesso modo, nella mia omelia dell’anno scorso avevo parlato della necessità di accorpare alcune parrocchie. Avevo chiarito che non si trattava di sopprimere comunità, quanto piuttosto di favorire la relazione fra comunità affidate agli stessi presbiteri e diaconi in un cammino di ragionevoli dimensioni numeriche e logistiche. Il mio timore è che si proceda con troppa lentezza, soprattutto di fronte a questioni che si sono iniziate ad affrontare decine e decine di anni fa.
Un terzo tema che avevo affrontato con voi lo scorso anno è poi quello della luminosità del celibato ecclesiastico e della verginità per il Regno dei cieli che ci ricordano la bellezza di una vita interamente donata e che costituisce, assieme al martirio, «la forma più alta di testimonianza al mondo della signoria di Cristo sulla vita»[3]. Ogni comunità ecclesiale trae da questa luminosa testimonianza le ragioni ideali della sua identità.

La rivoluzione operata – non tanto e non solo dal punto di vista logistico, ma sostanziale – dalla coabitazione dei responsabili degli uffici pastorali sotto un unico tetto, ci ha permesso di comprendere che il cuore della cosiddetta pastorale non sono né gli uffici, né i piani pastorali, né le iniziative, anche se tutto ciò ovviamente non può mancare. Al cuore di ogni slancio pastorale sono le persone, l’annuncio della fede e il cammino verso la sua maturità. Questo deve essere il centro della nostra ansia apostolica, di ogni nostro discorrere e di ogni nostra iniziativa. Paradossalmente, questa non è una conversione facile, né immediata, ma assolutamente necessaria. È questo il cuore dell’Evangelii Gaudium, di cui vorrei riportare qui alcune espressioni. «Il mandato missionario del Signore comprende l’appello alla crescita della fede»[4], afferma il Papa. «L’evangelizzazione è compito della Chiesa. Ma questo soggetto dell’evangelizzazione è ben più di una istituzione organica e gerarchica, poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio»[5]. «Non voglio una chiesa preoccupata di stare al centro e che finisce in un groviglio di ossessioni e procedure»[6]. Occorre «una conversione pastorale e missionaria che non può lasciare le cose come stanno»[7]. «Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!»[8].
L’Evangelii Gaudium è un testo che, a distanza di sette anni, è ben lontano dall’essere compreso e accolto, come d’altronde capita a tutti i grandi cambiamenti nella storia della Chiesa. Ci attendono perciò mesi di lavoro, segnati dalla direzione che ho indicato in queste ultime frasi.

Desidero qui rinnovare il mio ringraziamento sincero e commosso per la fedeltà e la laboriosità di voi presbiteri e diaconi, di tanti religiosi e laici durante questi mesi difficili. Si apre davanti a noi un tempo forse ancor più complesso. Penso anche alla crisi economica e morale che ha investito il nostro Paese, come tante altre parti del mondo. Non ci risolleveremo senza un piano adeguato per il futuro della nostra Italia. Non è questo un compito che spetta a noi direttamente, anche se possiamo aiutarlo con la nostra preghiera e la nostra maturità politica. In questo spirito, annuncerò tra poche settimane il corso di formazione auspicato nel mio Discorso alla città delle scorso novembre. Parlo di una rinascita morale in senso forte: laddove non c’è più spazio pubblico per Dio nella società civile, si riduce progressivamente anche lo spazio per l’uomo. Tutto ciò che la Chiesa dice e fa per questo non ha il colore di una scelta politica di campo, ma nasce dalla considerazione grave che i valori più decisivi per la vita dell’uomo sono oggi in discussione. I principi cosiddetti “non negoziabili” ricordati durante il pontificato di papa Benedetto XVI devono essere ripresi e coniugati con le attenzioni sociali più volte ricordate durante il pontificato di papa Francesco. In realtà mai il magistero pontificio di nessun papa del Novecento e del nuovo Millennio ha trascurato o addirittura negato gli uni e gli altri. Con accenti diversi, tutto è stato richiamato in una visione antropologica ed ecologica che non può che essere totale: è l’esperienza che l’Antico e Nuovo Testamento ci hanno presentato nella persona di Gesù, non innanzitutto come una dottrina sterile e opprimente, ma come una promessa di bene e di felicità che ci è donata già nella vita presente e che si compirà oltre il tempo. La predicazione a riguardo del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno, del bene e del male, della grazia e della colpa, deve rimanere sempre al centro delle nostre attenzioni pastorali, pur con tutta la gradualità che riconosce ciò che è centrale e ciò che è secondario e che tiene conto delle diverse stagioni della vita.

Rimettendo ogni speranza e attesa nelle braccia di Maria, nostra madre, regina del nostro popolo e di questa città, iniziamo questo nuovo periodo della nostra vita e della nostra Chiesa, così ricca di riferimenti alla Parola di Dio e all’Eucarestia, così generosa nell’incontro quotidiano con i poveri, sacramento di Cristo, e insegnamento per tutti noi.

Sono certo che pregherete per tutto questo e anche per il vostro Vescovo.

Amen.

 

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[1] Cfr. “Camisasca: Covid insegna che non si vive senza la comunità”, Avvenire, 25 luglio 2020.

[2] Congregazione per il Clero, La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, n. 123.

[3] M. Camisasca, Omelia nella Solennità della Natività della B. V. Maria. Inizio dell’Anno Pastorale, Basilica della Ghiara, Reggio Emilia, 08-09-201.

[4] Francesco, Evangelii Gaudium, n. 160.

[5] Ib., n. 111.

[6] Ib., n. 49.

[7] Ib., n. 25.

[8] Ib., n. 83.

 

(Nell’immagine: Bartolomé Esteban Murillo, La nascita della Vergine, 1661)

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