Nel giorno in cui nella Chiesa si festeggia solennemente la santità di Giuseppe (patrono della Fraternità san Carlo), proponiamo l’omelia pronunciata durante la messa nella Casa di formazione a Roma.

Pur essendo un personaggio fondamentale dei vangeli, almeno di quelli dell’infanzia, di san Giuseppe sappiamo tremendamente poco. Il brano di Matteo che abbiamo appena letto apre uno squarcio molto importante sul mistero della personalità del nostro santo.

La vocazione

Il racconto della vocazione di san Giuseppe mi colpisce sempre: se lo confrontiamo con altre vocazioni profetiche o, soprattutto, con il racconto parallelo dell’Annunciazione a Maria, possiamo notare che qui c’è pochissimo spazio per le obiezioni, i dubbi o le domande del chiamato. Giuseppe non risponde nemmeno, si limita a fare ciò che gli è stato chiesto, appena sveglio. Disinteressarsi del consenso umano, non lasciare – almeno apparentemente – uno spazio di dialogo non sembra una condotta in linea con lo stile di Dio. Si tratta di ordini, certo dati con la premura di dirimere uno scrupolo (“non temere”), ma pur sempre di ordini. Come mai? Penso che le due parole chiave siano “giusto” e “paura”.

Giuseppe, che era giusto

Giuseppe era giusto, cioè innanzitiutto compiva la legge e la legge prescriveva in questi casi l’impossibilità di perdonare il misfatto. Al di là del tipo di punizione (ai tempi la lapidazione delle adultere era possibile, ma non era comune anche perchè non era permessa dai romani, si trattava più che altro di un linciaggio), per tale violazione non era possibile il perdono.

A cosa si deve dunque l’angoscia che un po’ traspare dalla narrazione? Il vangelo in effetti sembra descrivere una situazione nota: quando un pensiero ci assale e non ci abbandona di solito è difficile addormentarci. Ma a un certo punto, mentre rimuginiamo, siamo vinti dal sonno e dalla stanchezza e scivoliamo nei sogni con una parte del cervello ancora intenta ad arrovellarsi: il vangelo descrive il dubbio di Giuseppe che passa senza soluzione di continuo dal un sogno profetico.  Dunque cosa assilla Giuseppe? Se è chiaro quello che deve fare, perchè dubita?

Io penso che il suo dramma consista in un conflitto interno ai suoi desideri e alle sue aspirazioni più profonde. Sappiamo che il pilastro della vita di Giuseppe è la legge; d’altro canto proviamo a pensare alla vita di un uomo nel cui orizzonte è entrata la persona di Maria. Non mi addentro nel dibattito sull’eventuale voto di castitá dei due prima delle nozze, ma penso che pur in un contesto sociale che dissuade fortemente i contatti fra uomini e donne prima del matrimonio, almeno dopo il fidanzamento per Giuseppe ci sia stata la possibilità di parlare o forse solo di vedere Maria.

Ecco, sono convinto che gli sia bastato poco per intuire che Maria era una ragazza unica. O, pur non indovinandone il mistero, ne avrà intuito l’esistenza. E allora è comprensibile che quale che fosse la forma di covivenza che aveva in mente, Giuseppe desiderasse di poter vivere con Lei e servirla.

Se non fosse così, non si spiegherebbe la frase non aver paura di prender con te Maria tua sposa.

Non avere paura

La parola “paura” è l’altra chiave del racconto: essa allude fortemente all’irrompere del divino sulla scena; mi sembra eccessivo pensare che Giuseppe avesse già capito che il bambino era da Dio e per cui era preso da un sacro timore di avvicinarsi a Maria. Direi che la spiegazione più facile è che Giuseppe voleva perdonare Maria e vivere con lei, ma pensava che non fosse possibile senza trasgredire la legge.

Obbedienza della fede 

È quindi per questo motivo che Dio non si premura nemmeno di chiedere quali siano i desideri e le aspirazioni di Giuseppe: li conosce già tutti. E anzi li condivide. La giustizia di Giuseppe infatti non risiede appena nel rispetto materiale della legge, ma anche nel desiderio di conoscere in profonditá i misteri del volere di Dio e nel vivere l’immedesimazione col Suo cuore, per quanto è possibile. Questa è la gioia che cerca il giusto: una gioia profonda, che non cerca altre ricompense.

Dunque il più grande desiderio di Giuseppe è quello di vivere la grande storia che gli si sta aprendo davanti servendo Dio assieme a Maria; ed ecco che l’angelo lo conferma in questo proposito.
L’obbedienza è proposta a tutto il popolo cristiano ma, per noi chiamati a vivere l’obbedienza a un superiore, è molto importante avere una prova di come non ci sia conflitto fra le nostre più profonde aspirazioni e il servizio a Dio. Certo ci sono stati – e ci saranno – momenti di difficoltà in cui sembrerà esserci un contraddizione fra di essi, o, più semplicemente, in cui saremo assaliti dal retropensiero che l’obbedienza ci porti in un sentiero che ci allontana dalla nostra realizzazione. Di solito ciò accade perchè non conosciamo pienamente il quadro della situazione e le contraddizioni sono da ascrivere alla nostra scarsa conoscenza. Dei nostri desideri o di quelli di Dio. Giuseppe ci è padre anche quando siamo nell’oscurità e attendiamo il conforto da Dio.

Verginità

L’altra grande strada che viene proposta da questa pagina di Matteo è la verginità. Anzitutto va detto  che in questo brano c’è un non detto gigantesco. Dio non chiede nulla direttamente, non c’è un comando esplicito, ma conforta lo sposo di Maria chiedendogli di non aver paura di fare ciò che ha nel cuore. E Giuseppe capisce molto bene la situazione: tanto più adesso che Maria porta in sè un bambino che viene da Dio, la castità è l’unica strada adeguata per poter conservare viva nel proprio cuore la novitá e la bellezza di ciò che sta loro accadendo. Che egli lo abbia compreso esplicitamente o solo vagamente percepito, resta il fatto che Dio tocca le corde più profonde del suo cuore quando propone implicitamente la via della purezza. Si tratta di un’intuizione che giace nel profondo dell’animo di ogni uomo innamnorato, anche se oggi non si direbbe.

C’é una tragedia greca di Euripide, l’Elettra, in cui la protagonista, nobile decaduta è data in sposa a un contadino per non potere generare figli che ambiscano a restaurarne le sorti e a compiere la vendetta contro gli uccisori di suo padre. Ma quando arriva il di lei fratello con lo scopo di uccidere i loro nemici, questo contadino, di cui non conosciamo il nome, pronuncia delle parole impensabili: «questa donna – dice – non l’ho contaminata possedendola. Io mi vergogno di recare offesa a una figlia di nobili, anche se l’ho presa in moglie: non sono all’altezza (…) Certamente qualcuno mi dirà che sono stupido ad aver preso una ragazza giovane e a non toccarla. Ma costui misura la purezza coi parametri di un giudizio malvagio» (V secolo a.C.).

Penso nell’animo di ogni uomo innamorato, da qualche parte, debba esistere questa intuizione, anche se poi è difficile portarla avanti; Dio non chiama neanche a farlo, se non in alcuni casi, in cui appare realizzata tale intuizione profetica.

Verginità e sacerdozio

Ordinariamente la verginità di Giuseppe é sempre stata letta in vista essenzialmente del suo matrimonio con Maria; San Girolamo dice «Giuseppe stesso fu vergine per mezzo di Maria».

C’è però anche una convenienza della verginità di Giuseppe che discende dal dono fattogli di poter «vedere, ascoltare, vestire, baciare e custodire Gesù». Dice sempre Girolamo: «rimase vergine colui che meritò di essere chiamato padre del Signore».

La scelta della castità per Giuseppe insomma nasce dalla considerazione della grazie che gli è capitata in sorte; è in qualche modo la sua risposta agli immensi doni ricevuti: il matrimonio con Maria e la paternità di Gesù.

Esiste una preghiera che i sacerdoti recitavano un tempo in preparazione alla Messa che dice:

O Dio, che ci hai donato il sacerdozio regale, concedi, ti chiediamo, che, come il beato Giuseppe é stato trovato degno di toccare e portare in braccio il Tuo Figlio Unigenito, nato da Maria, così noi possiamo servirti al santo altare con purezza di cuore e innocenza di opere, affinché oggi assumiamo degnamente il Sacrosanto Corpo e Sangue del tuo Figlio e otteniamo un premio eterno nel mondo che verrà.

Penso che sia utile per noi guardare a Giuseppe e meditare sulla sua vita da tale punto di vista. Sembra infatti esistere un nesso importante fra la verginità e il servizio all’altare. La verginità è intimamente legata al privilegio di maneggiare le cose sacre; nell’antico testamento c’è traccia abbondante di questa concezione, anche se non ci si riferisce a uno stato di vita, ma ad un’astinenza temporanea. L’avvenimento di Cristo rende permanente la possibiltá del contatto col divino. E rende possibile la verginità come forma di vita assunta da Gesù e da quelli che sono a lui più vicini.
La nostra vocazione è in un certo modo simile a quella di Giuseppe, perché anche a noi «Dio ha affidato la custodia dei suoi tesori più preziosi». Ci sono affidati i sacramenti e questo non è un traguardo professionale dopo una vita di dedicazione, ma è il punto di partenza da cui inizia il nostro cammino di santificazione: la coscienza della grandezza che portiamo ci sprona a tendere a una vita santa come quella di Giuseppe, non in forza dei nostri meriti, delle nostre capacitá, ma come gratitudine per ciò che ci è stato donato. Per cui è possibile tendere ad essa con speranza senza essere schiacciati dalla fragilitá perchè non è una risultato che produciamo, ma è una vita che già esiste e che siamo chiamati ad abbracciare.

Infine la verginità è veramente il modo più grande per vivere il proprium della nostra vocazione; essa ci aiuta a vivere con santa leggerezza il peso del compito che ci è dato,  di chiedere cioè perdono per i peccati di tutti, ma ci mantiene nella freschezza e nella gratitudine, impedendo che il già visto e lo scontato distruggano da dentro la nostra vita di fede. Si tratta infatti del grande rischio che noi corriamo, dovuto alla consuetudine e alla vicinanza alle cose sacre.

Siamo chiamati a una grande responsabilità, quella di lottare contro la banalizzazione; anche in questo momento, in cui misteriosamente molti nostri fratelli sono stati privati del conforto dell’Eucaristia, a noi è data la grazia di poter celebrare i Sacramenti. Che la circostanza attuale ci sproni a vivere con ancor più responsabilità i grande doni ricevuti, che plasmano e trasformano la nostra esistenza.

Chiediamo a quindi a San Giuseppe la grazia di essere liberati da questa pestilenza e a lui, che è patrono della buona morte, affidiamo tutti gli agonizzanti e quelli che muoiono soli, senza il conforto dei sacramenti. Amen.

 

nella foto: A. Gaudì, particolare della faccia della natività della Sagrada Familia raffigurante Giuseppe, Maria e un giovane Gesù che impara il mestiere di carpentiere.

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