Mons. Camisasca commenta il tema del Meeting di Rimini 2016.

«Tu sei un bene per me»: a chi possiamo dire queste parole? A tutti? Soltanto ad alcuni? E a chi, in particolare? Mi viene alla mente un episodio del Vangelo, riportato da Matteo e Marco con delle varianti: Maestro buono, cosa devo fare per avere la vita eterna? Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo (Mc 10,18; cfr. Mt 19, 16-17). Solo Dio è bene. Sei tu, Signore, l’unico mio bene (cfr. Sal 15,2). Egli è l’unico necessario. «Solo Dio basta», scriveva santa Teresa D’Avila.

Forse bisogna giungere a questa profondità nel pozzo della vita, là dove, dopo aver assaporato tutte le acque, alla ricerca di quella che possa infine colmare la sete, si scopre che essa, la sete, rimane, anzi si accende sempre di più. E allora ci si mette a gridare come Gesù sulla croce: Ho sete (Gv 19,28). A quel grido solo l’Infinito poté rispondere.

A questo punto, probabilmente, si cominciano a dipanare una serie di risposte alle domande che ho posto all’inizio. Chi è quel Dio che pretende di essere l’unico bene? È un Dio esclusivo, che vuole restare solo con l’amato? Lo amerebbe veramente se volesse affermare l’unicità del suo amore cancellando tutto ciò che di bene l’altro porta con sé?

In realtà il Dio “che basta” si rivela, a chi arriva a scoprirlo dopo i tanti itinerari della vita, come un Dio che ama, anzi un Dio che è l’amore stesso e perciò la fonte di ogni amore, un Dio che è Padre, che ha generato un Figlio, e il loro rapporto di donazione reciproca è una terza persona: lo Spirito.

«S’aperse in nuovi amor l’etterno amore» ha scritto Dante nella sua Divina Commedia (Par, XXIX, 18). “Solo Dio è buono”, “Dio mi basta” e altre espressioni simili devono perciò essere lette in modo inclusivo e non esclusivo. Dio non vive sulla morte di ciò che lo circonda, ma apre il suo infinito a tutto ciò che ha voluto e creato: l’uomo gloria di Dio e l’universo gloria dell’uomo. Dio vide che era cosa buona (cfr. Gen 1,4ss): è il ritornello che, all’inizio del libro della Genesi, conclude ogni singolo giorno della creazione. Bene è dunque tutto ciò che scaturisce dalle mani di Dio e tutto ciò che ci conduce a lui.

«Tu sei un bene per me» può essere dunque la frase romantica di chi guarda l’altro solo attraverso un fragile sentimento o addirittura di chi pensa di potere fare dell’altro quello che vuole, ma, grazie a Dio, può essere invece il riconoscimento dell’importanza dell’altro nel mio cammino verso la comunione con il creato e il creatore.

Questo “tu”, come Dio, ha molto spesso il volto dell’imprevedibilità e della novità assoluta, mi obbliga a una nuova disponibilità della mente e del cuore, a una nuova apertura e scoperta, mostra il peso del fratello come sacramento del divino. Dire all’altro: «Tu sei un bene per me» coincide con l’inizio di una nuova amicizia e con i cieli e la terra nuova di cui parla l’Apocalisse (cfr. Ap 21,1).

In questo cammino ogni giorno viene superata l’estraneità, l’inimicizia. Lo straniero, l’estraneo viene accolto come fratello nella mia casa.

Nella foto, un momento allo stand della Fraternità san Carlo, durante il Meeting 2016.

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