La domanda sull’identità di Gesù ci aiuta a riflettere sulla nostra identità e sulla nostra appartenenza a Lui: l’omelia di mons. Camisasca nella notte di Natale.

Cari fratelli e sorelle!

Che cosa è accaduto duemila anni fa nella grotta di Betlemme? Abbiamo ascoltato nella seconda lettura: È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini (Tt 2,11).
Questo annuncio, che conosciamo dalla predicazione della Chiesa e che costituisce il nucleo centrale della nostra fede, è la vera novità per la storia dell’uomo e per la nostra vita personale. Dio ci ama di un amore sconfinato, al punto di diventare egli stesso come noi, un uomo fra gli uomini. Poiché Dio si è fatto uomo, il Cielo non è un luogo lontano: Dio viene a prenderci per mano, a indicarci la strada. Anzi, più ancora, si fa strada per noi, affinché noi percorriamo con lui la via della vita. La fede nell’Incarnazione e il rapporto con l’uomo-Gesù cambia in profondità la nostra vita, rendendola più bella, più sicura e lieta.
Noi siamo spesso abituati ad una visione “morale” del Natale. Guardiamo al presepe e a Gesù che nasce chiedendoci: “Cosa devo fare? Qual è la conseguenza pratica di questo avvenimento, per me stesso e soprattutto nel mio rapporto con gli altri?” Siamo sicuri che sia bene mettere in primo piano questa domanda? Misurare la fede sull’azione ci porta a giudicare l’altro, nel tentativo di essere superiori e di essere riconosciuti come migliori.
La prima domanda che deve sorgere nel nostro cuore, stupito dall’annuncio degli angeli e dalla testimonianza dei pastori, dovrebbe essere: “Chi è Gesù? Chi è questo bambino che ha attratto a sé in questi duemila anni milioni e milioni di persone? Chi è quest’uomo per amore del quale molti hanno dato la loro vita fino al martirio?” La fede della Chiesa ci risponde: Egli è il Dio che si è fatto uomo per me (cf. Gv 1,14; Gal 2,20), per ciascuno di noi, per ogni uomo e ogni donna di ogni tempo e di ogni luogo.
Dalla domanda sull’identità di Gesù nasce poi spontanea una seconda domanda: “Chi sono io? Chi sono io per meritare tutto questo?” E ancora: “Che cosa è accaduto nel mio Battesimo, che mi ha legato indissolubilmente ed eternamente a Gesù, come i tralci nella vite? (cf. Gv 15,5)”. Dall’evento dell’Incarnazione nasce una nuova identità: il cristiano, l’uomo nuovo (cf. Ef 2,15), che vive nella permanente commozione e nella gioiosa gratitudine per ciò che Dio ha fatto per lui. Un uomo continuamente trasformato e rigenerato dalle parole e dai gesti di Gesù: infatti, per mezzo della fede, abbiamo ricevuto il pensiero di Cristo (cf. 1Cor 2,16); abbiamo in dono i sentimenti di Cristo (cf. Fil 2,5).
Qual è dunque il contenuto più profondo del Natale? La nostra appartenenza a Cristo. Egli ha attraversato i Cieli per venire vicino a noi, per incontrarci, per offrirci la sua amicizia e la sua stessa vita. Egli è certamente venuto per salvarci, cioè per cancellare i nostri peccati (cf. Mt 1,21); ma soprattutto egli è venuto per creare un popolo nuovo, la Chiesa, nella quale egli ci dona il suo perdono. In primo piano, nel nostro cuore, oggi sta un sentimento di gioia profonda, dovuta al fatto di appartenere ad un’unica casa insieme a molti fratelli. Questa gioia è il fondamento della carità, del nostro “amore per il prossimo”, a cominciare dai più vicini, da coloro che Dio ci pone accanto ogni giorno.
Poiché apparteniamo a Cristo, siamo legati a tutti coloro che appartengono a Cristo. Nella Lettera ai Colossesi san Paolo scrive: Tutto è stato fatto attraverso di Lui, per Lui e in vista di Lui (cf. Col 1,16). Ogni cosa è stata pensata e voluta dal Padre guardando al Figlio. Questo vale a maggior ragione per l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,26). Il nostro rapporto con Gesù si allarga ad ogni persona e ad ogni cosa creata. Tutto, ogni persona, ogni azione, ogni gioia e ogni dolore ha un peso eterno, perché tutto è legato a Cristo.
E noi tutti siamo uno in Cristo (Gal 3,28). Questo è il contenuto del Natale. Chiediamo a Dio il cuore dei pastori per poter gioire della venuta di Gesù, chiediamo la povertà di spirito che sa vedere nella fede cosa è accaduto. Dio ha mandato il suo Figlio (Gal 4,4). Così possiamo dire quel a Dio che noi da soli non saremmo capaci di dire e che fa di noi una cosa sola in Lui.

Auguro a tutti voi, di cuore, buon Natale. Vi auguro di commuovervi ancora una volta davanti al miracolo dei miracoli: la Nascita di Gesù, e di ringraziare sempre Dio per il dono della fede. Maria, Madre di Gesù Bambino e Madre nostra, ci accompagni lungo il cammino della vita. Amen.

 

(Omelia per la S. Messa della Notte di Natale – Cattedrale di Reggio Emilia, 24 dicembre 2019)

(Nell’immagine: Philippe de Champaigne, «L’adoration des bergers» (1620 ca).

massimo camisasca

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