Il ricordo di mons. Camisasca di don Antonio Maffucci, sacerdote della Fraternità san Carlo scomparso lo scorso 27 novembre.

Ho conosciuto Antonio Maffucci nei lontanissimi anni 1967 o 1968. Io ero stato appena nominato responsabile per la città di Milano dei giovani di Azione Cattolica. Provenivo dall’esperienza di GS vissuta intensamente accanto a don Giussani. Iniziai a girare le parrocchie della città. A Quinto Romano, una comunità a Nord di Milano, accanto al quartiere di san Siro, trovai un gruppo di giovani guidati da un bravissimo sacerdote, don Giampiero Baldi, accompagnato da un diacono, don Giacomo Tantardini. Tra quei giovani spiccava Antonio Maffucci. Aveva 3 anni meno di me, ma quando sì è giovani le differenze di età sembrano più marcate. Era un operaio della Siemens in un tempo di grandissime lotte operaie. In quella fabbrica lavorava Renato Curcio e si formarono i primi germi delle Brigate Rosse.
Nelle settimane e nei mesi successivi mi trovai Antonio come “incollato” alla mia vita. I suoi genitori venivano da Calitri, un paesino dell’Irpinia. Da quel popolo Antonio ereditò una rocciosità di carattere che ha mantenuto tutta la vita e una certa abitudine alla solitarietà che lo ha sempre accompagnato.
Dopo il periodo militare ci trovammo assieme a Bergamo, nel 1974, nel seminario della Comunità Paradiso dove io diventai prete nel 1975 e lui nel 1979, ordinato a Roma da Giovanni Paolo II. La sua prima missione fu a Pescara. Abitava presso una famiglia. Don Giussani, che aveva concordato con i superiori della Comunità Paradiso questa sua prima destinazione missionaria, voleva dare un prete a quella diocesi per l’amicizia con il vescovo Iannucci e ritenendo Antonio troppo giovane, lo fece custodire dalla famiglia Marcucci.
Antonio era un tornado. Stabiliva rapporti con decine e decine di giovani e con un numero imprecisato di famiglie che avrebbe poi continuato a seguire per tutta la vita assieme a quelle conosciute negli anni di Bergamo. Questa è stata una caratteristica fondamentale della sua vita. Ha sempre avuto un’automobile Alfa Romeo, prevalentemente una Alfa 75 rossa, sempre un po’ scassata, sempre con le bombole a gas per risparmiare. Inseguiva gli amici in ogni parte d’Italia. Io sostenevo che egli era l’inventore di una nuova religione che chiamavo “maffuccianesimo”, la religione dell’essere dovunque, e avevo inventato questa battuta: “Dio è dovunque. Maffucci ci è già stato”.
Quando don Giacomo Tantardini divenne parroco a Roma nel quartiere Tor Vergata, dove sarebbe sorta l’Università, lo volle come viceparroco. Maffucci da Pescara si trasferì a Roma. Quand’era a Pescara ci vedevamo raramente, talvolta a metà strada in un autogrill autostradale. A Roma, invece, la frequenza divenne assidua. Nel frattempo era nata la Fraternità san Carlo. In sei preti provenienti tutti dalla Comunità missionaria del Paradiso, fondammo – il 14 settembre 1985 – quella che sarebbe diventata una Società di Vita Apostolica diffusa in tutto il mondo. Maffucci era naturalmente tra quei 6.
Nel 1991 don Angelo Scola divenne vescovo di Grosseto e volle una casa della San Carlo affidandole una parrocchia a Punta Ala. Maffucci ne divenne il parroco. Contemporaneamente continuò il suo insegnamento di religione nei licei che a poco a poco lo assorbì interamente. Lasciò la parrocchia errando di casa in casa, come d’altra parte aveva sempre fatto. Un apolide di Dio che non ha mai avuto sosta. Temevo sempre di svegliarmi di notte al suono del telefono dove una voce mi annunciava che Antonio era morto per un incidente automobilistico. Invece non accadde mai. Intanto intorno a lui, oltre agli studenti, si andava radunando una folla di uomini e donne bisognosi di preghiere. Cominciarono i viaggi a Međugorje e in tanti santuari. Si approfondì la sua confidenza con Maria, la Madre di Dio, e con le apparizioni mariane. Divenne il padre spirituale di un numero imprecisato di persone che nessuno di noi conosceva e che a poco a poco costituirono la sua nuova famiglia.
Diventato io vescovo di Reggio Emilia-Guastalla e andato lui in pensione dalla scuola lo chiamai, nel 2017, a custodire il tesoro del martirio del beato Rolando Rivi diventando rettore del santuario di San Valentino. A lui si devono molte delle iniziative di questi tre anni. Ora il Covid, improvvisamente, lo ha portato via dalla nostra vista, ma non dal nostro affetto e, soprattutto, gli ha concesso di godere nella gioiosa comunione con Dio e con i santi quella pace che il suo cuore cercava.

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