C’è qualcosa per cui è giusto avere paura: una vita senza significato. Ma proprio quando il deserto
sembra prevalere, ecco che si può scoprire chi dà senso ad ogni cosa.

Deserto. È il luogo dove vaga, per quarant’anni, il popolo liberato dalla schiavitù dell’Egitto, guidato dal suo strano condottiero, salvato dalle acque e chiamato in tarda età a scortare la sua gente in un cammino per riscoprire se stessa e il Dio a cui appartiene.
Deserto. È dove non c’è nulla, un luogo senza significato. Per questo Gesù decide di iniziare lì la sua missione, per riempire di significato ciò che non lo ha. E per familiarizzare con la morte, che è il deserto più angoscioso e incomprensibile, e darle un senso.
Deserte. Sono le strade delle nostre città, le scuole, le chiese, in questa Quaresima surreale, che pare ambientata nel futuro descritto da quei film e da quei romanzi che chiamano “distopici”, dove Dio è sempre assente: un futuro diventato oggi, incredibilmente, realtà.
Xiao Ping è una donna taiwanese che ha poco meno di cinquant’anni. Qualche anno fa ha scoperto di avere un tumore inguaribile al cervello. Di famiglia pagana, ha chiesto il battesimo che ha ricevuto nella notte di Pasqua di quattro anni fa.
All’inizio di marzo mi ha scritto una lettera in cui mi raccontava che la sera prima, all’incontro di scuola di comunità, alcuni amici avevano confessato la propria paura per il virus che sta contagiando tutto il mondo. Lei non aveva detto niente, ma in cuor suo non aveva paura, perché aveva imparato a vivere con la morte al suo fianco, come una compagna di strada, e a ringraziare Dio ogni giorno per tutto quello che le regalava, “offrendo questo tutto a Lui”.
Offrire tutto a Dio, avendo la morte come compagna di strada: sembra di leggere san Francesco che ringraziava Dio di «nostra corporal sorella morte».
Julián Carrón, in una sua recente lettera, citando don Giussani, sottolinea che il contenuto della fede – Dio fatto uomo, Gesù Cristo morto e risorto – è il punto di vista da cui guardare ogni momento della storia. La Sua morte e la Sua risurrezione: questo è ciò che dà senso a tutta la storia. Alla storia di Xiao Ping, alla mia, a quella del nostro popolo e del popolo di Israele. La Pasqua è l’unica prospettiva da cui guardare il deserto delle nostre strade, delle nostre scuole, delle nostre chiese, e il via vai negli affollati reparti di terapia intensiva di questi giorni.
In queste settimane ho riscoperto in modo nuovo il senso profondo del mio essere prete, del poter celebrare ogni giorno l’eucaristia per tutti coloro che, medici e malati, infermieri e impiegati, insegnanti e pensionati, non possono partecipare alla mes­sa di persona; per tutte quelle persone che muoiono senza poter ricevere il conforto dei sacramenti: ogni messa è l’occasione di portare tutti a Dio, offrendo le loro sofferenze e il loro sacrificio di non potersi nutrire del corpo e del sangue di Cristo, memoria efficace della sua morte e della sua risurrezione.
Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna (Mt 10, 28). Ci uccide l’anima chi ci strappa via da Colui a cui apparteniamo, rendendo la nostra vita un deserto privo di significato. Ma quel deserto, la nostra vita, è già stato visitato e riempito da Cristo, per cui anche una vita apparentemente vuota, anche un tempo in cui ci si sente inutili o si è costretti a stare da soli acquistano un senso se sono abitati da Cristo.
Lo scopo della vita, il fine della vita è risorgere con Cristo: a questo serve la Quaresima, con i suoi sacrifici, i suoi digiuni, i suoi silenzi. A questo servono la nostra sorella morte e tutti i deserti che siamo chiamati ad attraversare nella nostra vita.

 

(Nella foto, la celebrazione della veglia pasquale nella cappella della Casa di formazione – aprile 2019).

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